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Il petrolio russo sdoganato da Washington

La crisi nel Golfo Persico costringe Washington ad allentare temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo, riaprendo tensioni con gli alleati europei e ridisegnando gli equilibri del mercato energetico globale. E l’Artico, in questa partita, è fondamentale.

Trump riapre al petrolio russo

Gli Stati Uniti hanno ufficialmente autorizzato l’acquisto di petrolio russo. Lo ha annunciato il Segretario al Tesoro Scott Bessent, specificando che si tratta di “un’autorizzazione temporanea che consente ai Paesi di acquistare petrolio russo attualmente bloccato in mare”. Washington la presenta come una misura circoscritta, di breve durata, che “non apporterà significativi benefici finanziari al governo russo”. La licenza rilasciata dal Tesoro statunitense resterà valida fino all’11 aprile e riguarda in particolare carichi già imbarcati su petroliere prima del 12 marzo.

petrolio russo bessent
Il presidente statunitense Donald Trump insieme a Scott Bessent, segretario al Tesoro.

Per un’amministrazione che ha costruito parte della propria narrazione in politica estera sull’isolamento economico di Mosca, si tratta di un passo dal peso simbolico enorme. Le sanzioni contro la Russia, introdotte dopo l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022 e mai completamente smontate nemmeno durante i mesi di disgelo diplomatico tra Trump e Putin, cedono oggi davanti all’emergenza energetica globale. La decisione ha inoltre riaperto tensioni all’interno del fronte occidentale: diversi governi europei hanno espresso sorpresa e irritazione per una scelta che rischia di indebolire la pressione economica su Mosca. A fare eccezione, come al solito, solo l’Ungheria di Orban.

Per capire la mossa americana bisogna guardare, naturalmente, al Golfo Persico, dove dal 28 febbraio scorso è in corso un conflitto che – come tutti i conflitti che avvengono in Medio Oriente – sta riscrivendo le regole del mercato energetico mondiale.

Hormuz, lo Stretto cruciale

La guerra che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran ha provocato, in meno di due settimane, quella che l’Agenzia Internazionale per l’Energia definisce senza mezzi termini “la più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale”.

Lo Stretto di Hormuz è chiuso. Da quel corridoio transita normalmente un quinto del greggio mondiale, e la sua chiusura ha fatto impennare il prezzo del Brent oltre i 100 dollari al barile. In questo vuoto improvviso, il petrolio russo è diventato la risorsa più rapida da mobilitare. Secondo i dati delle società di tracciamento navale, fino a 420.000 tonnellate di gasolio e diesel si trovano attualmente su petroliere in navigazione o in stoccaggio galleggiante e potrebbero ora essere venduti grazie alla deroga concessa da Washington.

A guadagnarci è Mosca, che dalla chiusura di Hormuz ha visto la propria rendita energetica impennarsi in modo vertiginoso. La Russia starebbe incassando fino a 150 milioni di dollari al giorno di entrate aggiuntive dalla vendita di greggio e potrebbe accumulare tra 3,3 e 4,9 miliardi di dollari di guadagni extra entro la fine di marzo, una manna che arriva dopo mesi difficili, in cui Mosca era costretta a svendere il proprio petrolio con forti sconti.

petrolio russo lukoil
Il simbolo di Lukoil, una delle maggiori aziende petrolifere russe.

Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov non ha nascosto la propria soddisfazione: stabilizzare il mercato energetico globale, ha dichiarato, è “impossibile” senza la Russia, aggiungendo che Mosca e Washington hanno in fondo “interessi simili” nel cercare questa stabilizzazione.

La centralità dell’Artico

È in questa partita che entra in gioco l’Artico. La crisi del Golfo ha reso evidente, ancora una volta, quanto il mondo rimanga ostaggio di poche rotte marittime concentrate in zone instabili. Le riserve artiche -norvegesi, canadesi, statunitensi e, soprattutto, russe – tornano al centro del dibattito strategico con una forza nuova. E in un sistema energetico globale così vulnerabile ai blocchi dei cosiddetti chokepoint marittimi, dalle strettoie di Hormuz e Bab el-Mandeb fino al Canale di Suez, l’Artico viene sempre più spesso evocato anche per le rotte alternative.

petrolio russo piattaforma
Piattaforma petrolifera offshore artica “Prirazlomnaya” nel Mare di Pechora, a sud di Novaya Zemlya, Russia. Foto: Gazprom.

L’incoerenza statunitense è difficile da ignorare. Un’amministrazione che si è presentata al mondo e ai cittadini statunitensi, tra le altre cose, come paladina dell’indipendenza energetica “made in USA”, che ha spinto sulla produzione domestica e ha agitato lo spettro della dipendenza dall’estero come pericolo esistenziale, si trova oggi a riaprire i rubinetti del petrolio russo per tamponare una crisi da essa stessa creata.

Il risultato, oggi, è questo: sanzioni smontate in fretta, Mosca rafforzata in un momento di forte debolezza e un mercato globale dell’energia che potrebbe tornare a dipendere dalle decisioni del Cremlino. “Temporaneo”, assicura Bessent. Vedremo.

Tommaso Bontempi

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Autore

  • Dottore in Relazioni Internazionali Comparate, laureato presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Sono appassionato di tutto ciò che riguarda l’Europa orientale, dalla storia alla cultura alle lingue. La mia vita si svolge tra l’Italia e la Russia.

Tommaso Bontempi
Dottore in Relazioni Internazionali Comparate, laureato presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Sono appassionato di tutto ciò che riguarda l’Europa orientale, dalla storia alla cultura alle lingue. La mia vita si svolge tra l’Italia e la Russia.

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