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Il DNA restituisce l’identità di quattro partecipanti alla spedizione di Franklin

A maggio un team dell’Università di Waterloo ha annunciato l’identificazione di quattro membri dell’equipaggio della nave Erebus, scomparsa nel 1845 insieme alla Terror nel tentativo di trovare il Passaggio a Nord-Ovest, anche nota come spedizione di Franklin

Una storia che riemerge dal ghiaccio

Si chiamava John Bridgens, aveva ventisei anni e di mestiere faceva il parrucchiere. Quando si imbarcò volontario sulla HMS Erebus, nel maggio del 1845, ottenne il ruolo di attendente degli ufficiali subordinati. Per centosettantotto anni le sue ossa sono rimaste senza nome lungo le coste dell’isola di Re Guglielmo, nell’Artico canadese. Oggi sappiamo finalmente chi era.

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Litografia d’epoca che raffigura le navi Erebus e Terror

Lo ha annunciato a maggio un team di antropologi dell’Università di Waterloo guidato da Douglas Stenton. Insieme a Bridgens, il DNA ha restituito un’identità ad altri tre uomini della spedizione guidata da Franklin, una delle più celebri catastrofi nella storia dell’esplorazione polare. Ma per capire la portata della notizia bisogna tornare indietro di quasi due secoli.

Il disastro di Erebus e Terror

Le due navi della Royal Navy, HMS Erebus e HMS Terror, salparono dalle coste inglesi il 19 maggio 1845 agli ordini del capitano Sir John Franklin, ufficiale veterano dell’Artico ed ex governatore della Tasmania. A bordo c’erano 129 uomini selezionati con cura e scorte alimentari calcolate per tre anni. La missione era completare la mappatura del Passaggio a Nord-Ovest, la rotta commerciale attraverso l’arcipelago artico canadese che le potenze europee inseguivano da quattro secoli. Le due imbarcazioni erano fra le meglio equipaggiate della loro epoca. Avevano scafi rinforzati con piastre di ferro, motori a vapore adattati da locomotive, sistemi di riscaldamento interni e migliaia di lattine di cibo conservato.

Nonostante l’accurata preparazione, nessuno fece ritorno. L’ultimo avvistamento risale all’estate del 1845, nel Golfo di Baffin. Solo nel 1848, sotto la pressione instancabile di Lady Jane Franklin, moglie del comandante, la Marina britannica avviò le prime missioni di ricerca. Nei decenni successivi oltre quaranta spedizioni setacciarono l’arcipelago. Le testimonianze orali degli Inuit, a lungo ignorate dagli occidentali, e poi le ricerche archeologiche del Novecento ricomposero a fatica il quadro della tragedia.

La ricostruzione della tragedia

Le due navi rimasero intrappolate nel pack di Victoria Strait, vicino all’isola di Re Guglielmo, fra il 1846 e il 1848. Franklin morì l’11 giugno 1847. Nell’aprile 1848 i superstiti abbandonarono le imbarcazioni e tentarono di raggiungere la terraferma canadese trascinando le scialuppe sulle slitte, ma nessuno sopravvisse. L’analisi degli storici ha poi rivelato le cause della catastrofe: probabilmente fu avvelenamento da piombo proveniente dalle saldature delle lattine di conserva. Ma c’è un dettaglio ancora più macabro. I resti ossei trovati sull’isola hanno mostrato tracce inequivocabili di cannibalismo tra i sopravvissuti.

I relitti delle due navi sono stati localizzati solo nei primi anni Duemila. La HMS Erebus è stata individuata nel 2014 nel Golfo della Regina Maud, la HMS Terror nel 2016 nella baia che oggi porta il suo nome. Entrambe le scoperte sono state possibili grazie all’incrocio fra le ricerche subacquee di Parks Canada e le tradizioni orali Inuit, finalmente riconosciute come fonte storica attendibile. Il lavoro di identificazione dei resti umani trovati lungo le coste artiche è invece proceduto molto più lentamente.

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A bordo della chiatta di supporto archeologico “Qiniqtiryuaq” di Parks Canada, accanto al relitto della HMS Erebus (1926), 2019. In questo container sulla chiatta, il team gestisce il programma di immersioni. Data la posizione remota, a bordo è presente una camera di decompressione nel caso in cui i subacquei soffrano di malattia da decompressione.

Il metodo Stenton

È qui che entra in scena il team dell’Università di Waterloo. Da oltre quindici anni gli antropologi Douglas Stenton e Robert Park lavorano all’incrocio fra archeologia sul campo, ricerca genealogica e analisi del DNA. Il metodo è ormai collaudato. Si estrae il materiale genetico dai resti ossei rinvenuti lungo le coste di Re Guglielmo e della Penisola di Adelaide. Si ricostruiscono per via documentaria gli alberi genealogici dei membri della spedizione. Si chiede a un discendente vivente di donare un campione di saliva. Il confronto fra il DNA del cromosoma Y, trasmesso per via paterna, e il DNA mitocondriale, trasmesso per via materna, permette di stabilire un’identità con margine di errore minimo.

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James Fitzjames

Nel 2021 il team aveva identificato John Gregory, ingegnere della Erebus. Nel 2024 era stata la volta del capitano James Fitzjames, le cui ossa portano i segni inequivocabili del cannibalismo praticato dai suoi stessi compagni nelle ultime fasi. Gli articoli scientifici pubblicati nel maggio 2026 sul Journal of Archaeological Science: Reports e sul Polar Record aggiungono altri quattro nomi alla lista. Sono William Orren, marinaio scelto della HMS Erebus; il giovane mozzo David Young, sempre dalla Erebus; e John Bridgens, l’ex parrucchiere ventiseienne con cui abbiamo aperto questo articolo. Tutti e tre morirono a Erebus Bay durante la marcia disperata della primavera 1848. Le loro identificazioni confermano che facevano parte dei superstiti che tentarono la fuga a piedi.

Il caso Peglar

La quarta identificazione è la più significativa dal punto di vista storico. Si tratta di Harry Peglar, capitano della coffa di trinchetto della Terror, i cui resti furono ritrovati nel 1859 dall’esploratore Francis Leopold McClintock a Gladman Point, a circa 130 chilometri di distanza dagli altri sopravvissuti. Accanto allo scheletro, McClintock raccolse alcuni documenti rimasti famosi come “Peglar Papers”.

Si tratta di poesie, frammenti epistolari e del certificato di navigazione dell’uomo. Sono fra i pochissimi scritti personali sopravvissuti dell’intera spedizione e contengono indizi su episodi accaduti durante la prigionia nel pack, alcuni dei quali ancora oggi non del tutto decifrati. Per 166 anni gli storici hanno discusso se quei resti appartenessero realmente a Peglar, perché gli abiti indossati non corrispondevano al suo grado. Il DNA ha sciolto il dubbio. Era proprio lui.

Una nota di colore ha amplificato l’eco mediatica della scoperta nel Regno Unito. Tra i discendenti che hanno donato il proprio DNA c’è Rich Preston, giornalista di BBC News, che ha scoperto solo grazie alla ricerca di Stenton di essere prozio di terzo grado di John Bridgens.

Sei nomi su centoventinove restituiti dopo quasi due secoli sono pochi. Ma per chi lavora sul terreno la cifra ha un altro significato. È la prova che la storia dell’Artico continua a riemergere lentamente dal ghiaccio, un piccolo pezzo di verità riportato alla luce.

Enrico Peschiera

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Autore

  • Enrico Peschiera

    Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

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