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Le vere ragioni dell’interesse di Trump per la Groenlandia

La retorica della sicurezza nazionale diventa uno strumento politico per ridefinire sovranità, risorse e margini decisionali della Groenlandia, ben oltre le reali esigenze militari.

Sicurezza nazionale o controllo politico?

Negli ultimi mesi il presidente Donald Trump ha più volte ribadito che l’interesse statunitense per la Groenlandia sarebbe legato a esigenze di sicurezza nazionale. Il controllo sull’isola, situata tra Nord America e Eurasia, sarebbe fondamentale strategicamente in un contesto di crescente competizione nello spazio artico. Secondo questa retorica, una presenza militare diretta garantirebbe una risposta efficace e necessaria alle reiterate minacce di ingerenze esterne sull’isola, testimoniate, secondo quanto dichiarato dal presidente americano, dalla presenza di “navi russe e cinesi” lungo le coste dell’isola – un’affermazione che non sembra avere peraltro un riscontro con il reale.

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Una mappa delle basi NATO in Artico tratta da un lungo approfondimento di Foreign Policy di cui consigliamo la lettura.

Questa lettura viene spesso sostenuta facendo riferimento a precedenti storici, l’ultimo dei quali risalente al 1946, quando l’amministrazione Truman, conclusa la Seconda guerra mondiale, cercò di acquistare il territorio per una cifra di circa 100 milioni di dollari. Il parallelo, però, è debole. All’epoca infatti gli Stati Uniti si muovevano in un contesto completamente diverso. La Guerra fredda e la minaccia atomica stavano iniziando, la NATO non esisteva ancora, la Danimarca era appena uscita da un’occupazione militare e l’accordo di difesa stipulato agli inizi della guerra non forniva più una base giuridica stabile per l’azione statunitense nell’Artico. 

Il problema della sicurezza, allora, era reale. Oggi, molto meno.

Gli USA sono già in Groenlandia

Dall’aprile del 1951, tuttavia, le cose cambiarono. Con la firma dell’Agreement relating to the Defense of Greenland, gli Stati Uniti conseguirono un accesso ampio e consolidato al territorio groenlandese, oltreché la possibilità di installare basi e infrastrutture militari. In seguito a questo accordo, specialmente durante il picco della Guerra Fredda, la presenza americana fu sostanziale, arrivando a contare numerose installazioni militari sull’isola: tra tutte queste, progressivamente smantellate nel corso degli anni, l’unica base militare permanente ancora presente è la ormai nota base di Pituffik

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La base di Pituffik. Foto: US Space Force/Senior Airman Kaitlin Castillo

L’accordo vige ancora oggi e, sebbene ridimensionato da intese successive come l’accordo di Igaliku del 2004, mantiene per gli Stati Uniti un significativo margine operativo relativamente all’implementazione di nuove infrastrutture e attività militari. In seguito all’accordo di Igaliku, tramite il quale si è introdotta la necessità di un maggiore coinvolgimento danese e groenlandese, Washington è tenuta a consultare Copenaghen e Nuuk prima di nuove operazioni sul suolo groenlandese, sebbene ciò non si traduca in un vero e proprio diritto di veto formale.

L’annessione dell’isola, di conseguenza, non porterebbe a nessuna nuova reale capacità di difesa quanto piuttosto a un deterioramento delle relazioni con la Danimarca, tensioni con il governo e la società groenlandese, instabilità politica interna all’isola e quantomeno un ulteriore indebolimento della già precaria alleanza NATO. Tutto questo, inutile dirlo, rischierebbe di portare a una perdita in termini di sicurezza tanto per gli attori europei quanto per quelli nordamericani. 

Se l’argomento militare non spiega davvero l’insistenza di Trump sulla Groenlandia, occorre allora guardare altrove.

La sicurezza come strategia

Una chiave interpretativa più utile è offerta dal concetto di securitization, sviluppato da Ole Wæver, docente di relazioni internazionali presso l’università di Copenhagen. La securitization descrive il dispositivo che permette di trasformare un tema politico in questione di sicurezza nazionale, sottraendolo così alla politica ordinaria. In questo modo il governo può superare ostacoli normativi e legittimare misure eccezionali.

Applicata alla Groenlandia, questa lente permette di spostare l’attenzione da una retorica di difesa militare di una regione a una questione di governance delle risorse. L’ipotesi di un Compact of Free Association (COFA), evocata nel dibattito recente, potrebbe essere leggibile in questa direzione. 

Attualmente questo modello è in vigore in tre isole del Pacifico: Palau, gli Stati federati di Micronesia e le isole Marshall. Nei COFA una sovranità formale tende ad essere svuotata per quanto riguarda le questioni strategiche, le quali vengono di fatto subordinate alle priorità degli Stati Uniti. Le isole Marshall, segnate duramente dagli effetti dei test nucleari statunitensi negli anni cinquanta, mostrano chiaramente le asimmetrie che caratterizzano questi rapporti in cui la regolamentazione ambientale viene di fatto subordinata agli interessi di sicurezza del governo centrale.

Alla luce di questo framework interpretativo le risorse minerarie della Groenlandia assumono un ruolo centrale. Nel 2021 il governo groenlandese ha imposto un divieto sull’estrazione dell’uranio, risorsa strategica per gli Stati Uniti, bloccando lo sviluppo del giacimento di Kuannersuit, uno dei più grandi depositi di terre rare al mondo, elementi fondamentali per la tecnologia digitale e militare. 

Trump vuole mano libera sulle risorse groenlandesi

Inoltre, negli ultimi anni la politica di Nuuk ha mostrato la volontà di fondarsi su un forte principio di precauzione ambientale e su procedure obbligatorie di valutazione dell’impatto ambientale e sociale.  In questo modo, la società groenlandese è riuscita, tramite il processo democratico, a bloccare un progetto economicamente molto rilevante per il mercato americano, alla ricerca di un’alternativa alla forte dominazione cinese sul mercato dell’estrazione e del raffinamento di questi elementi. 

La situazione di Kuannersuit ha mostrato che in Groenlandia si applicano sistemi di regolamentazione ambientale piuttosto rigorosi e che una parte significativa dell’opinione pubblica pare generalmente sensibile alla salvaguardia ambientale. Il problema per l’amministrazione Trump non è quindi l’accesso militare, quanto piuttosto l’esistenza di un regime di regolamentazione ambientale e democratica che limita la possibilità di trattare le risorse minerarie come asset di sicurezza nazionale.

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Donald Trump e la premier danese Mette Frederiksen nel 2019.

In quest’ottica, le dichiarazioni di Trump assumono un valore diverso. La minaccia militare funziona allora come leva, non come spiegazione, mentre un suo possibile effetto sarebbe aprire l’opinione pubblica e lo spazio politico a qualcosa che oggi appare ancora molto lontano: la possibilità di un accordo di libera associazione. Ed è proprio su questo terreno, più che su quello delle basi militari o delle rotte artiche, che si gioca oggi la partita della Groenlandia. 

Le reazioni internazionali

La Danimarca non ha fatto attendere le sue reazioni, determinate e puntuali. E non potrebbe essere altrimenti, visto che la Groenlandia è parte del regno che comprende anche le Isole Fær Øer. Bisognerà allora capire cosa succederà nei prossimi giorni, quando il Segretario di Stato Marco Rubio incontrerà i rappresentanti istituzionali danesi per discutere della questione. Ed è lo stesso Rubio a sottolineare come Donald Trump non stia affatto bluffando, ma sia estremamente risoluto a portare il possesso della Groenlandia – o una sua affiliazione agli Stati Uniti – nella storia della sua amministrazione.

Trump che non ha preso bene il voto al Senato degli Stati Uniti contro ogni altra mossa militare in Venezuela e Groenlandia, con la complicità di cinque senatori repubblicani, tra cui Lisa Murkowski, senatrice dell’Alaska che si è fatta molto sentire negli ultimi anni per riportare l’attenzione di Washington sull’Artico. Il Presidente ha dichiarato addirittura che i cinque senatori repubblicani dissidenti “non dovrebbero essere più rieletti“.

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© Osservatorio Artico

La dichiarazione congiunta di diversi capi di stato europei sulla difesa della Groenlandia e degli interessi danesi, per quanto simbolica, ha un alto valore politico, e sottolinea la sempre più ampia frattura tra le due sponde dell’Atlantico. E se un’opzione di invasione militare dell’isola più grande del mondo appare esagerata, benché possibile, la visione trumpiana spingerà certamente verso una tattica del più classico divide et impera, per far sì che pezzi di società groenlandese possano tirare Nuuk verso l’orbita statunitense.

Enrico Gianoli, Leonardo Parigi

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Enrico Gianoli
the authorEnrico Gianoli
Laureato in Filosofia e in Antropologia Culturale, ha svolto ricerca in Groenlandia, dove attualmente lavora come guida escursionistica. Nel 2024 ha preso parte alla spedizione Inuit Windsled. I suoi principali interessi riguardano le tematiche ambientali e i diritti delle popolazioni indigene, con un focus particolare sulla cultura inuit.

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