Nonostante le intemperie, che hanno costretto Ramòn a rinunciare al suo obiettivo di raggiungere la costa, la spedizione si rivela comunque un successo, dimostrando l’autonomia di tutta la crew di Windsled anche in situazioni complesse. Un ottimo punto di partenza per la prossima missione. Ultimo capitolo del diario di bordo di Antonio Mangia.
5-7 giugno, giorno 31-33.
Una delle tappe più dure della spedizione. E un altro successo: anche la via del ritorno dalla calotta è assicurata!
Dal momento in cui la squadra si è ritrovata riunita al campo base, dopo un po’ di riposo, è stato un lavoro intenso finire gli inventari e creare un deposito che possa resistere 11 mesi sulla calotta. Abbiamo anche dovuto organizzare il viaggio e l’attrezzatura essenziale di sopravvivenza, cibo e equipaggiamento per scendere verso la costa più leggeri possibile. Il tempo non voleva aiutarci: vento forte che sollevava neve ovunque, sole forte che poi la fondeva ovunque; dovendo conservare tutto il più asciutto possibile, erano tra le condizioni peggiori immaginabili. L’inventario rimanente abbiamo dovuto organizzarlo dentro una tenda, portando le cose a poco a poco, per evitare che si riempisse tutta di neve.
Dopo dodici ore di lavoro ininterrotto, verso mezzanotte, abbiamo fatto una cena veloce e siamo risaliti su slitte e motoslitte. Ha avuto inizio quello che sarebbe stato un viaggio di quattordici ore verso la costa. Doveva essere più breve, ma il problema con una delle due motoslitte è peggiorato, costringendoci a diverse soste, alcune con intervalli di dieci minuti per raffreddare i motori, e a un lavoro di riorganizzazione dei pesi. Verso la fine anche la seconda motoslitta ha iniziato a soffrire. Scendendo, la neve si è fatta più pesante, ma almeno il tempo, per una volta, ci è stato gentile: il vento che ci aveva creato tanti problemi durante l’inventario soffiava esattamente nella nostra direzione di marcia, rendendo il viaggio meno spiacevole soprattutto per me e Ramon, caricati sulle slitte come bagagli e particolarmente esposti alle intemperie. Questa posizione però ci dava la vista migliore sul ghiacciaio, e ci permetteva di restare semidistesi pur incassando le botte più importanti. Il paesaggio potrebbe risultare monotono a qualcuno, ma il deserto, che sia di neve o di ghiaccio, per me ha sempre un suo effetto ipnotico. E dopo 6-7 ore abbiamo cominciato a scorgere le montagne in lontananza. Il paesaggio ha cominciato a movimentarsi, con valli e letti di fiumi tra le dune di neve, sempre più bello.
Dopo quasi trenta ore ore di veglia continua, di cui quattrodici ore sulla “strada”, siamo riusciti a raggiungere la fine della calotta, e lì abbiamo deciso di allestire il campo. Gli ultimi km, con frequenti e lunghe discese, sono stati piuttosto impressionanti, almeno per me: in discesa le slitte rischiano di andare più veloci della motoslitta, e per evitare incidenti la motoslitta deve andare sempre più veloce. Ci sono stati momenti in cui cominciavamo a sbandare, e faceva un po’ impressione. Io avevo tra le mani una grossa corda, che nel caso avessimo preso troppa velocità dovevo infilare sotto la slitta come freno: è una tecnica mutuata dalle slitte trainate dai cani, qui in Groenlandia. A tratti ho avuto un po’ di tensione (fifa, per essere onesti: penso che abbiamo raggiunto velocità sostenute, tipo 60-70 km/h), diciamolo, ma allo stesso tempo assoluta fiducia nella capacità di JJ di gestire la situazione. E infatti tutto è andato liscio, e alla fine mi sono anche divertito parecchio.

La motoslitta che andava meglio, guidata da JJ, alla fine stava trasportando la maggior parte del peso, con me e Ramon. La motoslitta guidata da Bendt, con Clotaire come passeggero, stava avendo molti problemi e a un certo punto è rimasta indietro. Noi non potevamo fermarci, per il timore di non riuscire più a ripartire nella neve profonda, e siamo andati sino in fondo. Dopo aver allestito il campo, visto che Bendt e Clotaire non arrivavano, JJ senza perdere tempo ha preso la moto e, tra neve disfatta dal calore e motoslitta che singhiozzava, si è lanciato in una missione di “salvataggio” piuttosto difficile, che nessuno meglio di lui poteva compiere. Quando è arrivato alla loro posizione, a circa 7-8 km da noi, li ha trovati che dormivano: si erano fermati per un riposino in attesa che la motoslitta si raffreddasse, ma 28 ore svegli di fila li avevano spediti tra le braccia di Morfeo per un paio d’ore. JJ li ha svegliati (più o meno: Clotaire racconta che per almeno 15 minuti non ha capito cosa stesse accadendo né dove si trovasse), e sono tornati tutti insieme senza grossi problemi.
Così stanchi da non riuscire neanche a dormire, dopo un pasto che poteva essere indifferentemente colazione, pranzo, merenda o cena, e una serie di brindisi con il whisky rimasto, abbiamo perlustrato un po’ la zona, affondando nella neve fino al ginocchio a ogni passo. Scendendo dal ghiacciaio abbiamo individuato un lago, prodotto dalla fusione della neve, che potrebbe complicare le cose, perché dovremo attraversarlo con le motoslitte e tutto l’equipaggiamento. Siamo equipaggiati con i packraft (una specie di gommoncini), ma speriamo di non doverli usare. È ora di riposare e godersi la vista magnifica sul fiordo, ancora sorprendentemente coperto di neve.

7-8 giugno, Giorni 32 e 33
Dopo qualche ora di sonno (forse quattro o cinque: il ciclo sonno-veglia ormai è solo un ricordo), siamo partiti per esplorare la zona circostante alla ricerca di un buon percorso per scendere dal ghiacciaio, evitando l’acqua il più possibile.
Abbiamo in teoria solo il minimo indispensabile, ma c’è ancora una quantità considerevole di attrezzatura e carburante da spostare, e soprattutto le motoslitte dovevano riuscire a scendere. E il solo bagaglio di Patrick pesa oltre 60kg, contro una media di 20 degli altri. Attraversare grandi distese d’acqua sarebbe un problema serio, anche se abbiamo i packraft, ovvero dei gommoncini gonfiabili che abbiamo portato proprio per questo motivo. Ma ancora una volta la Groenlandia è stata generosa: JJ, Bendt e Ramon hanno trovato una via d’uscita asciutta, che ci ha portati dritti all’Hydrocopter in poche corse di motoslitta, con dei minimi tratti di trasporto a mano (fatti da me e Clotaire).
Ci aspettavamo una giornata di carichi sulle spalle, piedi bagnati, discese tra rocce e ghiaccio… E invece in poche ore, senza grandi fatiche, siamo di fronte al mare, la via per casa. Appena sveglio avevo scherzato su quella che sembrava una assurda ipotesi di una doccia a fine giornata: alla fine invece sembra a portata di mano! Ma l’avventura non è finita. L’Idrocottero non funziona benissimo (il timone è rotto, e per pilotarlo si farà un sistema di corde un po’… creativo), e dobbiamo superare un tratto di mare semicongelato di circa 5 km. Per diminuire il lavoro dell’idrocottero abbiamo portato con le motoslitte tutto il carico possibile sino al limite del ghiaccio marino sicuro.
Io e Patrick siamo rimasti lì, con l’attrezzatura, per ore (li ho “pranzato”, verso le 5 del mattino, con una bella carbonara liofilizzata), mentre gli altri mettevano al sicuro le motoslitte per l’inverno. Stare sul ghiaccio marino faceva impressione, soprattutto all’inizio. E per fortuna avevo gli stivali di gomma: soprattutto in primavera avviene questo fenomeno: lo strato di ghiaccio è solido, ma sott’acqua di una decina di centimetri. Si cammina su uno strato di neve congelata che galleggia su quei dieci centimetri d’acqua. E si va rompendo quasi ad ogni passo, dando l’impressione di essere sempre sul punto di cadere in acqua. Ci si abitua, ma comunque bisogna fare attenzione. Il posto è magnifico, neanche a dirlo, meglio le foto.

Nel frattempo aspettavamo Mathias, il cacciatore che ci sarebbe venuto a prendere in barca. Una volta messe le motoslitte al sicuro, e costruito una specie di timone per l’idrocottero, abbiamo cominciato a fare vari viaggi per portare il materiale su un’isoletta, da cui poi Mathias ci avrebbe recuperato con la barca. Io sono stato lasciato solo su quella magnifica isoletta, anche se purtroppo per poco tempo: era un posto fantastico. Ed ero solo, per la prima volta dopo un mese.
Qualche viaggio in idrocottero, varie ore di “traslochi”, e un paio d’ore di navigazione… E siamo arrivati ad Upernavik! È stato così rapido che sembrava irreale.
Non era ancora tempo di doccia, però: abbiamo dovuto trasportare tutti i materiali in un magazzino, alcuni ad asciugare, perché stava per arrivare un temporale. Dopo le ennesime 24 ore sveglio di fila, ho potuto mettermi in doccia.
Birra.
Fine.
Antonio Mangia
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