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Tromsø osservata speciale: sviluppi e segnali da CNARC e Arctic Frontiers

Tra scienza e sicurezza, la “porta dell’Artico” Tromsø diventa il laboratorio dove si misura la tenuta della cooperazione internazionale nel nuovo contesto geopolitico.

Tromsø, the place to be

Per una settimana, all’inizio di febbraio, Tromsø è diventata l’epicentro delle discussioni della regione artica. Nel giro di pochi giorni si sono svolti infatti l’11° simposio del China–Nordic Arctic Research Centre (CNARC) e, soprattutto, la conferenza internazionale Arctic Frontiers, che hanno riunito numerosi policy‑makers, accademici, scienziati, giornalisti, rappresentanti del mondo economico e della ricerca.

Tromsø
Statua in bronzo a grandezza naturale di un orso polare all’esterno del Museo Polaria di Tromsø. Foto di Marco Volpe

Un’occasione molto utile per misurare il termometro politico della regione e capire come stia evolvendo il dibattito artico. I temi della cooperazione scientifica continuano a essere centrali, ma sono sempre più affiancati da questioni legate alla sicurezza, alla competizione tra grandi potenze e alla ridefinizione degli equilibri internazionali. Nei diversi panel e incontri dei due congressi, questi livelli si intrecciano in modo evidente.

La Cina nell’Artico, fra scienza e nuovi conflitti

I due appuntamenti sono molto diversi tra loro. Il CNARC, che coinvolge istituti di ricerca cinesi e nord‑europei, raccoglie poche decine di partecipanti. Nella cornice del Framsenteret di Tromsø, il simposio si articola in due giorni di presentazioni e discussioni su temi prettamente scientifici, senza però ignorare le difficoltà operative in un Artico segnato da una crescente competizione internazionale.

E quest’anno il dibattito che ne è emerso è risultato piuttosto franco: l’Artico sta cambiando e i conflitti e le rivalità tra grandi potenze influenzano sempre più le dinamiche regionali, riducendo, ma non compromettendo del tutto, gli spazi di cooperazione.

Durante il simposio vengono presentate le ricerche più recenti condotte nell’Artico. In particolare, sono stati illustrati i risultati della quindicesima spedizione cinese nella regione, realizzata tra luglio e settembre 2025. La missione, che ha coinvolto 99 persone – di cui 50 scienziati – aveva come obiettivo principale approfondire la conoscenza degli effetti del cambiamento climatico sul ghiaccio marino dell’Oceano Artico e delle risposte dell’ecosistema al suo ritiro.

Ricerca e diplomazia, gli antidoti alla competizione

Il contributo che la Cina può offrire alla ricerca polare è stato inquadrato anche in vista dell’Anno Polare Internazionale (IPY) del 2032-2033, grazie alla sua crescente flotta di navi e basi scientifiche, soprattutto in Antartide. La possibilità di condurre spedizioni scientifiche e altre attività commerciali nell’Artico è stata discussa in un contesto profondamente mutato, caratterizzato da dinamiche di sicurezza sempre più intense.

Foto di Marco Volpe

Nonostante ciò, la prospettiva di un confronto militare nella regione rimane considerata remota. Di fronte all’aumento delle tensioni, è stata evidenziata la resilienza di alcuni sistemi di governance che, pur influenzati dal conflitto in Ucraina, non sono stati completamente compromessi. Centrale è stata anche la discussione sul ruolo fondamentale delle popolazioni indigene.

Infine, diversi interventi hanno sottolineato la necessità di riportare la scienza al centro della cooperazione artica, come avvenne durante la Guerra Fredda, contrastando la crescente politicizzazione della ricerca. Sono stati individuati quadri regolatori nei quali è possibile salvaguardare ciò che dell’eccezionalismo artico resta, mantenendo canali per la cooperazione scientifica attivi nel quadro del Trattato sulla Pesca che, firmato nel 2018 ed entrato in vigore nel 2021, vede riunirsi a cadenza regolare tutti i firmatari, inclusi Russia, Cina e Stati Uniti.

Arctic Frontiers

Consesso del tutto differente, Arctic Frontiers ha visto la partecipazione di oltre mille persone e i dibattiti hanno ospitato figure di altissimo profilo, anche politico, che hanno animato il confronto spaziando dal cambiamento climatico, allo spazio, dall’economia alla cultura locale ed indigena. Da un punto di vista prettamente politico, il momento topico è stato l’intervento della rappresentante della politica estera europea Kaja Kallas e il Primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre.

I punti salienti dell’intervento della rappresentante dell’Unione Europea sono stati tre. Primo: l’Artico funge da snodo fondamentale per la sicurezza transatlantica e necessita di maggiore attenzione. Gran parte di questo punto si fonda sul posizionamento russo, non solo in merito alla guerra in Ucraina, ma anche all’ammodernamento delle infrastrutture militari di epoca sovietica e al potenziale nucleare dispiegato nella Penisola di Kola.

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Jonas Gahr Støre interviene ad Arctic Frontiers 2026. Foto di Arctic Frontiers

Secondo aspetto: il cambiamento dell’ordine mondiale, particolarmente evidente in Artico nell’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Groenlandia, rispetto alla quale l’Unione Europea sostiene l’integrità territoriale e il ruolo decisionale dei groenlandesi. Terzo e ultimo aspetto: l’Unione Europea sta lavorando ad una nuova policy che deve affrontare anche, e soprattutto, questi elementi legati alla dimensione securitaria.

Prospettive incerte

Appuntamenti come il CNARC e Arctic Frontiers aiutano a tracciare le evoluzioni delle dinamiche artiche in più settori. Più che confermare il crescente interesse per le opportunità commerciali e di sviluppo, ora si dà spazio agli interrogativi che accompagnano tali prospettive. Non più tanto la questione climatica, ma la componente geopolitica domina i tempi e le modalità con cui la regione cambierà. Cosa c’è di nuovo?

La frammentazione dell’ordine mondiale si riflette anche qui, in un Artico che va oltre la funzione di semplice specchio degli avvenimenti globali. Diventa il luogo in cui si approfondisce la distanza tra i like‑minded europei e nordamericani da un lato e gli Stati Uniti dall’altro. Emerge un tentativo di mantenere in piedi e attive le organizzazioni e i forum internazionali sopravvissuti agli shock della guerra in Ucraina e alle sue conseguenze. La dimensione regionale si rafforza grazie all’interesse nutrito da Paesi lontani: l’Italia e gli altri Paesi osservatori europei, Cina, Giappone e Corea per il blocco asiatico.

Marco Volpe

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Marco Volpe
the authorMarco Volpe
La lingua e la cultura cinese sono stati il mio punto di partenza negli anni della laurea triennale e magistrale a Roma. La passione per l'Artico l'ho maturata di pari passo con la crescita dell'importanza geopolitica della regione. Gli studi tra la University of Leeds e la Sioi di Roma mi hanno permesso di approfondirne la conoscenza e di svilupparne le tematiche. E penso che sia un dovere diffondere maggiore consapevolezza sulla rilevanza che l'Artico gioca oggi e nel prossimo futuro.

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