In collaborazione con il quotidiano groenlandese Sermitsiaq, pubblichiamo una serie di lettere indirizzate a Donald Trump dai cittadini groenlandesi (o come è giusto dire: di Kalaallit Nunaat). La testimonianza di Ernst Bo Frederiksen racconta cosa significa per un groenlandese sentir parlare della propria terra come di un territorio da acquisire.
USA – Groenlandia, una lunga storia
Le recenti dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia hanno avuto un duplice effetto: se da un lato hanno notevolmente avvicinato Danimarca e Groenlandia, dall’altro hanno aperto una forte riflessione sul rapporto tra quest’ultima e gli Stati Uniti.
Durante la Seconda guerra mondiale, in seguito all’occupazione nazista della Danimarca, la Groenlandia entrò di fatto nell’orbita statunitense. Con l’accordo del 1941 firmato dall’ambasciatore danese Henrik Kauffmann, gli Stati Uniti si occuparono di rifornire l’isola dei beni di importazione necessari per il sostentamento della popolazione e della difesa militare. Un nuovo accordo venne poi siglato nel 1951, garantendo la presenza militare americana sul territorio dell’isola, oggi limitata alla base militare di Pituffik nel nord dell’isola.
La presenza americana durante la guerra lasciò un segno non solo sul piano militare, ma anche su quello culturale: nuovi beni di consumo, nuove abitudini, nuove immagini del mondo arrivarono improvvisamente in un territorio fino ad allora legato quasi esclusivamente al regno danese.
Negli anni Sessanta e Settanta l’influenza culturale statunitense si fece ancora più visibile. Il rock americano raggiunse anche l’Artico e nel 1973 la band groenlandese Sumé pubblicò il primo album rock in kalaallisut, che, con i suoi testi, introduceva nelle case groenlandesi temi come colonialismo, discriminazione e autodeterminazione. Una storia molto affascinante, raccontata anche nel documentario Sumé, the sound of revolution di Inuk Silis Høegh.
Una frattura inattesa
Per decenni, gli Stati Uniti sono stati percepiti in Groenlandia come alleati fondamentali sul piano della sicurezza, ma anche come un riferimento culturale forte, talvolta come alternativa simbolica alla dipendenza esclusiva da Copenaghen.
È in questo contesto che le parole di Trump hanno generato una frattura inattesa, incrinando un rapporto storicamente fondato sull’alleanza e introducendo un linguaggio di acquisizione difficilmente conciliabile con l’idea di partnership.
Nella lettera che segue, il cittadino groenlandese Ernst Bo Frederiksen racconta il modificarsi di questo rapporto tra Paesi attraverso la sua storia personale. Racconta un’adolescenza passata ad ascoltare musica americana e a seguire i campionati di basket, uno scambio studentesco a Boston e il ricordo condiviso dell’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre. Non è una lettera contro gli Stati Uniti. È una lettera che riconosce un legame e teme che possa essere compromesso.
Conclude con l’augurio che Groenlandia e Stati Uniti possano restare alleati e amici. A una condizione, però: che il governo statunitense cominci a guardare alla Groenlandia come a un partner con cui confrontarsi, e non come “una merce di cui parlare”.
La parola a Ernst Bo Frederiksen
Caro Donald Trump,
ti scrivo per dirti come mi sento rispetto alle recenti dichiarazioni sul rapporto tra i nostri Paesi. Da tempo hai espresso il desiderio di acquisire il nostro Paese – la nostra casa, il nostro rifugio.
Siamo un popolo orgoglioso, che è sopravvissuto per generazioni in una natura aspra, perché i nostri antenati sapevano esattamente come muoversi nell’Artico. Molti altri popoli non sono riusciti a sopravvivere qui e quelli che ce l’hanno fatta spesso lo hanno fatto solo grazie all’aiuto dei nostri antenati.
Siamo relativamente pochi in un Paese immenso, collocato in posizione centrale nel gioco geopolitico. Sappiamo di non poter difendere il nostro territorio da soli, ma non è nella nostra natura fare la guerra. Siamo un popolo pacifico.
L’idea che altri, dall’esterno, vogliano “prenderci” appare sbagliata. Genera paura e frustrazione vedere le grandi potenze contendersi la nostra terra come se non avessimo voce.
Per me e per la mia famiglia, tuttavia, gli Stati Uniti sono molto più della politica. Sono cresciuto con la vostra cultura – ascoltando Johnny Cash, Metallica e Linkin Park e seguendo lo sport americano. Mio fratello maggiore è stato studente in scambio a Boston nel 2001 e, da quando è tornato con del merchandising, io e i miei fratelli siamo diventati fedeli tifosi dei Boston Celtics. Li seguiamo insieme: fanno parte della nostra quotidianità.

“sono cresciuto con la vostra cultura”
Ma il ricordo più forte che ho degli Stati Uniti risale al 2001, quando avvennero gli attentati terroristici. Ricordo chiaramente di aver trovato mia madre in lacrime, preoccupata per suo figlio che si trovava nel mezzo di tutto a Boston. In quel momento non eravamo semplicemente due Paesi su una mappa: condividevamo la stessa paura e gli stessi legami umani.
Siamo sempre stati alleati e amici degli Stati Uniti, e spero sinceramente che possiamo continuare a esserlo. Ma l’amicizia si fonda sul rispetto, non sulle acquisizioni.
Per quanto riguarda il futuro, la mia più grande speranza è che Stati Uniti e Groenlandia possano trovare un modo per rafforzare la cooperazione su basi di parità. Spero che ci vedrai come partner indipendenti con cui parlare, e non come una merce di cui parlare.
La mia più grande paura, invece, è che finiamo per diventare una piccola pedina in un cinico gioco tra grandi potenze. Temo che le nostre voci vengano ignorate e che la nostra natura e la nostra cultura vengano travolte da interessi militari su cui non abbiamo alcun controllo.
Spero che leggerai queste parole come l’espressione di una preoccupazione da parte di un amico che desidera il meglio per entrambi i nostri Paesi.
Con i migliori saluti,
Ernst Bo Frederiksen
Nuuk, Groenlandia

Osservatorio Artico ringrazia Masaana Egede – direttore di Sermitsiaq – e la giornalista Birgitte Kjeldsen, ideatrice di questa iniziativa editoriale sul quotidiano groenlandese, per averne autorizzato la ripubblicazione sul nostro sito.
Enrico Gianoli