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Navi cinesi in Artico? Sì, ma non intorno alla Groenlandia

Foto: CHINARE

La presenza cinese in Artico appare meno invasiva di quanto racconti la retorica diffusa in Occidente, ma più strategica se osservata attraverso scienza, commercio e lungo periodo.

Oltre le accuse di Trump

In Artico la temperatura sale, soprattutto a causa delle continue dichiarazioni di Trump riguardo le ambizioni di possedere la Groenlandia. In attesa di conoscere i dettagli dell’accordo annunciato a Davos, andiamo un pochino più a fondo ad analizzare la situazione. Qualche giorno fa, Trump alludeva alla presenza di navi cinesi e russe intorno alla più grande isola del mondo come uno dei motivi per giustificare un intervento americano, per la “difesa nazionale ed internazionale” contro l’ingerenza russa e cinese.

Tuttavia, come affermato da diversi esperti e dalla stessa popolazione locale, di navi cinesi nei mari groenlandesi non ce ne sono. Eppure più al largo, in acque internazionali lo scenario è completamente diverso. Cerchiamo di capire allora il perché e cosa fanno le navi cinesi nelle acque dell’Oceano Artico. 

Quanto è davvero presente la Cina in Artico?

Dopo essere entrata a far parte della governance artica nel 2013 in qualità di osservatore nel Consiglio Artico, la Cina ha gradualmente rafforzato il suo posizionamento nella regione artica su vari fronti: scientifico, tecnologico e commerciale su tutti. Ma la retorica occidentale dei primi due decenni degli anni 2000 ha identificato questa presenza sostanzialmente come una minaccia. Una narrazione fortemente rappresentata dal discorso che l’ex segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, pronunciò a Rovaniemi nel 2019. In quell’occasione, durante la riunione ministeriale in seno al Consiglio, attaccò duramente Russia e Cina, con quest’ultima addirittura accusata di avere “ambizioni militari” in un quadrante geografico dove “non dovrebbe avere proprio influenza”.

A quasi sette anni di distanza, il mondo è cambiato e questa narrazione non è di certo scomparsa. Tuttavia, il livello di comprensione dell’atteggiamento cinese in Artico ha compiuto uno step successivo, anche grazie a diverse pubblicazioni che hanno analizzato la reale presenza cinese nella regione rispetto alle dichiarazioni e alle preoccupazioni di tanti Paesi occidentali. Il quadro che emerge dal report redatto dalla Harvard Kennedy School nell’ambito di Arctic Initiative è quello di una presenza cinese piuttosto limitata e condizionata da diversi fattori, tra cui un contesto geopolitico piuttosto sfavorevole ad accogliere progetti ed investimenti cinesi e resistenza della popolazione indigena a progetti infrastrutturali di grandi dimensioni.

A causa della guerra in Ucraina e delle sanzioni imposte su Mosca dall’UE, oggi la Cina privilegia il rapporto con la Russia specialmente in ambito energetico. Oltre al già ben rodato Yamal LNG, Yamal LNG 2 ha sofferto di continui rallentamenti, principalmente a causa delle sanzioni degli stessi europei che in parte l’avevano finanziato, Italia compresa. Nonostante ciò, Cina e Russia hanno firmato un Memorandum of Understanding per la realizzazione del Power of Siberia 2, un gasdotto che porterà gas dalla stessa penisola di Sabetta verso la Cina Nord Orientale, via Mongolia. Un progetto a lungo desiderato da Putin, di cui però la controparte cinese non era altrettanto entusiasta. 

Commercio, scienza, tecnologia

Ma cerchiamo di andare oltre. Nei piani di Pechino vi sono anche scienza e tecnologia, oltre che il commercio. L’interdipendenza di questi due settori è profonda in Artico, specialmente se consideriamo che le acque artiche rappresentano lo spazio, difficilmente navigabile, in cui la Cina può muoversi in base al diritto internazionale. E allora il mare offre l’opportunità di accrescere la conoscenza scientifica in determinate aree e sviluppare canali commerciali grazie all’utilizzo di navi e cargo sempre più tecnologicamente avanzati.

E come si riflette questo in Artico? Non è un caso che la nave cargo Istanbul Bridge nell’autunno del 2025 abbia realizzato il primo viaggio lungo quello che è stato inaugurato come il China-Europe Arctic Express. Il notevole vantaggio di questa rotta risiede nella durata ridotta rispetto alla rotta lungo Suez: il cargo dell’armatore Haijie Shipping (Sea Legend Line) ha navigato dal porto di Ningbo Zhoushan a quello del Regno Unito di Felixstowe in circa 20 giorni, a fronte di 40-50 necessari per il passaggio attraverso Suez.

Tuttavia, a differenza di quanto spesso paventato, sarà difficile vedere un incremento lungo le rotte polari tale da poter contrastare il primato di Suez. Il ridimensionamento delle speculazioni sulle possibilità di sviluppo della Northern Sea Route va collocato all’interno di una politica cinese fortemente improntata alla diversificazione, che vede in questa rotta una dimensione da sviluppare, con tutte le difficoltà del caso.

D’altronde è quello che la leadership cinese pianifica nei piani quinquennali già da diverso tempo. Nel IV plenum del XX Comitato Centrale è stato infatti varato il XV piano quinquennale, che indica le linee guida e gli obiettivi da raggiungere nel periodo 2026-2030 e che verrà divulgato nel 2026. Cosa ne emerge? Scienza e tecnologia diventano i pilastri della modernizzazione con cui il Paese si pone di raggiungere autosufficienza e rafforzare la sua competitività internazionale. 

Le missioni scientifiche

Come si riflette questo in Artico? In una presenza più diffusa di navi da ricerca che solcano le acque artiche: l’estate del 2025 ha visto una presenza cinese mai vista prima. Quest’anno la Cina ha realizzato la sua 15a spedizione di ricerca artica, condotta da quattro navi: Xuelong 2, Jidi, Shenhai 1 e Tansuo 3, che grazie ai sommergibili Jialong e Fendouzhi ha permesso di condurre per la prima volta nella storia immersioni con equipaggio nella profondità delle acque artiche, un traguardo che riflette la crescente capacità del Paese di accedere ed esplorare le profondità marine. I risultati di tali ricerche forniscono supporto per la scoperta dei modelli di distribuzione spaziale degli organismi bentonici delle acque profonde polari e per la valutazione degli impatti dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi di acque profonde.

xue long 2
La Xue Long 2. Foto: Aker Arctic

Nel 2023 la tredicesima spedizione ha visto le navi cinesi focalizzarsi sul monitoraggio a lungo termine dei fattori ambientali e della collocazione geografica della dorsale di Gakkel. La spedizione del 2022 si è invece occupata di osservazioni sull’atmosfera, sull’oceano e sull’ecologia del Mare di Chukchi orientate alla lotta al cambiamento climatico e alla protezione dell’ambiente ecologico. Inoltre, prima della partenza di questa spedizione si auspicava di fare delle ricerche nell’area di Gakkel Ridge. 

L’eccezionalismo è davvero morto?

Due quesiti emergono. Che peso ha la ricerca scientifica e perché l’area della dorsale di Gakkel? Per lungo tempo la specificità dell’Artico è stata ricondotta al paradigma dell’“eccezionalismo artico”, secondo cui la regione costituiva un contesto relativamente immune ai conflitti e caratterizzato da elevati livelli di cooperazione internazionale, ritenuti fondamentali per sostenere un’azione collettiva contro il cambiamento climatico.

Per quanto questo concetto possa essersi esaurito dopo l’aggressione della guerra all’Ucraina, non ha invertito la dinamica che vede un regime artico fortemente basato sulla cooperazione scientifica. Si guardi ai requisiti necessari per far parte del Consiglio Artico così come ai principi che regolano il Central Arctic Ocean Fisheries Agreement firmato da stati artici e non artici.

xue long guardia costiera cinese
Fino al 2019, la Xue Long era l’unica nave da ricerca rompighiaccio cinese in servizio.

Entrambi stabiliscono la produzione e condivisione della conoscenza scientifica come prerequisito della partecipazione agli stessi. Inoltre non scordiamoci che parliamo di ambienti ed ecosistemi che ancora non conosciamo, per cui la capacità di produrre scienza e dati può anche giocare un ruolo di posizionamento futuro e strategico nella fase di management delle risorse degli ambienti stessi.

La dorsale di Gakkel

L’area della dorsale di Gakkel è peculiare per le sue proprietà naturali perché si tratta di un prolungamento della dorsale medio-atlantica che separa la placca nordamericana dalla placca eurasiatica. Nel corso della 15ª spedizione, grazie alla nave rompighiaccio Xuelong 2 e al sommergibile Fendouzhe, i ricercatori cinesi hanno effettuato circa 40 immersioni alla profondità di 5277 m sotto la calotta polare. Le caratteristiche interessanti risiedono nella composizione di camini idrotermali, strutture costituite da solfuri polimetallici, ricchi di ferro, rame, manganese e zinco. 

navi cinesi mappa
Mappa dei fondali dell’Oceano Artico, la dorsale di Gakkel si trova al largo delle coste russe.

Tutto ciò diventa ancor più interessante se guardato da un punto di vista geostrategico. Al tempo della richiesta di estensione territoriale della piattaforma continentale sottoposta alla Commissione ONU CLCS, la Russia aveva incluso la dorsale di Gakkel. Nella risposta per la maggior parte positiva fornita dalla Commissione, proprio per l’area di Gakkel Ridge sono stati richiesti maggiori dati che provassero la naturale estensione della piattaforma stessa in questa zona.

Non è escluso quindi che in un scenario futuro, quest’area possa diventare motivo di frizione tra Mosca e Pechino, alterando i rapporti di interdipendenza sino-russi.

In conclusione, la presenza cinese in Artico è più limitata di quanto suggerisca la retorica diffusa, tanto più nelle acque groenlandesi. Questo non significa che la Cina non guardi all’Artico come una regione anche da un punto di vista strategico e non pianifichi azioni di lungo termine. Tuttavia, rispetto ad una logica puramente conquistatrice, la prospettiva della ricerca scientifica e degli interessi commerciali può dirci molto di più riguardo alle future operazioni cinesi nella regione. 

Marco Volpe

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Marco Volpe
the authorMarco Volpe
La lingua e la cultura cinese sono stati il mio punto di partenza negli anni della laurea triennale e magistrale a Roma. La passione per l'Artico l'ho maturata di pari passo con la crescita dell'importanza geopolitica della regione. Gli studi tra la University of Leeds e la Sioi di Roma mi hanno permesso di approfondirne la conoscenza e di svilupparne le tematiche. E penso che sia un dovere diffondere maggiore consapevolezza sulla rilevanza che l'Artico gioca oggi e nel prossimo futuro.

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