Il 24 marzo i danesi sono chiamati alle urne in un momento storico. La crisi della Groenlandia ha cambiato le carte in tavola, e nessuno dei due blocchi sembra avere in mano una maggioranza sicura.
Il clima elettorale
C’è qualcosa di simbolico nel fatto che la Danimarca vada al voto il 24 marzo. Nei mesi scorsi, Copenhagen ha vissuto quello che il ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen ha definito senza mezzi termini una situazione “del tutto straordinaria”. I soldati danesi schierati in Groenlandia non erano lì per un’esercitazione di routine. Erano lì perché, intorno al cambio d’anno, l’ipotesi che Washington potesse ricorrere alla forza per “acquisire” la più grande isola del mondo non era esclusa a priori.
Come ha detto lo stesso Rasmussen alla televisione pubblica danese DR, “non c’era un’esclusione assoluta dell’idea che la forza militare potesse essere usata per realizzare l’ambizione presidenziale di prendere il controllo della Groenlandia”. Una posizione ulteriormente confermata solo qualche giorno fa, quando è emerso da fonti centrali del governo danese che lo scorso gennaio i soldati danesi inviati in Groenlandia portarono con sé esplosivi per distruggere le piste di atterraggio di Nuuk e Kangerlussuaq, per impedire agli aerei militari statunitensi di far atterrare soldati sull’isola, se Trump fosse passato dalle parole ai fatti.

Una corsa a due blocchi, ma senza certezze. I sondaggi restituiscono un quadro frammentato, con le forze politiche incapaci di costruire da sole una maggioranza. La prima proiezione realizzata da YouGov parla chiaro: né il blocco rosso di centrosinistra né il blocco blu di centrodestra sono in grado di ottenere la maggioranza da soli, con entrambe le fazioni che avrebbero bisogno dei seggi dei centristi Moderati per superare la soglia.
I Socialdemocratici di Mette Frederiksen restano il primo partito, accreditati del 21% dei voti e di 38 seggi su 179, ma si tratta del risultato peggiore per il partito in oltre un secolo. Dall’altro lato, il Partito Popolare Danese, la Liberal Alliance e Venstre si contendono la leadership del blocco di centrodestra, con il Partito Popolare Danese che rimbalza da appena 5 seggi nel 2022 a una proiezione di 18.
La grande novità di queste elezioni è la crescita dei Verdi di sinistra (Enhedslisten / SF), che si proiettano a 24 seggi, guadagnando ben 9 posizioni rispetto all’ultima tornata, diventando così il principale motore di crescita del blocco del centrosinistra. Un segnale di spostamento dell’elettorato giovane e urbano verso posizioni più radicali a sinistra, lontane dai compromessi dell’era Frederiksen.
La Groenlandia come ago della bilancia
La crisi con gli Stati Uniti ha rivoluzionato il dibattito politico danese in modi che pochi avrebbero previsto anche solo un anno fa. Come raccontavamo su Osservatorio Artico già a gennaio, le manifestazioni di Copenhagen esprimevano un’ansia inedita, ovvero quella conversione che ha spostato la Danimarca a guardare all’alleato americano non come a un fratello maggiore, ma come a una minaccia potenziale.
Questo ha accelerato una trasformazione già in atto. Verso l’Europa, con l’abbandono dell’opt-out sulla difesa nel 2022, e l’ingresso nell’EDA nel 2023. E verso un massiccio aumento della spesa militare. Il Paese – che storicamente guardava alla NATO come a un ombrello infallibile – si trova oggi a ragionare su scenari che avrebbe considerato fantapolitica solo qualche anno fa. Compreso il ritorno, per la prima volta dal dopoguerra, del dibattito sulla deterrenza nucleare.
Ma la crisi groenlandese non si chiude con il voto. Lo stesso Rasmussen ha precisato che “il dialogo ad alto livello avviato con il Segretario di Stato americano e il Vicepresidente proseguirà indipendentemente dall’esito delle elezioni”. Una posizione di continuità che, paradossalmente, può diventare un’arma politica per chiunque vinca: il dossier Groenlandia è così delicato e trasversale da richiedere un consenso parlamentare largo, e tutte le forze principali sembrano consapevoli che non ci si può permettere il lusso di trasformarlo in terreno di scontro partitico.

Quale governo per trattare con Trump
La coalizione di governo uscente (Socialdemocratici, Venstre e Moderati – la cosiddetta SVM) è del tutto improbabile che ottenga i seggi necessari per restare in carica. Per Venstre si profila addirittura il peggior risultato in 156 anni di storia del partito. Lo scenario più probabile, stando alle proiezioni, è una coalizione guidata ancora da Frederiksen ma con nuovi partner. In alternativa, un governo di centrodestra guidato da una delle forze del blocco blu, ma con la necessità comunque di cooptare i Moderati o altri partiti centristi.
Ciò che appare già certo è che la prossima legislatura danese sarà segnata da tre grandi dossier interconnessi: la gestione della questione groenlandese, il riposizionamento dell’Europa nella NATO post-Trump, e un aumento della spesa per la difesa che troverà resistenze tanto a sinistra quanto, per ragioni diverse, in alcune frange dell’elettorato conservatore. Il canarino del grisù continua a cinguettare. E la Danimarca, questa settimana, decide chi avrà il compito di ascoltarlo.
Leonardo Parigi