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Ny-Ålesund, l’ultima fermata prima del Polo

Seconda puntata della miniserie sull’impresa del dirigibile Norge, a cento anni di distanza. Il 7 maggio 1926 il Norge atterrava a Ny-Ålesund, nella Baia del Re: l’ultimo avamposto abitato prima del ghiaccio eterno.

Ai confini del mondo

C’è un villaggio, nell’arcipelago norvegese delle Svalbard, dove il mondo civilizzato finisce. Si chiama Ny-Ålesund, si trova alla latitudine di 78°55′ Nord, e nel maggio del 1926 era una piccola miniera di carbone semidiroccata con una pista di atterraggio di fortuna e un hangar d’emergenza costruito apposta per ospitare un dirigibile. Era l’ultima fermata prima del Polo Nord. Il 7 maggio 1926, dopo quasi un mese di viaggio da Roma, il Norge arrivò ai confini del mondo.

Il dirigibile aveva percorso la rotta stabilita nei mesi precedenti: Ciampino, Pulham in Inghilterra, Oslo, Leningrado, Vadsø sulla costa norvegese settentrionale. Tappa per tappa, a una velocità media di settantasei chilometri orari, si era spostato verso nord attraverso l’Europa invernale, atterrando ogni volta nei campi predisposti, rifornendosi di idrogeno e carburante, affrontando il vento contrario e il freddo sempre più pungente. Al comando stava Umberto Nobile, che dalla cabina di pilotaggio sorvegliava le letture degli strumenti e teneva d’occhio la struttura dell’aeronave da lui costruita, tenendo in braccio la sua fedele cagnolina Titina.

Quando il profilo delle montagne di Spitsbergen comparve all’orizzonte, il Norge aveva già dimostrato di essere la macchina giusta per affrontare l’impresa del volo sopra il Polo Nord.

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7 maggio 1926. Il NORGE atterra a Ny-Ålesund, Baia del Re, Isola di Spitsbergen, arcipelago delle Svalbard. Nella prima immagine si può osservare il pilone di attracco del dirigibile, progettato da Nobile stesso, ancora oggi presente a Ny-Ålesund. (Fonte: Centro Documentazione Umberto Nobile, Museo Storico Aeronautica Militare, Vigna di Valle)

La Baia del Re

Ny-Ålesund nel 1926 era un luogo scarno e inospitale. Qualche baracca, una miniera di carbone semidiroccata, un molo dove attraccavano raramente le navi da rifornimento. L’hangar per il Norge era stato costruito appositamente nei mesi precedenti. Due pareti laterali di legno e tela che proteggevano il dirigibile dal vento laterale, senza copertura superiore, aperto al cielo. Era il minimo indispensabile, ma era abbastanza.

Attorno alla base si stava radunando la ciurma internazionale che da mesi aveva preparato l’impresa. Roald Amundsen e Lincoln Ellsworth erano già lì, avendo raggiunto le Svalbard per via marittima settimane prima. Con loro c’era Hjalmar Riiser-Larsen, il più esperto aviatore artico norvegese, che avrebbe comandato il timone di direzione durante il volo polare; e Oscar Wisting, già al Polo Sud con Amundsen nel 1911, veterano delle spedizioni estreme.

All’arrivo del Norge si completò il mosaico dell’equipaggio. La componente italiana era il cuore tecnico della spedizione: Nobile al comando, affiancato da Natale Cecioni, il capotecnico napoletano che conosceva ogni dettaglio dell’aeronave meglio di chiunque altro. C’era Renato Alessandrini, l’attrezzatore romano specializzato nella gestione dell’involucro e dei sistemi di gas, un ruolo cruciale su un dirigibile a idrogeno, dove una perdita nel momento sbagliato poteva essere fatale. Ettore Arduino guidava il gruppo dei motoristi, responsabili dei tre Maybach che spingevano il Norge attraverso l’aria artica. Completavano la squadra italiana i motoristi Attilio Caratti e Vincenzo Pomella e il timoniere di quota Felice Trojani, uomini di bottega più che di fama, ma la cui competenza silenziosa era ciò su cui l’intera impresa si reggeva.

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La foto di dettaglio del NORGE nell’hangar di Ny-Ålesund permette di vedere sulla prua lo sportello di ispezione della groppa dell’involucro aperto e la fune di sicurezza che permetteva di salire sul dorso dell’aeronave anche durante il volo. Una persona, forse l’attrezzista Renato Alessandrini, appare seduto sulle tele dell’involucro (Fonte: Centro Documentazione Umberto Nobile, Museo Storico Aeronautica Militare, Vigna di Valle)

A loro si aggiungevano il meteorologo svedese Finn Malmgren, docente all’Università di Uppsala e massimo esperto di clima artico, e Lincoln Ellsworth in veste di navigatore. A bordo anche Titina, la cagnolina di Nobile, mascotte indiscussa della spedizione.

Ma alla Baia del Re, in quei giorni di maggio, era arrivato anche qualcun altro.

L’ombra di Byrd

Il 7 maggio, mentre il Norge si avvicinava a Ny-Ålesund, sulla pista di atterraggio era già ormeggiato un aereo trimotore Fokker. Apparteneva a Richard Evelyn Byrd, ufficiale della Marina americana, che stava preparando il proprio tentativo di raggiungere il Polo Nord per via aerea. Con lui c’era il pilota Floyd Bennett. La loro macchina si chiamava Josephine Ford.

La convivenza tra le due spedizioni fu formalmente cordiale. In privato, però, la tensione era palpabile. Chi avrebbe sorvolato il Polo per primo? Il Norge era atteso alla Baia del Re da giorni, ma i preparativi erano complessi e le condizioni meteorologiche capricciose. Byrd era pronto prima degli altri.

Richard Byrd
Richard Byrd

Il 9 maggio 1926, due giorni dopo l’arrivo del Norge, il Josephine Ford decollò da Ny-Ålesund e tornò quindici ore e mezza dopo. Byrd annunciò di aver sorvolato il Polo Nord. La notizia fece il giro del mondo. Alla base, Amundsen e Nobile presero atto dell’annuncio senza commentare pubblicamente. La spedizione del Norge non avrebbe cambiato i suoi piani: il suo obiettivo non era semplicemente toccare il Polo, ma attraversarlo, volare da un continente all’altro passando sopra il punto più settentrionale della Terra, e documentare scientificamente ciò che si trovava lungo quella rotta.

Nei decenni successivi, l’impresa di Byrd sarebbe stata messa in discussione da più parti. I calcoli del carburante e della velocità del Josephine Ford sembravano non tornare. Oggi la maggior parte degli storici dell’esplorazione considera il volo del Norge dell’11 maggio come il primo sorvolo del Polo Nord effettivamente documentato. Ma il 9 maggio del 1926, sulla pista di Ny-Ålesund, nessuno lo sapeva ancora.

L’attesa

Nobile trascorse i giorni tra il 7 e l’11 maggio tra ispezioni al dirigibile, consultazioni meteorologiche con Malmgren e riunioni operative con Amundsen e Riiser-Larsen. Il tempo non era ancora favorevole. Vento, nebbia, le temperature che oscillavano in modo imprevedibile. Le previsioni dovevano essere precise, perché una volta partiti, non c’era possibilità di tornare indietro senza aver percorso migliaia di chilometri.

Nella sua cabina, Nobile studiava le carte. Davanti a lui si apriva una zona bianca, quella fascia di oceano glaciale tra il Polo e le coste dell’Alaska che nessun uomo aveva mai sorvolato. Nessuno sapeva con certezza cosa ci fosse là sotto: terra? Isole? Un mare aperto? Erano domande rimaste in sospeso per secoli, a cui il Norge avrebbe cercato di dare una risposta.

La mattina dell’11 maggio le condizioni meteorologiche erano finalmente accettabili. Alle 9:50, con l’equipaggio al completo e Titina sistemata nella gondola, il Norge si staccò da terra.

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Ny-Ålesund. Il NORGE è estratto dall’hangar dal personale di terra prima della partenza verso il volo transpolare, 11 maggio 1926. (Fonte: Centro Documentazione Umberto Nobile, Museo Storico Aeronautica Militare, Vigna di Valle) – Il NORGE lascia la Baia del Re in rotta verso il Polo Nord. (Fonte: Centro Documentazione Umberto Nobile, Museo Storico Aeronautica Militare, Vigna di Valle)

Enrico Peschiera

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Enrico Peschiera
Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

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