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La guerra nel Golfo e il nodo del GNL

Il terminal GNL di Ras Laffan in Qatar.

La guerra nel Golfo riapre la partita energetica globale, tra crisi delle rotte marittime, flotta ombra russa e nuovi equilibri nel mercato del GNL. Ne abbiamo parlato con Erdem Lamazhapov, dottore di ricerca presso l’Istituto Fridtjof Nansen di Oslo.

La vulnerabilità delle rotte energetiche globali

La guerra imperversa nel Golfo Persico. L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica ha scatenato un conflitto che promette conseguenze di portata generazionale, tanto più se dovesse protrarsi per più di qualche settimana.

La chiusura dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più sensibili per il commercio mondiale di petrolio e gas liquefatto, ha ricordato quanto l’architettura energetica globale dipenda da pochi corridoi marittimi strategici. Circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto (GNL) transitano attraverso questo stretto passaggio tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano.

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Lo Stretto di Hormuz collega il Golfo di Oman con il Golfo Persico in questa fotografia scattata dalla Stazione Spaziale Internazionale. Foto: Nasa

Per l’Europa la questione ha un peso particolare. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, molti Paesi europei hanno ridotto drasticamente la dipendenza dal gas russo, aumentando invece le importazioni di GNL da altri fornitori, tra cui Stati Uniti e Qatar. Questo riequilibrio energetico ha però comportato anche un nuovo grado di vulnerabilità: gran parte di quel gas deve attraversare proprio lo Stretto di Hormuz.

L’instabilità nel Golfo Persico, quindi, non è soltanto una questione regionale, ma ha conseguenze che si stanno già sentendo a ben altre latitudini, come nell’Artico. Eventi militari o tensioni geopolitiche nell’area possono produrre effetti immediati sul mercato globale del gas, influenzando prezzi, rotte e strategie energetiche di governi e compagnie.

Già dalle prime ore del conflitto il giornalista Malte Humpert ha sottolineato come una crisi prolungata nel Golfo possa avere effetti anche sulla Russia. Se gli importatori iniziassero a percepire il GNL proveniente dalla regione come più rischioso, potrebbero infatti guardare con maggiore attenzione ad altre fonti di approvvigionamento, compreso il gas russo. Questo non significa necessariamente un ritorno della Russia sul mercato europeo, un’opzione che sta comunque prendendo piede con l’impennata dei prezzi di questi giorni. Ma potrebbe creare nuove opportunità su altri mercati, soprattutto asiatici.

A complicare ulteriormente il quadro c’è un dato che mostra quanto il rapporto energetico tra Europa e Russia sia tutt’altro che risolto: nel febbraio 2026 l’Unione Europea ha importato il 100% della produzione disponibile del progetto russo Yamal LNG, uno dei principali impianti di esportazione di gas liquefatto dell’Artico. La Francia ha ricevuto la quota maggiore delle consegne, seguita da Belgio e Spagna. Si tratta del primo mese dall’avvio del progetto in cui tutti i carichi di Yamal sono stati consegnati a porti europei, senza alcuna spedizione diretta verso Asia o Cina.

Un dato che evidenzia una contraddizione strutturale nella politica energetica europea: mentre Bruxelles si prepara a vietare le importazioni di GNL russo dal 2027, il gas proveniente dall’Artico continua a trovare un mercato privilegiato proprio nei porti dell’Unione.

La “shadow fleet” russa

Negli ultimi tre anni le sanzioni occidentali hanno trasformato profondamente il sistema logistico attraverso cui la Russia esporta le proprie risorse energetiche. Il petrolio è riuscito a trovare nuove rotte verso Asia e Africa grazie a una vasta rete di intermediari e navi che operano al di fuori dei circuiti tradizionali del commercio marittimo.

Per il gas naturale liquefatto la situazione è più complessa. Il trasporto di GNL richiede navi altamente specializzate – le metaniere – e infrastrutture di liquefazione e rigassificazione molto sofisticate. Le sanzioni occidentali hanno limitato l’accesso russo a nuove navi e tecnologie, creando un serio collo di bottiglia logistico.

Per aggirare queste restrizioni Mosca ha iniziato a costruire una rete parallela di trasporto energetico, spesso definita “shadow fleet”. Si tratta di navi acquistate attraverso società di comodo, registrate sotto bandiere di convenienza o gestite tramite intermediari, con l’obiettivo di ridurre la tracciabilità delle esportazioni russe.

Questo sistema, tuttavia, rimane fragile. Le navi sono poche, spesso vecchie, e operano in condizioni di forte pressione politica e commerciale. Qualsiasi incidente o deviazione può avere conseguenze significative sull’intera catena logistica.

È proprio ciò che è accaduto dopo poche ore dall’inizio del conflitto in Iran, con l’affondamento della metaniera Arctic Metagaz, episodio che ha attirato l’attenzione degli osservatori sul funzionamento e sulle vulnerabilità di questa flotta informale.

L’affondamento della Arctic Metagaz

Nella notte tra il 2 e il 3 marzo, la metaniera russa Arctic Metagaz si trovava nel cuore del Mediterraneo centrale, a circa 150 miglia nautiche a sud-est di Malta, quasi al confine con le acque territoriali libiche. L’imbarcazione, partita da Murmansk con un carico di 62.000 tonnellate di GNL siberiano, era diretta a Port Said per imboccare il Canale di Suez e da lì dirigersi verso l’Asia. È stato in quel momento che la Libyan Ports and Maritime Transport Authority ha ricevuto una chiamata di soccorso che riferiva di improvvise esplosioni multiple a centro nave, seguite da un vasto incendio.

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La nave metaniera Arctic Metagaz nel Mediterraneo il 3 marzo 2026 brucia dopo un attacco per cui Mosca accusa l’Ucraina. Foto di Kyiv Independent

Il Ministero dei Trasporti russo ha denunciato un attacco condotto con droni navali partiti dalle coste libiche, puntando il dito contro l’intelligence ucraina. Sulla vicenda è intervenuto lo stesso presidente Putin, definendo l’episodio un “atto di terrorismo internazionale” volto a minare la stabilità energetica globale e sottolineando come colpire una nave civile carica di GNL in acque tanto trafficate rappresenti un pericolo non solo per la Russia, ma per l’intera sicurezza marittima del Mediterraneo.

L’affondamento della Arctic Metagaz mette a nudo la fragilità della “shadow fleet” russa, l’insieme di navi utilizzate da Mosca per eludere le sanzioni del G7 e dell’Unione Europea sul GNL artico; la perdita del carico rappresenta un duro colpo per la logistica di Mosca. L’affondamento ha infatti già spinto diverse unità della flotta ombra a riconsiderare le proprie rotte.

La metaniera Arctic Pioneer, che risaliva il Canale di Suez proprio mentre avvenivano le esplosioni, ha interrotto la navigazione al largo di Port Said. La Arctic Vostok, che si trovava nell’Oceano Indiano, diretta verso ovest, ha invertito la rotta a sud dello Sri Lanka per intraprendere la circumnavigazione dell’Africa. Questa deviazione, pur garantendo sicurezza dai droni ucraini, aggiunge migliaia di miglia nautiche al viaggio.

Vecchie flotte e rotte alternative

Per trasportare il gas siberiano ai mercati mondiali, Mosca dispone oggi di una flotta estremamente ridotta: appena una dozzina di navi effettivamente operative, vecchie metaniere di seconda mano, acquistate tramite società di comodo per muoversi sotto i radar delle sanzioni internazionali. Con così poche navi a disposizione, ogni singolo giorno di navigazione conta. Quando una metaniera come la Arctic Vostok è costretta a circumnavigare l’Africa anziché attraversare il Canale di Suez, il viaggio si allunga di circa 10-14 giorni.

Il sistema funziona come una catena di montaggio dove mancano i furgoni per le consegne. Se hai solo dodici navi a disposizione, queste devono fare continuamente la spola tra la l’Artico e i clienti in Asia. Quando una rotta sicura come quella di Suez diventa non più praticabile, il meccanismo si inceppa. Se una nave è costretta a fare il giro lungo dell’Africa, impiega due settimane in più per tornare alla base.

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Il problema dei 12 scafi è proprio questo: sono troppo pochi per permettersi deviazioni o ritardi. Sono vecchie navi “di recupero” che Mosca usa perché non può più comprare quelle moderne a causa delle sanzioni. Con una flotta così ridotta e le rotte che diventano pericolose, l’intero progetto Arctic LNG 2 finisce per viaggiare col freno a mano tirato, riuscendo a esportare appena un terzo di quello che potrebbe produrre a pieno regime.

Intervista a Erdem Lamazhapov: “La chiusura di Hormuz serve agli interessi russi nel breve periodo”

Per comprendere meglio come questi sviluppi possano influenzare gli equilibri del mercato energetico globale, abbiamo parlato con Erdem Lamazhapov, analista esperto di Russia e Cina, presente a Roma in occasione di Arctic Circle – Polar Dialogue.

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Erdem Lamazhapov interviene ad Arctic Circle – Polar Dialogue a Roma. Foto © Osservatorio Artico

La crisi nello Stretto di Hormuz può rappresentare un vantaggio per la Russia nel mercato globale del gas?

“Non credo che la Russia sia particolarmente felice del conflitto tra Israele e Iran o dell’instabilità nella regione. Tuttavia è indubbio che la situazione attuale, con lo Stretto di Hormuz chiuso, serva agli interessi russi nel breve periodo.

Molti Paesi, soprattutto europei, dipendono dal GNL proveniente dal Qatar e dal Golfo. Se il passaggio attraverso Hormuz diventa pericoloso o addirittura bloccato, questo rende quel gas meno attraente per gli acquirenti nel medio periodo.

Il problema non è soltanto la chiusura dello stretto. Anche se dovesse riaprire, rimarrà comunque la possibilità che possa succedere di nuovo. Questo tipo di rischio pesa molto nelle decisioni di chi importa gas.”

“Il mercato globale del gas potrebbe avere un surplus nel breve periodo”

La crisi nel Golfo può cambiare gli equilibri del mercato globale del gas?

“Molte proiezioni indicano che nel breve e medio periodo potrebbe esserci un surplus di GNL sul mercato globale. Successivamente la domanda dovrebbe tornare a crescere, soprattutto quando i Paesi del Sud-Est asiatico inizieranno ad aumentare i loro consumi energetici.

Naturalmente bisogna ricordare che storicamente molte previsioni sui prezzi del gas e del petrolio si sono rivelate errate. Ma se queste proiezioni dovessero rivelarsi corrette, e se le sanzioni europee continueranno a limitare le esportazioni russe verso l’Europa, la Russia cercherà semplicemente altri mercati per il proprio gas.”

“La Russia dovrà esportare sempre di più verso l’Asia”

Se l’Europa rimane chiusa al gas russo, quali sono le alternative per Mosca?

“La Russia dovrà necessariamente orientare le proprie esportazioni verso altri mercati, soprattutto in Asia.

Una possibilità è utilizzare la Northern Sea Route lungo le coste artiche. Un’altra è la rotta molto più lunga che passa attorno al Capo di Buona Speranza per raggiungere l’Asia.

Non è una soluzione ideale, ma è una delle opzioni disponibili se la Russia vuole continuare a esportare gas verso quei mercati.”

“La Cina si trova in una posizione molto difficile”

Come si inserisce la Cina in questo scenario energetico?

“La Cina si trova in una situazione molto complicata. Alcuni dei suoi principali partner strategici nella penisola arabica sono stati attaccati da un altro partner strategico di Pechino, cioè l’Iran.

Per questo motivo la Cina non sta intervenendo direttamente nella crisi. Dipende molto dal gas del Golfo e non vuole compromettere i rapporti con nessuna delle parti coinvolte.

Se però dopo questa crisi il GNL proveniente dal Golfo dovesse essere percepito come meno sicuro, allora Pechino potrebbe essere più incline ad aumentare gli acquisti di gas russo per compensare questo rischio.

Allo stesso tempo la Cina ha sempre cercato di evitare una dipendenza eccessiva da un singolo fornitore di energia.”

“Power of Siberia 2 resta una grande incognita”

Questa situazione potrebbe accelerare il progetto del gasdotto Power of Siberia 2?

“È possibile, ma non è affatto scontato. Il gas trasportato tramite gasdotto è molto più sicuro rispetto al GNL perché si tratta di un’infrastruttura stabile e di lungo periodo. Una volta costruito, lega i due Paesi per decenni.

Tuttavia, non è ancora chiaro perché la Cina non sia stata completamente soddisfatta dalle proposte russe sul progetto. Una delle questioni riguarda probabilmente il prezzo del gas. Un’altra riguarda la Mongolia, che dovrebbe essere il Paese di transito del gasdotto. Alcuni si chiedono se possa essere considerata un partner affidabile nel lungo periodo.

Inoltre la situazione politica in Mongolia è cambiata di recente e non è ancora chiaro se il nuovo governo sarà altrettanto favorevole al progetto. La Mongolia è un Paese piccolo, stretto tra Russia e Cina. Deve quindi bilanciare le proprie relazioni con entrambe le potenze e allo stesso tempo cercare di mantenere una certa autonomia. Per tutti questi motivi, la situazione è piuttosto complessa.”

Enrico Peschiera

Tommaso Bontempi

Osservatorio Artico © Tutti i diritti riservati

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