Oggi al via Arctic Circle – Polar Dialogue nella sede centrale del CNR a Roma. Presenti Tajani e Bernini per dare il via ai lavori della due giorni che porta la Capitale al centro del dibattito sull’Artico.
Italia chiama Artico
Arctic Circle Assembly è considerato il foro di discussione sulla regione artica per eccellenza, talvolta definito come “la Davos dell’Artico”. Accademici, decisori politici, cittadini comuni e operatori economici che si confrontano sui tanti temi che interessano le alte latitudini, con un approccio multidisciplinare: è quello che capita ogni anno a ottobre a Reykjavík, capitale dell’Islanda, nella splendida cornice dell’Harpa Concert Hall.
Sampietrini e pini marittimi dunque non sono esattamente il contesto che solitamente si trovano davanti gli avventori di Arctic Circle. Eppure, questa mattina l’Artico non sembrava affatto lontano da Roma, data la presenza nella Capitale degli addetti ai lavori giunti da ogni angolo del quadrante settentrionale del mondo.
Il Rome Forum – Polar Dialogue dell’Arctic Circle, in corso nella sede centrale del CNR, ha portato a Roma ministri, ambasciatori, scienziati e rappresentanti indigeni per interrogarsi su una domanda che ha attraversato tutti i panel di questa prima giornata: l’Artico è entrato definitivamente nel cuore della politica globale? E come impatta questa attenzione globale su una regione che fino a poco fa era considerata ai margini della politica internazionale?

L’Artico oltre l’eccezionalismo
Ad aprire i lavori è stato Ólafur Ragnar Grímsson, presidente dell’Arctic Circle ed ex capo di Stato islandese, che ha sottolineato come la complessità geopolitica degli ultimi anni abbia superato qualsiasi scenario discusso in precedenza. Dalla crisi energetica alle nuove competizioni strategiche, l’Artico è ormai pienamente inserito nelle dinamiche globali. Proprio per questo, ha spiegato, è fondamentale costruire connessioni tra gli Stati artici e i “Paesi terzi”, citando il percorso che ha portato il Polar Dialogue da Berlino a Delhi, fino a Roma.
Un messaggio che è stato ripreso, con accenti diversi, dai rappresentanti italiani. Il Ministro dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini ha rivendicato la necessità di rafforzare la cooperazione scientifica come pilastro della presenza italiana nella regione polare, ricordando il ruolo centrale del CNR e delle infrastrutture di ricerca. L’Artico, ha aggiunto, non è solo un dossier geopolitico: è uno spazio di conoscenza condivisa, in cui la scienza deve rimanere un linguaggio comune anche in tempi di tensioni crescenti.

La strategia italiana per l’Artico
Ma il momento politicamente più atteso è stato l’intervento del Ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha definito quello attuale un “momento storico” per la presenza italiana nella regione, sottolineando l’intenzione di lavorare per la stabilità e la pace in un’area sempre più esposta alla competizione tra potenze.
E il riferimento alla Groenlandia non poteva che essere esplicito. Per l’Italia e per l’Unione europea – ha affermato – l’isola riveste un’importanza cruciale, in particolare per quanto riguarda le materie prime critiche. In un contesto in cui la Cina guida oggi il mercato globale delle terre rare e dei materiali strategici, Roma punta a rafforzare il coordinamento europeo, anche attraverso un dialogo con Berlino già avviato a Washington. La presenza italiana nell’Artico, ha aggiunto, non è solo economica: riguarda anche la dimensione marittima e la capacità di investire in difesa, in raccordo con la NATO e con i partner nordici.

Tajani ha poi posto l’accento sulla recente strategia italiana per l’Artico, pubblicata a metà gennaio con la presenza degli stessi Tajani e Bernini e del Ministro della Difesa Guido Crosetto, a dimostrazione che l’Artico non è più un’eccezione geopolitica, ma parte integrante della strategia italiana ed europea.
Monaco, Finlandia e la “crisi” artica
La sessione plenaria è proseguita con l’intervento del Principe Alberto II di Monaco, molto attivo sulle tematiche ambientali nell’Artico attraverso la sua fondazione. Il Principe ha riportato l’attenzione sulla dimensione climatica, ricordando i dati dell’IPCC che mostrano come l’Artico si stia riscaldando a una velocità superiore rispetto ad altre regioni del pianeta. Le implicazioni – per gli ecosistemi, per le attività umane, per la fauna – sono già visibili. In un contesto segnato da tensioni crescenti, ha ribadito, scienza e dialogo restano gli unici pilastri affidabili per costruire un futuro responsabile.
La ministra degli Esteri finlandese Elina Valtonen, intervenuta in seguito, ha posto la questione in termini ancora più netti: l’Artico, ha detto, sta passando dall’“eccezionalismo” a una vera e propria fase di competizione globale. Per la Finlandia, però, non si tratta di uno spazio lontano, ma della propria casa. E proprio per questo la priorità resta la sicurezza, intesa sia come difesa sia come contrasto alla minaccia esistenziale del cambiamento climatico.


La voce della Groenlandia
Tra gli interventi più significativi della plenaria, quello della ministra degli esteri groenlandese Vivian Motzfeldt ha riportato il dibattito sulla dimensione umana: “Sopravvivere in condizioni estreme significa vivere quotidianamente l’Artico come casa, non come laboratorio o scacchiere strategico. L’Artico è fatto di persone, di giovani, di questioni legate alla salute mentale e allo sviluppo locale” ha dichiarato.
Motzfeldt ha anche ricordato il ruolo dell’Arctic Council, esempio virtuoso di istituzione cooperativa, dove i rappresentanti dei popoli indigeni siedono accanto agli Stati. Infine ha concluso ribadendo una posizione ormai ben nota nel dibattito pubblico: la Groenlandia non è in vendita. E ha aggiunto: “Non lo è mai stata, e mai lo sarà. La Groenlandia è aperta alla cooperazione, al business e alle partnership commerciali e strategiche, ma solo nel rispetto dei propri valori e della propria autonomia. Un messaggio che risuona con forza in un momento in cui l’isola è notoriamente al centro di crescenti attenzioni da parte dell’amministrazione Trump.

I panel: scienza, diplomazia e sicurezza
Se la plenaria ha definito il quadro politico, i panel della mattina e del pomeriggio hanno mostrato la profondità tematica del Forum.
Già nelle prime sessioni, si è discusso del ruolo degli Stati osservatori nella governance artica e della sovranità indigena, a testimonianza di come la dimensione istituzionale e quella delle comunità locali siano sempre più intrecciate. Parallelamente, un panel dedicato a “Svalbard: An Arctic Laboratory” ha evidenziato come l’arcipelago norvegese continui a rappresentare un laboratorio scientifico internazionale, con la partecipazione di istituti europei e italiani.
Nel primo pomeriggio, il dibattito sul 5° International Polar Year previsto per il 2032-2033 ha rilanciato l’idea di una nuova stagione di cooperazione scientifica globale, capace di integrare conoscenza indigena e grandi infrastrutture di ricerca statali. In un’altra sala, si è discusso di “Middle Power Diplomacy”, mettendo a confronto le strategie di attori come Giappone, Svizzera e Canada in un’Artico sempre più frammentato.
Tra le sessioni più dense dal punto di vista geopolitico, quella dedicata alle “Arctic Power Dynamics” ha affrontato il ruolo di Russia e Cina nel nuovo panorama di sicurezza, mentre nel tardo pomeriggio, l’attenzione si è spostata anche sui rischi sanitari, con un panel sulle malattie zoonotiche in un Artico che cambia, e sull’importanza dei sistemi di osservazione integrata, come nel caso di Arctic PASSION.
Roma come crocevia polare
Questa prima giornata del Polar Dialogue conferma una tendenza: l’Artico non è più una periferia del sistema internazionale. È un luogo dove si intrecciano sicurezza, clima, materie prime, nuove rotte marittime e diritti dei popoli indigeni.
Portare questo confronto a Roma – nella sede del CNR, cuore della ricerca italiana – non è solo un fatto simbolico, ma il segno di una volontà politica di essere presenti in una regione che, pur distante geograficamente, incide sempre più sulle scelte strategiche europee e italiane. La presenza di due ministri e di svariati rappresentanti delle Istituzioni ne è una chiara conferma
Se l’Artico è entrato definitivamente nella “galassia” delle grandi competizioni globali, come è emerso dai dibattiti di oggi, la sfida sarà mantenere aperto lo spazio del dialogo. E in un’epoca di competizione crescente, il Polar Dialogue di Roma sembra voler ribadire che scienza e cooperazione restano, ancora, il terreno comune su cui costruire il futuro del Grande Nord.