Le continue minacce e pressioni statunitensi portano incertezza e preoccupazione in Groenlandia e in Danimarca, e le truppe di Copenhagen, già sull’isola, tengono i fucili in mano in caso di aggressione.
La voce di Copenhagen
“I danesi sono davanti a un cambiamento storico nell’allineamento politico e strategico, e per la prima volta da molto tempo sono davvero impauriti”. Bernardo Basilici Menini conosce bene l’atmosfera di Copenhagen, visto che da anni dirige il giornale The Copenhagen Post. “Solitamente il polso di una situazione del genere te la dà anche la percezione che hai con le persone con cui parli, con gli amici o i colleghi. E nelle manifestazioni della scorsa settimana nella capitale, traspariva una certa ansia che di solito non appartiene alla popolazione danese. Loro hanno sempre guardato agli Stati Uniti come a un fratello maggiore, un esempio da cui trarre spunti e suggestioni, con cui sono forti i collegamenti e salde le connessioni. Viceversa, la fiera identità danese ha sempre avuto il timore di annacquarsi troppo, consegnandosi all’Unione Europea. Questo scenario adesso sta mutando rapidamente, è un cambiamento mentale senza precedenti“.
Le minacce di Donald Trump nei confronti della Groenlandia sono cosa ormai ben nota, ma la reiterazione del tema, anche se con la promessa di non usare la forza (comunque ventilata al forum di Davos) non tranquillizza affatto gli europei. Nuuk, capitale della Groenlandia, ha visto sfilare in piazza una folta rappresentanza locale, che guarda al proprio governo e a quello di Copenhagen non solo per protezione, ma anche per un ancoraggio mentale rispetto a ciò che potrebbe accadere se gli Usa decidessero davvero di strappare l’isola al Regno di Danimarca, che ne controlla sicurezza e difesa.

“Già negli scorsi anni, con l’entrata di Svezia e Finlandia nella NATO, la Danimarca ha iniziato un processo di apertura rispetto ad altre organizzazioni”, continua Basilici Menini. Nel 2022 Copenhagen ha risolto il suo opt-out, ovvero la possibilità di sganciarsi autonomamente dalla politica estera europea, e nel 2023 è entrata nell’EDA, l’agenzia europea della difesa. “Negli ultimi anni sono stati installati sul territorio missili balistici offensivi, diretti verso la Russia. La spesa militare è cresciuta enormemente, e oggi rappresenta il 50% di ciò che spende l’Italia. Solo che la sproporzione dei due Paesi è evidente, e quindi risulta ancora più chiara la politica adottata in termini di difesa e deterrenza. Ma più che altro la Danimarca vede una reazione europea solida, e per i danesi la fiducia è tutto. Una volta che si ottiene fiducia, si ottiene apertura, anche a livello diplomatico e politico. Persa una volta, è persa per sempre. E gli Stati Uniti la stanno perdendo molto rapidamente”.
La Nato sotto stress
“La crisi che c’è stata nelle scorse settimane è stata un rischio enorme, perché è vero che c’è stata già una guerra tra due membri della NATO nel 1974 tra Grecia e Turchia, ma non è comparabile. Anche perché gli Stati Uniti rappresentano la spina dorsale dell’Alleanza. Il fatto che questo alleato non escluda l’uso della forza contro un membro alleato per prenderne un territorio è un fatto gravissimo, senza precedenti. È un punto di svolta politico, diplomatico e di intelligence, molto significativo, che difficilmente potrà essere rimarginato”. A sottolineare la profondità del momento è Alessandro Marrone, responsabile del programma “Difesa, sicurezza e spazio” dell’Istituto Affari Internazionali.

“Il fatto che una mezza dozzina di alleati europei abbiano mandato un continente militare, per quanto molto limitato, ha un significato simbolico importante. Il quotidiano ci regala costanti cambi di scenario, e la trattativa informale fra Trump e il segretario della NATO, Mark Rutte, pare abbia messo sul piatto una divisione del piatto semplice. Cosa che ovviamente non è, e l’incontro successivo della premier danese Mette Frederiksen e del suo omologo groenlandese Jens-Frederik Nielsen è servito sicuramente per fare approfondite riflessioni sui prossimi passi da compiere”.
Quindi gli stati europei hanno fatto bene a contrapporsi simbolicamente ma con decisione alle minacce di Trump, portando truppe in Groenlandia? “Sono stati bravi a restare lucidi, freddi di fronte alle dichiarazioni della Casa Bianca. Il tono europeo è stato pragmatico, chiaro. Il senso del messaggio è che se gli Stati Uniti vogliono più garanzie di sicurezza, l’Europa è pronta a lavorarci congiuntamente, nel quadro della NATO. Ma senza che sia necessario cambiare lo status giuridico dell’isola”.
Quanto è possibile che la NATO si sfaldi, o che i Paesi nordici creino un blocco autonomo più orientato sui propri obiettivi? “Credo si stia andando verso una direzione per cui si possano creare coalizioni ad hoc“, riflette Marrone. “Già la Gran Bretagna anni fa era stata investita di questa responsabilità, di essere capofila della Joint Expeditionary Force per eventuali situazioni belliche nell’alto Nord. Visto che adesso tutti i membri della NORDEFCO (la cooperazione nordica in materia di difesa e sicurezza collettiva, ndr) sono anche nell’ambito della NATO, è tutto più fluido. Esercitazioni congiunte, informazioni condivise, standard armonici. Gli stati nordici possono essere un blocco importante, sia a livello militare per la Russia, sia a livello diplomatico contro eventuali pressioni statunitensi”.
Il canarino del grisù
Come i celebri uccellini, che dalle gabbie cinguettavano nelle miniere avvertendo i minatori per la presenza del gas, così la Groenlandia ci fa vedere più direttamente lo stato dell’arte della politica internazionale. “Arctic Endurance” è l’esercitazione militare promossa dalla Danimarca in Groenlandia, che ha visto la partecipazione di numerose nazioni europee, tra cui Francia, Germania, Svezia, Finlandia e Paesi Bassi. Ma se questa forza è stata vista anche – inevitabilmente – come uno schieramento di truppe contro gli Usa, è anche per la rivelazione della rete televisiva danese Dr, secondo cui i soldati inviati da Copenhagen avessero ricevuto l’ordine di aprire il fuoco contro una possibile invasione statunitense.
L’Arktisk Kommando, il quartier generale militare danese a Nuuk, ha di stanza circa 90 effettivi. Una quota rafforzata già negli scorsi giorni, così come è stata rimpolpata la flottiglia militare che pattuglia le acque tra le Isole Fær Øer e la Groenlandia. Entro la fine di gennaio i caccia F-35 della Danimarca inizieranno un’attività di esercitazione insieme ad alcune unità dell’aeronautica francese, con voli di pattugliamento dall’Islanda lungo la costa orientale della Groenlandia.

“Quella che è in atto è sicuramente una grave crisi. Ma dobbiamo anche guardarla come uno specchio dei tempi”. Francesco Munari, professore ordinario di diritto dell’Unione europea all’Università di Genova, è categorico sul punto. “Donald Trump è un epifenomeno non solo della crisi interna statunitense, ma dello sviluppo del capitalismo di questo millennio nel quale pochissime persone hanno accumulato ricchezze personali impensabili in passato, e con questo una sensazione di onnipotenza e di insofferenza innanzitutto verso le istituzioni e lo stato di diritto interni. Vista la posizione del presidente Trump, questa sensazione si trasferisce purtroppo anche nella sfera internazionale”.
Lo specchio dei tempi
Quindi la Groenlandia è solo un sintomo di una causa più profonda? “Probabilmente sì”, prosegue Munari, che all’università di Genova insegna anche diritto transnazionale dell’ambiente e diritto marittimo. “Il punto non è il diritto internazionale in sé, sulle cui norme vi è ampio consenso, ma è la sua capacità di reagire alle violazioni di queste norme. Nella storia recente, la principale tenuta del sistema, che è strutturalmente più debole degli ordinamenti interni sul piano dell’enforcement, veniva dalla spontanea adesione degli Stati a principi e regole (sovranità, cooperazione, collaborazione), che restano tuttora fondamentali, dal punto di vista giuridico, morale e politico. Questo fenomeno ci ha consentito pure di sopportare carenze notevoli, il cui esempio più macroscopico è dato dalla governance delle Nazioni Unite.

Quando invece qualcuno dei protagonisti, come gli Stati Uniti, rifiutano di seguire volontariamente quel sistema di principi e regole, allora si creano situazioni quali quella che viviamo oggi con la Groenlandia, e non solo. Detto questo, sarei piuttosto scettico nel celebrare il funerale del diritto internazionale. Le pretese dell’amministrazione Usa sulla Groenlandia non sono oggi “più legittime” (o meno illegittime) di prima: sappiamo tutti che l’occupazione di territori altrui è contro la legge internazionale, e lo sa anche chi vorrebbe rendersi protagonista di questa azione. Tanto è vero che prova a giustificarla con argomenti, pur debolissimi, di sicurezza nazionale e di difesa degli interessi delle stesse vittime di questa possibile iniziativa, la cui sorte sarebbe altrimenti decisa da Russia o Cina.
Se vogliamo dire che, al momento, non abbiamo strumenti efficaci per limitare pretese come questa, sono senz’altro d’accordo. E neppure penso praticabile una riforma dell’ONU, men che meno in questo momento storico. Dobbiamo piuttosto sforzarci di uscire dalla logica del commento quotidiano degli eventi, e guardare al lungo periodo. Questo vale anche e soprattutto dentro gli Stati. La politica estera e il posizionamento internazionale di qualsiasi Stato, compreso il nostro, sono definiti da trattati e alleanze, e non dovrebbero diventare materia per quotidiane schermaglie politiche, che tra l’altro impediscono ai cittadini di capire la delicatezza del momento, e a concorrere ove del caso anche a scelte importanti sul contributo che potrebbe essere necessario fornire per garantire la pace e la sicurezza internazionale”.
Leonardo Parigi
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belle parole ma se viene invasa da cina e russia come tibet e ucraina le parole non servono !!! realismo e visione del futuro : non retorica parassitaria e miope !!