Quinta e ultima puntata della della miniserie sull’impresa del dirigibile Norge, a cento anni di distanza. Il 14 maggio 1926, alle 7:30, il Norge atterrò a Teller, in Alaska. Il viaggio era finito.
Verso l’Alaska
La mattina del 13 maggio, dopo quasi quaranta ore di volo dal Polo Nord, comparvero le coste dell’Alaska. Era il segnale che tutti aspettavano, ma a bordo nessuno festeggiò: l’equipaggio era sveglio da così tante ore che la stanchezza si era trasformata in uno stato permanente, in cui i gesti di routine continuavano quasi per inerzia. Umberto Nobile disse di aver dormito quattro ore nelle ultime tre giornate. I motori giravano, e il Norge avanzava verso la costa.
La destinazione prevista era Nome, sulla costa occidentale dell’Alaska, dove era stato organizzato un campo di accoglienza con personale di terra. Ma il maltempo la rese irraggiungibile. Nobile decise allora di dirottare verso Teller, un piccolo villaggio di pescatori e cacciatori inuit a un centinaio di chilometri più a nord, dove almeno le condizioni permettevano una discesa sicura. Alle 7:30 del 14 maggio 1926, il Norge toccò terra.
Non c’era personale ad aspettarlo. L’atterraggio di un dirigibile richiedeva normalmente decine di uomini che tenessero le corde e guidassero la macchina verso il suolo in modo controllato, ma a Teller c’erano soltanto gli abitanti del villaggio, che non avevano mai visto nulla di simile in vita loro. Una dozzina di abitanti uscì a guardare quella cosa enorme che scendeva dal cielo e, senza che nessuno glielo spiegasse, capì che bisognava afferrare le corde. Il Norge riuscì ad atterrare sul manto nevoso senza incidenti per l’equipaggio, ma riportando danni strutturali seri.
Il congedo
Senza le strutture per ormeggiarlo e proteggerlo dal vento, il dirigibile non poteva sopravvivere alle condizioni di Teller. Fu quindi sgonfiato sul posto. Nobile rimase a guardarlo mentre l’involucro si afflosciava lentamente sulla neve, la struttura metallica emergeva dal tessuto cedente e poi si piegava sotto il proprio peso. La prodigiosa macchina che aveva creato giaceva ora esanime sul campo bianco. Aveva attraversato continenti e oceani obbedendo ai suoi comandi senza mai stancarsi e ora stava lì “mortalmente fiaccata dalle mie stesse mani”, come scrisse Nobile nei suoi appunti.

Da Roma a Teller: 13.000 chilometri, 170 ore di volo, una velocità media di settantasei chilometri orari. Il Norge aveva attraversato undici paesi, sorvolato per la prima volta nella storia l’intera calotta polare artica e confermato che tra il Polo Nord e le coste dell’Alaska non esisteva alcuna terraferma, rispondendo a una domanda che restava aperta da decenni, se non secoli. Era quello il risultato principale della spedizione, al di là del primato: non solo essere arrivati, ma aver osservato e documentato ciò che c’era lungo la strada.

Il ritorno
La notizia era già arrivata ovunque prima ancora che l’equipaggio lasciasse Teller. Le prime frizioni si manifestarono proprio lì, mentre il dirigibile veniva smontato sul campo innevato. Amundsen ed Ellsworth si avviarono verso Nome con una barca, per trasmettere la loro versione dell’impresa via telegrafo, perché la stazione radio di Teller non funzionava. Nobile rimase a supervisionare lo smantellamento del Norge. Ma aveva già inviato, nelle ore precedenti, i propri dispacci alla stampa internazionale con il suo resoconto della spedizione. Un gesto che violava il contratto firmato prima della partenza, il quale riservava ad Amundsen ed Ellsworth i diritti esclusivi sulla narrazione dell’impresa, diritti che erano parte del meccanismo finanziario costruito per sostenere l’intera operazione.
Il 27 giugno 1926 la nave che riportava l’equipaggio verso sud attraccò a Seattle sotto una scorta di yacht e aerei militari, accolta da cinquemila persone sul molo. Poi le strade si divisero. Amundsen ed Ellsworth s’imbarcarono per la Norvegia, dove arrivarono a luglio accolti da nuove celebrazioni. Nobile rimase in America. Mussolini aveva già deciso che l’impresa del Norge doveva diventare una dimostrazione pubblica della genialità italiana, e Nobile fu incaricato di un tour di conferenze in tredici città americane per raccontare la sua versione dei fatti. A Washington, il presidente Calvin Coolidge lo ricevette alla Casa Bianca. A Roma, al ritorno, Mussolini lo accolse a Palazzo Venezia davanti a una folla festante e firmò la sua promozione a generale dell’aeronautica militare, a soli quarantuno anni.

In Norvegia, Amundsen trascorse l’estate a scrivere il suo resoconto della spedizione e a leggere, via telegrafo e poi via giornale, le dichiarazioni di Nobile che rimbalzavano da una città all’altra d’America. Quando tornò negli Stati Uniti in novembre per il proprio tour di conferenze, trovò l’italiano ancora lì. I due si muovevano in parallelo davanti alle stesse platee, ma raccontando la stessa impresa in modo radicalmente diverso: Nobile come costruttore e pilota senza il cui genio tecnico il viaggio non sarebbe stato possibile, Amundsen come ideatore e capo di una spedizione norvegese in cui gli italiani avevano svolto un ruolo tecnico subordinato.
Due uomini, un’impresa
Amundsen aveva cinquantaquattro anni quando il Norge atterrò a Teller: nella sua vita aveva conquistato il Polo Sud, percorso per primo il Passaggio a Nordovest e ora sorvolato il Polo Nord. Aveva fatto tutto ciò che si era proposto di fare, e scrisse in seguito di sentire, per la prima volta dopo decenni, qualcosa che somigliava alla pace. La disputa con Nobile era quindi, in un certo senso, ancora più difficile da sopportare, perché macchiava il compimento di una vita intera.
Nel 1927 pubblicò My Life as an Explorer, dedicando quasi un terzo del libro al conflitto con l’ingegnere italiano, con un’appendice intitolata esplicitamente alla confutazione delle conferenze americane di Nobile. Scrivendo del momento del Polo, descrisse con disprezzo come, dopo che lui ed Ellsworth avevano lanciato le bandiere norvegese e americana, Nobile avesse cominciato a gettare “bandiere e stendardi di ogni genere”, trasformando il Norge in quello che definì “un carro da circo dei cieli“.
Nobile rispose pubblicamente, sostenendo che il norvegese si era comportato da passeggero mentre gli italiani facevano volare la macchina. Non era una caricatura priva di fondamento, anche se semplificava una realtà in cui i ruoli erano stati definiti da un contratto che nessuno dei due aveva avuto la lucidità di negoziare fino in fondo prima della partenza. Il conflitto si trascinò nel corso del 1927, mentre Nobile, sostenuto dal governo fascista, preparava una nuova spedizione artica tutta italiana. A Teller, tre giorni dopo l’atterraggio del Norge, aveva già scritto di pensarci.
L’epilogo
La nuova spedizione del Dirigibile Italia partì nella primavera del 1928 e finì nel celebre disastro della Tenda Rossa. Quando la notizia raggiunse la Norvegia, Amundsen non esitò. Nonostante due anni di ostilità pubblica, nonostante i libri e le conferenze e le accuse reciproche, chiese di partecipare alle operazioni di soccorso. Il 18 giugno 1928 salì sull’idrovolante francese Latham 47, pilotato da René Guilbaud, e partì da Tromsø verso il Mare di Barents. L’aereo scomparve. Il suo corpo non fu mai ritrovato.
Amundsen morì cercando l’uomo con cui aveva litigato per due anni. Quel che aveva diviso i due uomini era reale: una disputa di merito, di nazionalità, di orgoglio, che nessuno dei due era disposto a cedere. Ma quando venne a sapere che Nobile era scomparso, Amundsen scelse senza esitare. Forse era il carattere dell’esploratore, che non conosce altra risposta al pericolo se non andargli incontro. Forse era la stima verso l’uomo con cui, nonostante tutto, aveva condiviso una delle imprese più straordinarie della sua straordinaria vita. O forse era il contrario: voleva dimostrare a Nobile la propria superiorità, salvandolo dalla sua stessa disfatta.
Non lo sapremo mai. Certo è che oggi, a Ny-Ålesund, il busto bronzeo di Amundsen guarda ancora verso quel palo di attracco da cui partì, cento anni fa, una delle imprese più incredibili della storia dell’esplorazione umana.
Enrico Peschiera









