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Cold Response, la NATO alla prova nell’Artico. E la Russia osserva

Foto: Forsvaret

Mentre la guerra in Iran infuria, nel Nord della Norvegia si concentrano in questi giorni oltre 30.000 militari da 14 paesi dell’Alleanza Atlantica, per l’esercitazione Cold Response 2026. Dopo gli stracci volati a Davos, la NATO sembra voler ricomporre un’immagine di solidità e coesione interna nel quadrante Artico. Ma i segnali sono contrastanti, con la Russia che osserva attentamente.

Nervi tesi, risposta “fredda”

Soltanto poche settimane fa, l’Artico era al centro del dibattito pubblico per via delle stoccate di Donald Trump sulla Groenlandia, che avevano scatenato un vero e proprio terremoto politico all’interno dell’Alleanza Atlantica, culminato anche simbolicamente al World Economic Forum di Davos.

In quell’occasione, dopo scambi di accuse pesanti e discorsi di portata storica – come quello del primo ministro canadese Mark Carney sull’alleanza delle “medie potenze” o di Emmanuel Macron sull’autonomia strategica europea – era tuttavia emerso uno spiraglio di riconciliazione dal colloquio tra Trump e il segretario generale della NATO Mark Rutte. L’ex premier olandese, come soluzione alla disputa, ha auspicato un maggior coinvolgimento degli europei nella difesa dell’isola, attraverso un aumento di spesa per la difesa tanto agognato dal Presidente americano. “La NATO è più forte che mai dopo la crisi sulla Groenlandia”, ha dichiarato addirittura Rutte a Politico a metà febbraio.

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Merz, Støre e Carney in una conferenza stampa congiunta a Bardufoss, nord della Norvegia, il 13 marzo 2026. Foto: Forsvaret

Un ulteriore segnale che è poi giunto con l’istituzione di Arctic Sentry, un’attività di coordinamento interno alla NATO che integra sotto un comando unificato diverse attività nazionali e multinazionali già in essere da anni, sotto il comando del Joint Force Command (JFC) di Norfolk. Fra di esse vi è anche Cold Response, esercitazione nel nord della Norvegia che si sta tenendo in questi giorni.

La ricucitura interna all’Alleanza appare dunque più solida sul piano operativo che su quello politico. Se a Davos erano emerse divergenze profonde sul ruolo degli Stati Uniti e sulla sicurezza della Groenlandia, iniziative come Arctic Sentry sembrano indicare la volontà di rafforzare il coordinamento militare nel quadrante nordico e ricompattare la NATO attorno a una struttura di comando più integrata. 

Esercitazioni congiunte USA-Canada-Danimarca in Groenlandia

Un ulteriore esempio di piena integrazione militare, nonostante le diatribe politiche, è stata Arctic Edge 2026, una grande esercitazione guidata dal comando congiunto nordamericano NORAD e dallo U.S. Northern Command che si è svolta pochi giorni fa. Le attività hanno coinvolto forze statunitensi, canadesi e danesi fra l’Alaska e la Groenlandia, spaziando tra operazioni aeree, terrestri e marittime, dall’addestramento alla sopravvivenza artica alla protezione delle infrastrutture critiche. 

Un elemento centrale di questa edizione è la difesa da missili da crociera, con velivoli F-35 statunitensi e CF-18 canadesi impegnati in missioni congiunte per individuare, tracciare e intercettare minacce simulate provenienti dalle rotte polari. Lo scenario riflette la crescente preoccupazione strategica che missili a lungo raggio possano sfruttare le traiettorie dell’Artico come via di accesso verso il continente nordamericano.

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Militari tedeschi si esercitano durante Cold Response 2026. Foto: Forsvaret

L’Artico, insomma, nello scorso mese pare essere entrato definitivamente nei calcoli strategici sulla sicurezza globale. Nel frattempo, però, l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale si è spostata rapidamente altrove: la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran domina oggi l’agenda geopolitica globale, con ripercussioni immediate anche sulla pianificazione militare dell’Alleanza.

La guerra in Iran e i suoi effetti

È proprio questo nuovo scenario di crisi che fa da sfondo all’avvio di Cold Response 2026, la grande esercitazione artica della NATO in corso tra il Nord della Norvegia e la Lapponia finlandese. Paradossalmente, la prima fotografia dell’esercitazione è quella di alcune defezioni significative. La Francia ha infatti deciso di ritirare la portaerei nucleare Charles de Gaulle – con i suoi circa 1.800 membri di equipaggio e il gruppo aereo imbarcato – inizialmente destinata a operare nel Mare di Norvegia insieme alle forze dell’Alleanza. Il presidente Emmanuel Macron ha ordinato il dispiegamento della nave nel Mediterraneo orientale per contribuire alla sicurezza delle forze alleate dopo l’escalation in Medio Oriente. 

Anche gli Stati Uniti hanno ridotto parzialmente la loro partecipazione, ritirando alcuni caccia e circa 150 militari dell’Air Force destinati alla regione del Golfo già prima dell’attacco all’Iran. A queste modifiche si aggiungono altri aggiustamenti operativi: tra le unità inizialmente previste figurava anche il cacciatorpediniere italiano Andrea Doria, che secondo fonti militari ha lasciato anticipatamente l’area dell’esercitazione per rientrare verso il Mediterraneo, mentre uno squadrone di F-35B dei Marines statunitensi non è più comparso tra i presenti sul terreno. 

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La nave d’assalto anfibio della Marina Militare San Giusto durante l’esercitazione Cold Response 2026. Foto: Forsvaret

Nonostante questi cambiamenti, le autorità norvegesi hanno assicurato che gli obiettivi dell’esercitazione non verranno compromessi: Cold Response resta infatti uno dei principali test della capacità della NATO di muovere rapidamente truppe e mezzi attraverso il Nord Europa, tra le regioni norvegesi di Ofoten e Troms e la Lapponia finlandese, in condizioni operative tipiche dell’Artico.

Cosa succede a Cold Response

Cold Response 2026 rappresenta una delle principali esercitazioni militari della NATO nel quadrante artico e si svolge dal 9 al 19 marzo tra la Norvegia settentrionale, la Lapponia finlandese e le acque del Mare di Norvegia. Guidata da un quartier generale congiunto norvegese-statunitense installato nella base sotterranea di Reitan, vicino a Bodø, l’esercitazione riunisce circa 32.500 militari provenienti da 14 paesi alleati: Norvegia, Finlandia, Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Paesi Bassi, Francia, Italia, Canada, Spagna, Turchia, Svezia, Danimarca e Belgio. 

Sul lato norvegese operano circa 25.000 militari, mentre altri 7.500 partecipano alle manovre in Finlandia, con attività terrestri concentrate soprattutto nelle regioni di Nordland, Troms e Finnmark occidentale e nel grande poligono di Rovajärvi, nei pressi di Rovaniemi. Gli Stati Uniti contribuiscono con circa 4.000 militari, in gran parte appartenenti al Corpo dei Marines e a unità dell’aviazione, mentre l’Italia partecipa all’esercitazione con la Marina Militare, schierando la nave anfibia San Giusto insieme a personale della Brigata Marina San Marco. 

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I fanti di marina italiani hanno allestito un accampamento dopo lo sbarco anfibio dalla nave San Giusto. Qui stanno ricevendo lezioni di sopravvivenza invernale da soldati norvegesi nell’ambito dell’esercitazione Cold Response 2026. Foto: Forsvaret

Domini, scenari, crisi

Dal punto di vista operativo, Cold Response è concepita come un’esercitazione multi-dominio, nella quale le forze alleate coordinano operazioni terrestri, navali, aeree, cyber e spaziali in uno scenario di difesa del fianco nord della NATO. Le attività includono manovre terrestri su larga scala in ambiente artico, operazioni navali nelle acque al largo della costa norvegese e missioni aeree sopra l’intero spazio nordico, con velivoli alleati impegnati in missioni di supporto, ricognizione, rifornimento e ricerca e soccorso. 

Tra gli elementi più innovativi emersi durante l’esercitazione vi è anche la crescente sperimentazione di droni di tipo FPV (first-person view), già ampiamente utilizzati sul campo di battaglia ucraino. Alcune unità norvegesi e statunitensi stanno testando questi sistemi per missioni di ricognizione e per l’ingaggio di obiettivi ad alto valore, valutandone l’efficacia in condizioni artiche.

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Foto: Forsvaret

Parallelamente alla fase “live”, l’esercitazione è accompagnata da una vasta simulazione strategica, nella quale forze virtuali molto più numerose di quelle presenti sul terreno vengono integrate nello scenario operativo. Nel concreto, si stanno testando diversi possibili scenari di crisi nel Nord Europa, inclusi quelli che coinvolgono direttamente la Russia. Un recente rapporto dell’Atlantic Council ha individuato cinque possibili scenari di attacco russo in Europa, due dei quali riguardano proprio l’Artico: l’arcipelago delle Svalbard e le isole Åland

È su questo sfondo strategico che le manovre della NATO di questi giorni assumono il loro significato più profondo. E mentre gli alleati addestrano le proprie capacità di risposta, la Russia osserva attentamente ciò che accade nel Grande Nord.

La Russia osserva

La Russia non ha mancato di segnalare la propria presenza nelle stesse ore in cui l’esercitazione prendeva avvio. Il 10 marzo la Flotta del Nord ha notificato alle autorità norvegesi una possibile zona di lanci missilistici nel Mare di Barents tra l’11 e il 13 marzo, in un’area che attraversa il confine marittimo tra Norvegia e Russia. Non è stato specificato il tipo di armamento né se i lanci siano effettivamente avvenuti, ma l’avviso è stato un chiaro segnale lanciato nel pieno svolgimento delle manovre NATO. Solo due settimane prima, nello stesso settore, l’incrociatore lanciamissili Marshal Ustinov aveva condotto esercitazioni di difesa aerea contro bersagli navali e aerei.

Anche nei cieli del Nord Atlantico l’attività russa è rimasta costante. L’11 marzo due caccia F-35 norvegesi sono decollati dalla base di Evenes per intercettare un velivolo da ricognizione russo individuato lungo la costa con il transponder spento. Un episodio analogo si era verificato il giorno precedente. Secondo l’aeronautica norvegese, missioni di questo tipo sono ormai routine: dal 2022 i caccia di Oslo effettuano in media quasi quaranta intercettazioni all’anno contro aerei russi non identificati nell’Artico. Mentre la NATO addestra le proprie capacità di risposta nel Grande Nord, Mosca continua dunque a osservare attentamente.

Enrico Peschiera

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Autore

  • Enrico Peschiera

    Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

Enrico Peschiera
Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

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