Nel giorno in cui gli Stati Uniti inaugurano un nuovo consolato in centro a Nuuk, ascoltiamo le impressioni di Ulloriaq, giovane architetto groenlandese, ed Emma, studentessa americana che sta svolgendo un periodo di scambio nella capitale di Kalaalit Nunaat.
Nuuk in fermento
Sono giorni di grande fermento a Nuuk, la capitale della Groenlandia. Dallo scoppio della guerra in Iran, per ovvie ragioni, l’attenzione mediatica internazionale si è “dimenticata” delle mal celate velleità espansionistiche di Trump sulla grande isola artica. Ma le intenzioni degli americani sembrano tutt’altro che placate.
La conferenza Future Greenland, appuntamento di riferimento per il mondo economico e politico dell’isola, ha appena chiuso i battenti dopo due giornate di lavori. E a catalizzare gli sguardi è stata soprattutto la presenza della delegazione statunitense, guidata da Jeff Landry, governatore della Louisiana e inviato speciale del Presidente Donald Trump per la Groenlandia, accompagnato dall’ambasciatore USA in Danimarca Ken Howery. Una visita che, nelle intenzioni ufficiali, dovrebbe servire ad “ascoltare e imparare” e a “farsi degli amici“, ma che si carica di significati ben più complessi nel contesto delle pressioni degli ultimi mesi.

Proprio oggi, infatti, gli Stati Uniti inaugurano la nuova sede del proprio consolato. Si tratta di un passaggio dal valore non solo logistico ma profondamente simbolico, perché l’ufficio si sposta dalla piccola casetta di legno rosso vicino al porto industriale agli ampi locali al piano terra di un complesso di nuova costruzione nel centro di Nuuk, acquistato nel 2024.
Accoglienza fredda
La cerimonia sarà presieduta dall’ambasciatore Howery alla presenza di Landry, ma una parte significativa degli invitati groenlandesi ha già fatto sapere di voler declinare, primo fra tutti il Primo Ministro Jens-Frederik Nielsen, che ha annunciato la propria assenza. Un gesto di freddezza prevedibile verso una delegazione che arriva sulla scia di mesi di dichiarazioni e ambiguità sull’eventualità di un’annessione dell’isola da parte di Washington.
Anche dal basso, intanto, la città ha fatto sentire la propria voce. Nella notte tra lunedì e martedì, in concomitanza con l’apertura di Future Greenland, un gruppo di cittadini anonimi ha affisso circa 150 manifesti di protesta contro gli Stati Uniti nel centro di Nuuk, concentrati soprattutto attorno al Katuaq, il centro culturale che ospita la conferenza. Il messaggio era netto: “USA ASU“, ovvero “USA, smettetela“, poiché “asu” ha quel significato in Kalaallisut.

Il vecchio con l’assegno in mano
A condire ulteriormente un quadro già complicato, nelle scorse settimane Nuuk è stata teatro di una vicenda surreale che ha lasciato il segno nell’opinione pubblica locale. Un cittadino americano di ottantasei anni, Clifford Stanley, originario di Las Vegas, si è presentato in città girando tra strade, hotel e taxi con una proposta tanto bizzarra quanto inquietante: 200.000 dollari a testa per ogni groenlandese disposto a firmare una petizione a favore dell’annessione della Groenlandia agli Stati Uniti.
Stanley, che ha rivendicato di agire in maniera indipendente e non per conto dell’amministrazione Trump, dichiarando di voler “dare un’opportunità al popolo groenlandese”, ha portato all’apertura di un’indagine da parte della polizia di Nuuk e a una dura presa di posizione del Primo Ministro Nielsen, che ne ha definito il comportamento “indecente“. Un episodio che dice molto del clima che si vive in questi giorni nella piccola capitale della grande isola artica.

Voci da Nuuk
In questo scenario, grazie al contributo di Victor Rosenkilde Jørgensen, un giovane architetto groenlandese che ha da poco iniziato a collaborare con noi, siamo lieti di dare spazio qui su Osservatorio Artico a due voci reali di persone che vivono a Nuuk. E in particolare, a due giovani.
Da un lato Ulloriaq K. Lennert, di cui abbiamo già condiviso un contributo pubblicato sul quotidiano groenlandese Sermitsiaq, giovane architetto groenlandese sui venticinque anni, originario di Sisimiut e oggi residente a Nuuk dopo gli studi presso l’Università di Aalborg, in Danimarca. Ulloriaq rappresenta una voce significativa dei pensieri e delle preoccupazioni della gioventù di Kalaallit Nunaat, e in quanto architetto a Nuuk rappresenta quella nuova generazione che plasmerà il futuro del Paese.
Dall’altro Emma P. Olney, cittadina statunitense in scambio a Nuuk per il proprio percorso di studi in Biologia, venuta a studiare la fauna e l’ambiente unici della Groenlandia. Attraverso la sua critica tagliente ma riflessiva, Emma rappresenta le preoccupazioni e le frustrazioni di molti giovani americani contrari alla visione politica di Donald Trump, e incarna allo stesso tempo un’altra faccia della diplomazia americana: quella fatta non di potere e politica ma di curiosità, cooperazione e connessione umana, ricordando che le relazioni tra nazioni si costruiscono anche attraverso studenti, ricercatori, persone comuni che cercano comprensione oltre i confini.
Riportiamo qui di seguito le parole che ci hanno condiviso sulle loro impressioni di questi giorni.
Ulloriaq
“Credo che molte persone qui in Groenlandia stiano affrontando questa settimana con sentimenti contrastanti: una curiosità mescolata a una certa stanchezza. L’arrivo di Jeff Landry a Future Greenland e il trasferimento del Consolato americano possono sembrare sviluppi diplomatici o pratici, ma per me sono altamente simbolici, e vogliono lanciare un messaggio preciso. È difficile non notare come il nostro Paese, negli ultimi anni, si sia avvicinato al centro dell’attenzione geopolitica.
“Ci sono discussioni politiche costanti su influenza, cooperazione, sicurezza, investimenti, sviluppo, e perfino sull’ipotesi di prendersi un Paese intero. Ma dalla mia esperienza, e dalle conversazioni con chi mi sta intorno, tutto questo viene spesso percepito in modo molto diverso. Vediamo più delegazioni, più giornalisti, più persone estranee che parlano a nostro nome, e in generale più attenzione straniera rivolta a una società che per lungo tempo era abituata a vivere fuori dai riflettori globali.”
“È anche per questo che il trasferimento del Consolato americano non può essere letto come una neutra decisione amministrativa. Per me è parte di un più ampio tentativo di normalizzare ed espandere l’influenza statunitense in Groenlandia. Sembra che vogliano rendere la loro presenza impossibile da ignorare, e spostare il consolato dal porto al cuore di Nuuk integra quella presenza in modo molto più profondo nella vita quotidiana.”

Nothing about us without us
“Ciò che rende questa situazione difficile da accettare non è soltanto l’esistenza di relazioni diplomatiche, ma la crescente sensazione che il nostro Paese venga sempre più trattato come un asset strategico, piuttosto che come un Paese e una società con una propria voce. In questi anni, la conversazione dall’estero ha spesso ruotato attorno all’importanza militare, alle risorse, al controllo dell’Artico, agli interessi di sicurezza, al posizionamento geopolitico. Ed è per questo che questi cambiamenti simbolici contano. Non avvengono in isolamento: si verificano in parallelo a una crescente attenzione politica straniera, a discussioni sull’influenza nell’Artico, a ripetuti segnali che i Paesi più grandi vedono la Groenlandia come strategicamente essenziale.”
“Dal mio punto di vista, la preoccupazione è che tutto ciò stia lentamente spostando l’equilibrio dell’influenza in direzioni che noi non abbiamo mai davvero chiesto. Sembra che gli stranieri stiano cercando di occupare uno spazio dentro la Groenlandia prima ancora che noi abbiamo avuto pienamente la possibilità di definire il nostro futuro alle nostre condizioni.“
“C’è qualcosa di profondamente frustrante nell’osservare costantemente governi stranieri parlare della Groenlandia come strategicamente importante, mentre noi ci sentiamo sempre di più spettatori nelle conversazioni sul nostro stesso Paese. Credo che sia questa la dimensione emotiva che gli osservatori esterni spesso non colgono. Queste decisioni vengono discusse a livello internazionale come strategia, diplomazia o politica artica, ma a livello locale molte persone le vivono in modo molto più personale.”

“Si ha la sensazione che la Groenlandia stia lentamente diventando uno spazio in cui le grandi potenze competono per influenza, visibilità e controllo: e questo genera ansia rispetto a cosa potrà diventare la nostra società in futuro, se questa pressione continuerà a crescere. Ci si aspetta che noi capiamo perché il nostro Paese sia importante per tutti gli altri, mentre il resto del mondo raramente prova a comprendere la Groenlandia per ciò che è realmente: culturalmente, socialmente, storicamente.”
Emma P. Olney
“Direi che la visita americana in Groenlandia ha tutta l’aria di essere la continuazione dell’imbarazzo che gli Stati Uniti si sono creati da soli, di recente, sulla scena internazionale. Mentre gran parte dell’attenzione americana si è spostata sull’Iran, è sembrato esserci una pausa nel desiderio, almeno in quello espresso pubblicamente, dell’amministrazione Trump di rivendicare, o quantomeno imporsi sulla Groenlandia.“
“Tuttavia, la tempistica di questo viaggio suggerisce che la delegazione non sia qui per iniziare a ricostruire le relazioni internazionali, ma piuttosto per fare networking e provare silenziosamente a guadagnare terreno nel settore imprenditoriale groenlandese. Di conseguenza, a me la visita appare di natura estrattiva e di cattivo gusto: un riflesso degli sforzi “diplomatici” degli Stati Uniti da quando Trump è entrato in carica.”
Enrico Peschiera









