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Windsled 2026, si riparte!

Foto © Windsled

La North Greenland Windsled Expedition 2026 è già in corso. Il team è arrivato sulla calotta glaciale, e ci è arrivato in un modo che fino a quest’anno sarebbe stato impensabile.

Back to the Inlandsis

Eccoci di nuovo. Dopo la spedizione del 2025, che molti di voi hanno seguito su queste pagine, sono di nuovo in Groenlandia per seguire Ramon Larramendi e il suo progetto Windsled. Lo confesso, ogni volta che torno quassù un pezzo di me pensa che ormai non dovrebbe più stupirmi, e ogni volta mi sbaglio. La Groenlandia ha un modo tutto suo di ricordarti che le regole le decide lei.

Il progetto, per chi ci legge per la prima volta, merita una descrizione in poche righe. La Windsled è una slitta a vento, di lunghezza variabile e modulare, ideata da Ramon stesso. È un risultato dell’esperienza accumulata dall’esploratore spagnolo nei suoi oltre quarant’anni di carriera passati nei ghiacci eterni dell’Artico, molti dei quali passati vivendo proprio in Groenlandia. Un ingegnoso mix di tradizioni inuit e moderne tecniche di esplorazione, sospinto dal più antico e sostenibile carburante: il vento.

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Fonte: Windsled.org

L’obiettivo, infatti, è di creare un mezzo capace di attraversare la calotta glaciale groenlandese senza combustibile, senza motori, senza impatto ambientale. A bordo, oltre all’equipaggio, montiamo strumenti scientifici per lo studio della criosfera artica, dal radar ai sensori meteorologici, che possono raccogliere dati puri, non viziati dall’inquinamento dei mezzi. La Windsled è insomma un laboratorio mobile spinto dal vento del Nord, e quest’anno ha alle spalle una squadra più strutturata del solito.

Una squadra internazionale

Quest’anno siamo in sei. Oltre a Ramon e al sottoscritto, abbiamo con noi Jens Jacob Simonsen, per tutti JJ, groenlandese e veterano del progetto, un uomo che con il mare e il ghiaccio ha un rapporto che non si impara da nessun’altra parte. Con lui c’è Bendt-Poul Jensen, cacciatore locale, un uomo che parla poco come fanno tutti i groenlandesi e che sa tutto quello che c’è da sapere sul siku, il ghiaccio di banchisa.

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Un selfie di Antonio Mangia insieme a Bendt e JJ, in piedi alla guida dell’idrocottero.

Si aggiungono Clotaire Berthelot, esperto di georadar, fotografo e musicista (purtroppo però il suo sax era troppo grande per venire in spedizione), e Patrick Peters, chirurgo, esploratore artico e membro degli Explorers Club, che sta portando avanti una ricerca medica che, se va come deve andare, sarà un primato mondiale assoluto.

L’obiettivo è sempre lo stesso, navigare l’Inlandsis con la Windsled. Ma il problema è sempre lo stesso: bisogna prima arrivarci.

La novità di quest’anno: l’idrocottero

Chi ha seguito la spedizione del 2025 ricorda bene quanto sia complicato raggiungere la base del ghiacciaio attorno a Upernavik. Il mare è instabile, i fiordi sono pieni di banchisa che si muove ogni ora, le correnti sono quelle che sono. Negli anni passati ci eravamo affidati all’elicottero, costoso e troppo dipendente dal meteo. Quest’anno Ramon ha deciso di provare un’altra strada, e si è portato dietro un idrocottero.

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L’idrocottero. Foto di Antonio Mangia

Per chi non lo conoscesse, l’idrocottero è un mezzo anfibio a propulsione a ventola, capace di scivolare sull’acqua come una barca e sul ghiaccio come una slitta, senza dover scegliere tra i due. È usato in Scandinavia e in Canada per le operazioni di soccorso su ghiaccio instabile, ma in Groenlandia non ne erano mai arrivati. Quello che abbiamo con noi è un pezzo artigianale, costruito da un appassionato in un garage in Lituania. Non esattamente il curriculum di un mezzo destinato a fare la storia dell’esplorazione polare, ma Ramon ha sempre avuto questa cifra, e finora gli è andata bene.

Il 9 maggio abbiamo fatto i primi test seri, partendo dai fiordi attorno a Upernavik con l’aiuto del cacciatore locale Mathias Petersen, che con la sua barca ha trainato l’idrocottero fino al bordo della banchisa. Il sole era alto, il vento basso, e Sila, lo spirito groenlandese del tempo atmosferico, sembrava contenta di noi. Poi è successo quello che succede sempre in queste cose. Si è rotta una candela. Una semplice candela. Ma quassù, lo scrivo ormai da anni nei miei appunti, le cose piccole hanno il modo di diventare molto grandi. Siamo tornati a Upernavik, abbiamo riparato e abbiamo aspettato.

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Ramon Larramendi durante uno degli spostamenti in barca. Il leader della spedizione, classe 1964, ha percorso durante la sua vita più di 40.000 km in territori polari. La maggior parte dei quali senza emissioni. Foto di Antonio Mangia.

Una piccola pagina di storia

L’11 maggio l’idrocottero è tornato in azione. JJ ha risolto in pochi minuti un ultimo piccolo problema e poi ha guidato per dieci ore di fila. Ghiaccio, acqua di mare, neve, ogni combinazione possibile delle tre, con alcuni momenti francamente tesi. Ma con JJ al timone la paura ha il modo di dissolversi in qualcosa d’altro, qualcosa di più vicino alla meraviglia per il mondo straordinario che ti circonda. Bendt e io siamo stati i primi a mettere piede sulla riva, e mentre cominciavamo ad allestire il primo campo JJ continuava a fare la spola con il resto della squadra e con tutti i materiali. Quando ci siamo finalmente fermati erano le tre di notte.

Quel giorno, senza fare troppo rumore, abbiamo segnato un punto importante. Per la prima volta nella storia del progetto Windsled, il team ha raggiunto la calotta glaciale groenlandese senza l’uso di un elicottero. Quindici chilometri di fiordi stretti, banchisa frantumata, maree e correnti potenti, percorsi con un mezzo nato in un garage lituano. L’idrocottero è anche servito a recuperare le motoslitte lasciate a riva alla fine della spedizione precedente, e senza quelle motoslitte non saremmo andati da nessuna parte. Direi che si è meritato il suo posto in squadra.

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Foto di Antonio Mangia

Caldo anomalo

Da lì in poi il campo base si è consolidato. Abbiamo costruito le slitte, lavoro lungo e meticoloso che si è preso più di un giorno, organizzato i materiali, testato le motoslitte. Ramon ha curato come sempre le scorte alimentari, qualche centinaio di chili di cibo, il doppio di quello che ci serve davvero, perché Ramon è fatto così. Poi è arrivato il meteo.

Un’ondata di calore anomala, temperature ampiamente sopra lo zero, e la neve trasformata in una palude. Ogni passo affondiamo nella neve sino al ginocchio. Nella valle che dobbiamo attraversare per accedere al ghiacciaio si sono formati fiumi e laghi di disgelo, e per non rischiare di restare tagliati fuori abbiamo deciso di trasportare i materiali di notte, quando il freddo ricongela tutto. Sveglia alle due per me, che oltre al resto curo le riprese del documentario, alle tre per gli altri.

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JJ mentre assembla la Windsled. Foto di Antonio Mangia

L’altro ostacolo: la burocrazia

A complicare ulteriormente le cose, una novità del 2026 sul fronte burocratico. Il governo groenlandese e l’Arctic Command, l’organismo danese che gestisce sicurezza, polizia ed esercito in Groenlandia, hanno introdotto procedure molto più complesse per autorizzare gli accessi alla calotta glaciale, e il team aspetta un permesso. La pazienza è una virtù fondamentale nelle spedizioni, mi ripeto, e nel frattempo si esplora, si testa il georadar di Clotaire, si fa pratica con le motoslitte tra gli iceberg incastonati nella banchisa.

Qualche giorno fa, durante una di queste uscite, Bendt mi ha regalato uno di quei momenti che non si dimenticano. Si è avvicinato lentamente a una foca sulla banchisa, affondando nella neve, ogni tanto emettendo versi di uccelli per confonderla e farle alzare la testa. Una nevicata fitta, il mondo improvvisamente in bianco e nero, il silenzio assoluto. Il colpo ha mancato il bersaglio, e in un istante tutte le foche della zona sono sparite sott’acqua. Avremo altre occasioni, ma una scena così me la porto dietro a lungo.

cacciatore windsled
Foto di Antonio Mangia

La calotta è lì, a portata di slitta. I permessi arriveranno. Il vento soffia. Continueremo a raccontarvelo.

Antonio Mangia

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