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Da Tortona all’Alaska, un viaggio in memoria di Umberto Nobile

Foto di Matteo Leddi

Cento anni dopo l’atterraggio del dirigibile Norge, lo studioso piemontese Matteo Leddi è andato fin sul Mare di Bering a ritrovare quel luogo.

Il cerchio si chiude

Lo avevamo salutato in partenza, qualche settimana fa, mentre preparava lo zaino per uno dei viaggi più complicati che si possano immaginare nel continente nordamericano. Matteo Leddi, classe 1995, studioso di storia militare e vicedirettore del Museo Storico Giuseppe Beccari di Voghera, era diretto a Teller, il minuscolo villaggio Inupiat affacciato sul Mare di Bering dove, il 14 maggio 1926, il dirigibile Norge di Umberto Nobile, Roald Amundsen e Lincoln Ellsworth concluse la prima trasvolata documentata del Polo Nord.

Da Roma a quella spiaggia in capo al mondo erano stati 13.000 chilometri di volo. E adesso da Tortona, dove vive, a quella stessa spiaggia, cento anni dopo. Leddi è partito per ritrovare quel luogo simbolo di una delle più affascinanti imprese polari della storia. Un giovane appassionato che ha voluto dare un significato concreto alla parola memoria.

Allora Matteo, com’è andata?

“È andata in un modo strano, ma sono felicissimo. Come ti dicevo, ho organizzato veramente tutto all’ultimo, perché un viaggio del genere è complicato da fare da solo e senza appoggi locali. Dopo molte ricerche senza successo, ho raggiunto grazie ad amici di amici del nostro console un ottimo contatto in Alaska: una persona gentilissima che ringrazio perché è stato lui a passarmi i riferimenti giusti.”

“Da lì sono arrivato a un indirizzo email, ho scritto, e mi ha risposto Casey Pape, membro dell’Explorers Club. Solo dopo ho scoperto che era già coinvolto con l’Aeronautica Militare italiana in quel progetto internazionale bellissimo che si chiama Norge Polar 100. Lui è la persona con cui mi sono accordato, perché sinceramente avevo un po’ paura ad andare da solo. Fare tutta quella strada, in posti davvero in mezzo al niente, con gente che non conosci, una mentalità diversa, dall’altra parte del mondo dove non sai cosa succede. Cercavo qualcuno che ci andasse, e ho trovato loro.”

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Matteo Leddi sulla strada per Teller

Chi c’era con te, alla fine?

“Un’allegra combriccola. C’ero io con la mia compagna Serena, che ringrazio perché mi accompagna in queste imprese con uno spirito di avventura incredibile. Poi Casey, una sua amica anche lei dell’Explorers Club, e Luca, un ragazzo originario di Bari che ormai vive a Nome da una vita. Ha sposato una donna del posto ed è amico di Casey. Pure lui, ho scoperto, era un po’ dentro al progetto del Norge.”

“E poi c’erano Cheryl Thompson, la direttrice del museo di Nome, e la sua amica Carol Gales, che è un’ornitologa. Con Cheryl, tra l’altro, il caso ha voluto che fossimo seduti di fianco in aereo da Anchorage a Nome senza saperlo. Parlando ha sentito che eravamo italiani e ci ha chiesto: “Ma voi siete qui per il Norge?”. Ecco come ci siamo conosciuti.”

E per arrivare a Teller?

“Da Nome ci aspettavano tre ore e mezza di strada sterrata, in mezzo al niente assoluto. Tundra e sterrato, e basta. Non puoi nemmeno andare veloce. Però è un paesaggio surreale, pieno di animali. Buoi muschiati, tantissime pernici artiche, certi uccelli carnivori piccoli e strani, e poi renne in abbondanza. E poi questa distesa sterminata di tundra che alla fine si chiude con una sottile riga bianca all’orizzonte, tra il cielo e la terra: il mare ghiacciato. Un effetto pazzesco.”

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Un bue muschiato. Foto di Matteo Leddi

“Ci fermavamo spesso perché Carol, l’ornitologa, voleva vedere tutti gli uccelli marini, e ogni tanto tra i ruscelli spuntavano le vecchie draghe di legno di inizio Novecento, i resti della corsa all’oro. Le ho chiesto, quasi scherzando: “Ma se metto le mani nel fiume e setaccio un po’, trovo davvero qualche pagliuzza?” E lei mi ha risposto convintissima che sì, è molto probabile. “Lì, se vai proprio con la mano, qualcosa che luccica lo trovi davvero.”

E Teller, come ti è apparsa?

“Dopo tre ore e passa il villaggio è comparso giù in lontananza, incassato in una conca, su una lingua di terra con davanti il mare completamente ghiacciato. Si è mostrato in tutta la sua autenticità, con case di epoche indefinite, mezzi abbandonati e arrugginiti, barche tirate in secca, strutture di legno secco dove mettono ad asciugare le pelli di buoi muschiati e la selvaggina. E poi ossa di balena, di tricheco, corna di ogni animale possibile, ammassate lì.”

“Un posto duro, vero, lontanissimo dal mondo che conosciamo. La prima cosa che ci ha catturato l’attenzione è stata una signora che puliva una foca con il tipico coltello Ulu, su delle assi di legno, con la pelle stesa sulla neve e le strisce di carne scurissima messe a seccare nel vento glaciale del Bering. Una scena fuori dal tempo che mi ha fatto fare un salto indietro di centinaia di anni.”

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Foto di Matteo Leddi

Vi siete sentiti accolti?

“Nessuno sembrava stupirsi più di tanto di gente arrivata dall’altra parte del mondo. Era il Memorial Day, festa nazionale: il paese era fermo, la scuola chiusa, non c’era quasi nessuno in giro. Ma noi eravamo lì per qualcosa di molto più particolare. Ci ha accolto subito una ragazzina del posto che stava lì in maglietta, pantaloncini e ciabatte con dieci gradi sotto zero, non capivo come facesse, e ci ha presentato il padre. Appena abbiamo detto che eravamo lì per il centenario del Norge, lui si è illuminato. La memoria locale, lì, è ancora molto radicata.”

I luoghi del Norge esistono ancora?

“Sì, ed è la parte che mi ha emozionato di più. C’è una targa commemorativa, messa tanti anni fa, proprio davanti al punto esatto dove il dirigibile fu trovato e smantellato. In quell’edificio, all’epoca, erano stati ritrovati dei resti del Norge, poi portati al museo di Nome. L’edificio oggi è abbandonato, con le finestre rotte, ed è proprietà privata. Ma da fuori si vedono ancora dei pezzi di alluminio, probabilmente dell’intelaiatura. Vederli lì, dove sono rimasti per un secolo, è stato davvero forte. Poco più avanti c’è la scuola, e all’esterno grandi pannelli dipinti a mano raccontano la storia di Teller: uno di questi raffigura proprio il Norge nel 1926. Il ricordo di quell’episodio è ancora molto vivo qui.”

E poi è arrivato il momento delle bandiere.

“Esatto. Siamo andati su una lingua di spiaggia che entra nel mare ghiacciato e abbiamo issato la bandiera italiana, quella norvegese, quella americana e la prestigiosissima bandiera dell’Explorers Club, che Casey portava con sé. Mai nella vita avrei immaginato di poter posare accanto a quella bandiera, che ha sventolato nei luoghi più impervi del pianeta. Abbiamo acceso un piccolo fuoco con i legni restituiti dal mare, e Casey e Luca avevano portato un po’ di roba da mangiare. In pratica abbiamo fatto un “aperitivo”, ma in quell’istante non stavamo ancora realizzando davvero quanto fosse straordinario trovarci lì.”

Mi hai accennato a un incontro che ti sei portato dietro.

“Più di uno. A un certo punto sono arrivati dei cacciatori Inupiat in quad, erano in giro da giorni, e si sono uniti a noi. Poi è spuntato un pick-up pieno di bambini e ragazzi che si sono seduti intorno al fuoco. Sono bastati due snack, qualche caramella e una Coca-Cola per renderli felicissimi.”

“C’era un bambino con la faccia da nativo, con quei lineamenti artici bellissimi: ha visto la lattina di Coca-Cola, l’ha presa e se l’è infilata in tasca, e mi ha fatto una tenerezza incredibile. Mi ricorderò il suo sorriso per tutta la vita. Si capiva benissimo quanto la vita lì sia dura – non hanno nemmeno l’acqua corrente, e in tutto sono circa trecento persone – ma anche quanto quella gente sia forte e legata alla propria terra.”

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Foto di Matteo Leddi

Chi altro hai incontrato fra gli abitanti di Teller?

“Si è fermato con noi un signore più anziano. Con un inglese difficile ma affascinante ci ha raccontato che suo nonno era uno degli abitanti di Teller del 1926 e aveva aiutato la popolazione a tirare giù il dirigibile con le funi. Poi ha iniziato a parlarci del suo bisnonno che andava a caccia di orsi polari, foche e trichechi su kayak ricoperti di pelle di foca, armato solo di un bastone e di un arpione di legno e osso. Settimane intere in mare ghiacciato, migliaia di chilometri, per poter mangiare. Una cosa pazzesca. Prima di salutarci ci ha persino mostrato il suo antico strumento per pescare nel ghiaccio, un bastoncino tutto decorato con una lenza.”

Tutto questo in un giorno solo?

“Sì, perché lì non c’è niente, non potevamo fermarci. Quando ci siamo accorti che ci aspettavano ancora quasi quattro ore di strada per tornare, siamo ripartiti. E intanto il sole non tramontava mai. Siamo tornati a Nome e il giorno dopo ci siamo presi un momento al museo, di cui Cheryl è direttrice. Lì abbiamo allestito una piccola esposizione con i cimeli conservati nei magazzini: una bombola, dei pezzi di tela del Norge, un sacco di roba che lei ha recuperato, pulito, catalogato e conservato negli anni. È venuta un po’ della popolazione locale a raccontare i ricordi tramandati dai nonni e dai genitori. Cheryl è una persona d’oro, ha fatto un lavoro minuzioso e straordinario, e quel museo è davvero bellissimo.”

Chiudiamo con la sorpresa che ti sei portato a Teller.

“Ho portato con me un autografo originale di Umberto Nobile, di quelli che firmava ai suoi ammiratori negli anni Venti, da poco entrato nella mia collezione. Un modo per avere un “pezzettino” del nostro eroe su quella spiaggia, esattamente cento anni dopo. Ed è quindi con i veri saluti del Generale che mi sono lasciato Teller alle spalle, per tornare a casa.”

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Foto di Matteo Leddi

Matteo racconterà in prima persona il suo viaggio lunedì 22 giugno alle ore 21 presso il Chiostro dell’Annunziata di Tortona.

Enrico Peschiera

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Autore

  • Enrico Peschiera

    Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

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