Il Central Arctic Ocean Fishing Agreement (CAOFA) è uno dei pochi esempi virtuosi di diplomazia internazionale ma, in mezzo a questo caos, se n’è parlato molto poco
Cos’è e di chi è l’Oceano Artico Centrale
L’Oceano Artico Centrale (in inglese, Central Arctic Ocean o CAO) occupa una vasta area che si estende fino a 2.8 milioni di chilometri quadrati attorno al Polo Nord. Grazie alla distesa di ghiaccio marino che lo ricopre, il CAO rappresenta un elemento di stabilizzazione per il clima globale, raffreddando il pianeta e moderando il jet stream, una banda di venti veloci che influenza le perturbazioni delle medie latitudini.
Quando, in primavera, il ghiaccio che ricopre il CAO inizia a fondere, la luce penetra in profondità e favorisce la crescita del fitoplancton, il vero motore della catena alimentare regionale. Grazie ai nutrienti provenienti dalle sue profondità oceaniche e dai fiumi che vi sfociano, infatti, il CAO ospita un ecosistema marino estremamente diversificato. Milioni di pesci, uccelli e mammiferi vi migrano stagionalmente, creando un complesso sistema di connettività ecologica.

Quasi tutto l’Oceano Artico Centrale si estende in acque internazionali. Ciò significa che, formalmente, non gode del possesso esclusivo di alcuno stato. Piuttosto, il suo governo è in capo alle molte organizzazioni nate nel tempo per regolarne le attività, senza un piano unitario. Tuttavia, i paesi le cui zone economiche esclusive circondano il CAO hanno nel tempo avanzato diritti di estrazione sul suo fondale marino, dove giacciono metalli preziosi per sostenere la transizione energetica.
I sintomi del cambiamento climatico
Seppur nessuna attività di pesca sia mai stata condotta nell’Oceano Artico Centrale a causa del muro ghiacciato che lo isola, il suo scioglimento dovuto al cambiamento climatico potrebbe renderlo un potenziale candidato per alimentare la voracità di settori come la pesca commerciale e l’estrazione di risorse. Nella regione, dove la febbre climatica cresce molto più velocemente che altrove a causa della cosiddetta amplificazione Artica, le conseguenze sono distruttive.
L’aumento delle temperature sembra aver generato degli effetti a cascata sulla catena alimentare regionale. L’accelerazione e il cambio di stagionalità della fusione del ghiaccio marino, hanno diminuito l’accumulo delle alghe di cui gli anfipodi si cibano. Alcuni cetacei, che a loro volta mangiano gli anfipodi, non trovando nutrimento, non riescono a sostenere il lungo viaggio migratorio, com’è stato il caso della malnutrita balena grigia arenata sulla costa occidentale degli Stati Uniti lo scorso aprile.
Poi ci sono i corridoi blu, ovvero le rotte oceaniche che collegano l’intero Oceano Artico in un’intersecata rete di acque nazionali e internazionali. In qualità di vere e proprie autostrade sottomarine, i corridoi blu agevolano la viabilità per le specie che viaggiano da Sud a Nord (e viceversa). Alcuni elementi, però, rischiano di disorientare e affaticare chi le transita, ad esempio i disturbi acustici causati dalle navi di passaggio o l’accumulo di ostacoli fisici come le reti da pesca.

Una cura, forse
Nell’Ottobre del 2018, dieci delegazioni tra cui la Cina, il Regno di Danimarca, l’Islanda, il Giappone, la Norvegia, la Repubblica di Corea, la Federazione Russa, gli Stati Uniti d’America, e l’Unione Europea si incontrarono a Ilulissat, un paesino di circa 5000 abitanti nell’Ovest della Groenlandia. L’obiettivo del vertice era stabilire un programma di protezione per le specie che vivono nel CAO. Fu lì e in quel momento, che nacque il Trattato sulla Pesca nell’Oceano Artico Centrale (o CAOFA in inglese). Entrato in vigore nel Giugno del 2021, impose un divieto di 16 anni sulla pesca commerciale nell’Oceano Artico Centrale, tutelandone l’ecosistema e prevenendo potenziali danni permanenti.
A detta di molti, ciò che rende il CAOFA particolarmente innovativo e di successo è il suo approccio precauzionale (nel senso legale del termine), perché ritarda ogni attività commerciale nell’area prima che un dettagliato programma di ricerca non ne disegni un utilizzo sicuro. Nella sua cornice proattiva, dunque, il CAOFA si oppone tenacemente alla politica reazionaria (e spesso tardiva o insufficiente) che ha caratterizzato il recente diritto internazionale per l’ambiente.
Un altro elemento di forza del CAOFA è l’inclusione della conoscenza scientifica indigena nel suo progetto di protezione. Questo aspetto tenta di allontanare la presunta superiorità occidentale spesso in capo a questo tipo di accordi. E così, i rappresentati di popoli indigeni Statunitensi, Canadesi e Groenlandesi sono stati una parte attiva delle delegazioni negoziatrici, assieme ad ONG, associazioni ambientaliste e profili industriali.
A pochi giorni di distanza dal suo quinto anniversario, che si è tenuto tra il 16 e il 18 Giugno a Bruxelles, il successo del CAOFA emerge dalle macerie di una politica internazionale particolarmente frammentata e bellicosa. L’invasione Russa in Ucraina, le presuntuose minacce di Trump verso la Groenlandia, l’incrinatura dei rapporti tra Stati Uniti e Cina presagivano un clima per nulla favorevole alla cooperazione internazionale. Ma sembra che, stavolta, il CAOFA stia smentendo tutte le previsioni.
Chiara Ciscato
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