Le Isole Faroe rappresentano un caso unico nello scenario politico internazionale. Con poco più di cinquantamila abitanti e un’economia dipendente dalla pesca, sono riuscite a costruire una politica estera sorprendentemente autonoma. Per molti anni, l’arcipelago è riuscito a mantenere rapporti con Bruxelles, Mosca, Pechino e Washington, ricorrendo a un’attenta strategia dell’equilibrio e a un forte pragmatismo. Oggi, però, le crescenti ostilità fra le grandi potenze rischiano di mettere a dura prova questo tipo di approccio.
Dove si trovano le Isole Faroe?
Situate tra Islanda, Norvegia e Regno Unito, le Faroe occupano una posizione strategica nell’Atlantico settentrionale. Pur disponendo di una popolazione ridotta, l’arcipelago ha saputo sfruttare la propria autonomia e le risorse marine per ritagliarsi un ruolo significativo nel commercio internazionale.

Dal 1948, le Faroe sono un territorio autonomo del Regno di Danimarca. Nonostante ambiti come la difesa, la giustizia e la politica monetaria restino sotto la responsabilità di Copenaghen, il governo locale gode di ampia autonomia in numerosi settori, tra cui la gestione della politica estera. L’arcipelago gode di un proprio parlamento, il Løgting, pur mantenendo una propria rappresentanza nel parlamento danese. Il territorio autonomo registra uno dei PIL pro capite più elevati al mondo, una ricchezza dovuta in larga parte alle risorse marine e all’industria della pesca, che rappresentano circa il 90% delle esportazioni e il 20% del PIL nazionale.
L’arcipelago, inoltre, gode di una zona di pesca esclusiva di 200 miglia nautiche, oltre ad altre aree sotto giurisdizione internazionale, mentre altri settori come il trasporto marittimo e la logistica rappresentano un’area chiave per l’economia locale. Grazie alla loro posizione nell’Atlantico settentrionale, infatti, le Faroe sono destinate a diventare un hub sempre più importante per l’industria marittima, e un punto di passaggio obbligato per le future rotte commerciali nell’area. Proprio per questo, negli ultimi anni le autorità locali hanno lavorato per ampliare i servizi marittimi offerti dall’arcipelago, permettendo al piccolo territorio di integrarsi con le maggiori potenze commerciali e di attrarre ingenti investimenti dall’estero.
Una politica estera autonoma
L’ampia autonomia concessa da Copenaghen ha permesso alle Faroe di sviluppare una politica estera indipendente, spesso distinta da quella danese. La ragione di questa differenza risiede nell’obiettivo principale del governo di Tórshavn, ovvero la salvaguardia degli interessi faroesi in uno scenario globale in continua evoluzione. Sebbene le ambasciate danesi all’estero rappresentino anche gli interessi dei territori autonomi, il governo locale ha aperto diverse missioni diplomatiche, conducendo un’attività internazionale particolarmente dinamica. Le due diverse politiche, quella danese e quella delle Faroe, costituiscono un sistema ibrido dove poteri e responsabilità sono condivise fra il governo locale di Tórshavn e quello centrale di Copenaghen.
Ciò che rende peculiare l’arcipelago, tuttavia, è il modus operandi con cui persegue i propri obiettivi. Pur facendo parte del Regno di Danimarca, le Faroe mantengono dialoghi e collaborazioni indipendenti con diversi attori internazionali, tra cui l’Unione Europea, la Cina e perfino la Federazione Russa. Per ogni partnership, le Faroe usano un approccio orientato alla flessibilità e al pragmatismo, con una mentalità fortemente incentrata sui risultati.

Le Faroe e l’Unione Europea
La scelta più significativa risale al 1973. Quando la Danimarca aderì alla Comunità Economica Europea, le Isole Faroe scelsero di restarne fuori. La decisione fu dettata dalla volontà di mantenere il controllo sulle risorse ittiche e sulla possibilità di decidere le proprie politiche commerciali. Entrare dentro la Comunità, infatti, avrebbe comportato l’accettazione della Politica Comune della Pesca, impedendo a Tórshavn di stipulare in autonomia accordi di partenariato e operando in uno spazio di manovra decisamente limitato. Restare fuori dall’Unione non ha però significato allontanarsene. L’UE rimane di gran lunga il primo partner commerciale dell’arcipelago, con circa il 41% dell’interscambio di beni nel 2025.
Nel marzo 2024, la Commissione Europea e il Governo delle Isole Faroe hanno firmato un Memorandum d’Intesa per intensificare la cooperazione su interessi comuni come la transizione verde e l’Artico. La firma a Tórshavn, prima visita in assoluto di una presidente della Commissione, è stata accompagnata da un esplicito inquadramento geopolitico. Il documento richiama i valori condivisi di democrazia e Stato di diritto, e nell’occasione lo stesso primo ministro faroese ha sottolineato quanto sia diventato importante allinearsi a partner che condividono gli stessi principi in un contesto globale che cambia, mentre von der Leyen ringraziava le isole per essersi allineate alle sanzioni europee contro la Russia. Un segnale che, già nel 2024, lo spazio neutrale su cui l’arcipelago si era mosso per decenni cominciava a restringersi.

L’episodio più controverso tra le Faroe e l’Unione risale al 2013, con la cosiddetta “Guerra dello Sgombro“. La controversia nacque quando Bruxelles, accusando l’arcipelago di pesca insostenibile, impose un blocco che vietava le importazioni di aringa e sgombro e l’accesso ai porti europei. Il caso si chiuse un anno dopo, il 20 agosto 2014, con un compromesso che aumentò la quota di pesca faroese di sgombro.
Fu proprio durante questa crisi che emerse con maggiore chiarezza la strategia perseguita da Tórshavn. Di fronte alle restrizioni europee, il governo decise di rivolgersi alla Federazione Russa come alternativa di mercato. Con il progressivo deterioramento dei rapporti tra Russia e Occidente, la politica del governo locale si è fatta più cauta ma non ha cambiato direzione.
I rapporti con la Russia
Le relazioni con la Federazione Russa risalgono al 1977, anno in cui venne firmato il primo trattato di pesca fra i due Paesi, allora ancora l’Unione Sovietica. Approfittando di un quadro di cooperazione già solido, quando l’UE impose sanzioni durante la “Guerra dello Sgombro”, le Faroe trovarono nella Russia una destinazione per le proprie esportazioni e aprirono una rappresentanza diplomatica a Mosca. Ancora oggi Mosca resta il principale acquirente di aringa e sgombro faroesi, assorbendo circa il 10% dell’export totale, e dall’inizio della guerra in Ucraina i pescherecci russi hanno continuato a solcare le acque dell’arcipelago e viceversa.
Naturalmente, il Regno di Danimarca, Tórshavn inclusa, ha imposto sanzioni alla Russia come gli altri partner europei, ma il settore della pesca è stato a lungo particolarmente tutelato. Proprio qui, però, è arrivato da poco il segnale più netto. A cavallo tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, mentre rinnovava per l’ennesima volta lo scambio annuale di quote con Mosca, il governo faroese ha sanzionato per la prima volta due compagnie di pesca russe, Norebo e Murman Seafood, vietandone l’accesso alle acque e ai porti dell’arcipelago a partire dal 1° gennaio 2026 in seguito ad accuse di spionaggio.
Allineandosi così a Unione Europea e Norvegia, Tórshavn ha mantenuto l’accordo che garantisce alla flotta russa l’accesso al Mare di Barents, ma ha al tempo stesso ristretto lo spazio agli operatori russi considerati a rischio. Un equilibrismo che dimostra la volontà delle isole di posizionarsi come attore occidentale senza rinunciare ai rapporti utili alla pesca, ma che mostra anche come la zona grigia si stia assottigliando perfino nel comparto fino a ieri più protetto.

Non solo Mosca e Bruxelles
L’Unione Europea e la Russia, tuttavia, non sono gli unici partner strategici delle Isole Faroe. Guardando a est, infatti, troviamo la Cina, che negli ultimi anni ha intensificato le relazioni con il territorio autonomo nel campo del commercio, delle infrastrutture e delle telecomunicazioni. Anche Pechino è diventata una destinazione alternativa rispetto ai Paesi europei dopo il 2013, e nel 2019 il governo locale ha aperto una rappresentanza nella capitale cinese a seguito dell’aumento delle esportazioni. Di pari passo, i cinesi hanno mostrato un forte interesse per la regione e Huawei è stata presa in considerazione per la costruzione di una rete 5G sulle Isole, dando prova della crescente influenza cinese nella regione e scatenando sia le preoccupazioni danesi che quelle americane.
Proprio Washington, infatti, è un altro dei partner strategici che queste piccole isole atlantiche possono vantare. Innanzitutto, l’importanza dell’Atlantico settentrionale per gli Stati Uniti ha portato a numerose esercitazioni militari nel GIUK Gap, un corridoio marittimo strategico compreso tra la Groenlandia, l’Islanda e il Regno Unito. Nel novembre 2020, inoltre, è stata firmata a Tórshavn una dichiarazione di partenariato tra Washington e il governo faroese, primo quadro del suo genere, mentre la rappresentanza faroese nella capitale statunitense è stata aperta nel 2024.
Questa stretta relazione con la principale potenza della NATO consente all’arcipelago di mantenere un dialogo strategico con attori internazionali molto diversi, riuscendo a individuare minacce e opportunità da una prospettiva locale anziché seguire linee dettate da altre potenze. Ancora una volta, è evidente che le Faroe diano la priorità al focus dei propri partenariati, evitando di costruire dei veri propri allineamenti politici e impegnandosi con attori spesso in contrasto tra di loro. Le dimensioni ridotte gli consentono di praticare una forma di ambiguità strategica difficilmente sostenibile per attori più grandi. A differenza di altre potenze regionali, infatti, Tórshavn può privilegiare singoli interessi economici senza essere costretto ad assumere una posizione netta su troppi dossier internazionali.
Una strategia sempre più difficile
Il problema è che lo spazio politico che ha consentito a questo territorio di muoversi tra diversi attori rivali si sta restringendo rapidamente. La crescente militarizzazione dell’Artico, l’aggressività russa e le mire statunitensi sulla Groenlandia stanno aumentando la pressione anche sui piccoli attori regionali, trasformando l’area in un terreno di confronto e danneggiando gli interessi del territorio autonomo. Le sanzioni faroesi a Norebo e Murman Seafood, varate negli ultimi giorni del governo socialdemocratico uscente, sono il segnale più chiaro di quanto sia ormai stretto il margine entro cui Tórshavn può continuare a giocare su più tavoli.
A complicare il quadro è arrivato anche un cambio di esecutivo. Alle elezioni anticipate del 26 marzo 2026 il Fólkaflokkurin, il Partito del Popolo di orientamento conservatore e marcatamente indipendentista, è risultato il primo partito con la maggiore percentuale di voti dal 1990, e dal 13 aprile guida una coalizione con unionisti e socialdemocratici sotto la presidenza del giovanissimo Beinir Johannesen.
La direzione che imboccherà non è però scontata. Storicamente il Partito del Popolo è stato tra i più convinti difensori dell’accordo di pesca con la Russia, il che rende tutt’altro che automatica una linea più dura verso Mosca. Se per decenni l’arcipelago ha prosperato grazie alla capacità di dialogare con attori in contrasto tra loro, oggi conservare questa libertà di manovra appare assai più arduo che in passato, e l’instabilità internazionale potrebbe costringere il nuovo governo a esporsi su temi finora aggirati, a partire dalla guerra in Ucraina. Solo i futuri sviluppi nella regione ci diranno quanto, nel lungo periodo, sarà fattibile portare avanti lo storico equilibrismo faroese.









