Nell’Artico, malgrado l’isolamento geopolitico, emergono esempi isolati di contatti scientifici tra Russia e paesi occidentali. I fora internazionali del 2025 rivelano una partecipazione russa limitata, ma significativa. Tuttavia, questi episodi non indicano un dialogo strutturato, bensì l’avvio di una possibile evoluzione.
Da isolamento completo a interazioni selettive
Nel contesto dei grandi cambiamenti geopolitici del nostro tempo, prevale ancora l’isolamento russo nei rapporti artici internazionali. La “svolta a est” post-2022 ha reindirizzato Mosca verso Cina e India: Nazioni distanti dall’Artico, ma attratte dalle sue risorse e rotte logistiche. Tale strategia ha generato risultati concreti, inclusi consorzi scientifici condivisi e commissioni per la Northern Sea Route.
Ciononostante, sussiste una contraddizione di fondo: un’analisi scientifica completa del Grande Nord, condivisa dai Paesi occidentali artici, appare irrealizzabile senza i dati del territorio russo, il più esteso al mondo. Al contempo, Mosca dipende dal contributo di questi attori. Tale interdipendenza favorisce un progressivo “ritorno” degli esperti russi nei circuiti globali.
Partecipazione ai fora russi
Un indicatore significativo è la presenza di scienziati occidentali e rappresentanti di organizzazioni ai principali fora artici russi del 2025. L’International Arctic Forum si è affermato come piattaforma chiave, in cui il discorso del presidente Putin ha annunciato innovazioni strategiche per lo sviluppo artico, dalle infrastrutture ai programmi scientifici. E non è mancato un accento occidentale: l’allora presidente del comitato degli alti funzionari del Consiglio Artico, Morten Høglund, ha enfatizzato la continuità del dialogo in un videomessaggio.
Rivelatori sono anche gli interventi online di Mads Qvist Frederiksen, direttore dell’Arctic Economic Council, alle sezioni artiche del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF) e del Forum Economico Orientale (EEF), dove ha sostenuto l’importanza di preservare l’interazione in formati internazionali nonostante le tensioni geopolitiche.

Una dinamica analoga si osserva nel ritorno graduale di Paesi asiatici come Corea del Sud e Giappone. All’EEF 2025, il presidente della Korea Shipowners’ Association – uno dei tre relatori stranieri nella sezione artica – ha presentato un rapporto che segnala l’interesse crescente di Seul per le piccole e medie imprese marittime artiche. Al SPIEF 2025, un ricercatore della giapponese Sasakawa Peace Foundation ha partecipato alle sessioni sulla Rotta marittima del Nord, riservate a rappresentanti di “Stati ostili” dalla Russia. La sua relazione ha evidenziato le prospettive di sviluppo della rotta e l’importanza strategica di mantenere contatti con Mosca, illustrando come anche attori “ostili” cerchino opportunità di interazione limitata.
Il ruolo delle organizzazioni internazionali
Ancora più rilevante è il rinnovato dialogo scientifico attraverso strutture internazionali. Il Consiglio Artico resta centrale: nonostante la sospensione dei vertici, i gruppi di lavoro con partecipazione russa realizzano progetti concreti, producendo risultati tangibili e confermando la resilienza dei meccanismi istituzionali.

Importante è pure la presenza di ricercatori legati alla Russia in contesti stranieri. Il Polar Dialogue a Roma ha escluso relatori russi diretti, ma ha incluso “ambasciatori di buona volontà” del Northern Forum, organizzazione indigena artica con segretariato a Jakutsk, in Russia. In quanto osservatore del Consiglio Artico, il Northern Forum è attivo internazionalmente: alla COP29 di Baku, il padiglione artico da esso organizzato ha ospitato discussioni tra delegazioni occidentali, scienziati russi, sul clima e i diritti indigeni. La missione del forum – migliorare la qualità della vita, promuovere lo sviluppo sostenibile, creare partenariati e amplificare la voce del Nord globale – si allinea perfettamente con le sfide contemporanee.
Appelli al ripristino del dialogo echeggiano anche in Europa. Proprio oggi prende il via l’Arctic Science Summit Week (ASSW-2026) in Danimarca, evento clou dell’International Arctic Science Committee (IASC), include la sezione Fostering collaboration between scientists studying the vegetation of Arctic Russia in preparation for the International Polar Year (2032-2033). La descrizione avverte: “L’assenza di scienziati russi e di popolazioni indigene comporterà […] la perdita di competenze cruciali necessarie per formulare una risposta comune ai cambiamenti nell’Artico. È quindi essenziale mantenere i legami tra gli scienziati russi e internazionali nell’Artico, anche nel contesto delle attuali restrizioni”. L’IASC integra tuttora esperti russi: l’International Science Initiative in the Russian Arctic (ISIRA) opera attivamente, con una sessione strategica privata – la prima dal 2021 – nell’ambito dell’ASSW. I preparativi per il quinto International Polar Year (2032-2033) rafforzano tali richieste di inclusione russa.

Questa logica pervade dichiarazioni di paesi ostili alla Russia. Alla House of Lords britannica nel 2025, Lord Ashton ha dichiarato: “la ripresa dell’interazione con la Russia a livello ufficiale nell’Arctic Council ha luogo nel tentativo di garantire una rinnovata cooperazione scientifica. Lo consideriamo desiderabile non solo per scopi scientifici, ma anche come ponte per rafforzare la comprensione e, soprattutto, per ridurre il rischio di escalation in caso di crisi”. Il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre ha ripetutamente definito la Russia un “vicino” con cui imparare a coesistere.
Limitazioni e prospettive future
Naturalmente, non si tratta di un pieno reinserimento russo nell’agenda artica internazionale. Gli esempi selezionati – dichiarazioni ed eventi del 2025 – confermano l’importanza di un dialogo graduale, ma restano isolati nella grande abbondanza di attività artiche. Restrizioni sistemiche dominano: politiche (sanzioni, lavoro limitato in seno al Consiglio Artico) e tecniche (visti, finanziamenti) appaiono insormontabili nel breve termine.
Tali appelli sono emersi nei primi anni della fine dell’“eccezionalismo artico”, senza però produrre cambiamenti sostanziali. Un articolo di riferimento su Nature Climate Change del 2024 ha evidenziato che, senza dati russi, le informazioni sull’Artico restano frammentarie; tale risonanza non ha alterato la situazione fino ad oggi.
Pertanto, è prematuro parlare di un dialogo strutturato con la Russia, ma si possono già ravvisare le basi per esso. Ciò avrà un impatto positivo sulla costruzione di un quadro olistico dell’Artico nelle scienze naturali e nei cambiamenti climatici.
Roman Zhilin