ClimaPolitica

CAOFA, da cinque anni a tutela delle profondità artiche

Fonte: Christopher Michel

Il Central Arctic Ocean Fishing Agree­ment (CAOFA) è uno dei pochi esempi virtuosi di diplomazia internazionale ma, in mezzo a questo caos, se n’è parlato molto poco

Cos’è e di chi è l’Oceano Artico Centrale

L’Oceano Artico Centrale (in inglese, Central Arctic Ocean o CAO) occupa una vasta area che si estende fino a 2.8 milioni di chilometri quadrati attorno al Polo Nord. Grazie alla distesa di ghiaccio marino che lo ricopre, il CAO rappresenta un elemento di stabilizza­zione per il clima globale, raffreddando il pianeta e moderando il jet stream, una banda di venti veloci che influenza le perturbazioni delle medie latitudini.

Quando, in primavera, il ghiaccio che ricopre il CAO inizia a fondere, la luce penetra in profondità e favorisce la crescita del fitoplancton, il vero motore della catena alimen­tare regionale. Grazie ai nutrienti provenienti dalle sue profondità oceaniche e dai fiumi che vi sfociano, infatti, il CAO ospita un ecosistema marino estremamente diversificato. Milioni di pesci, uccelli e mammiferi vi migrano stagionalmente, creando un complesso sistema di connettività ecologica.

CAOFA
Fonte: Ocean Conservancy

Quasi tutto l’Oceano Artico Centrale si estende in acque internazionali. Ciò significa che, formal­mente, non gode del possesso esclusivo di alcuno stato. Piuttosto, il suo governo è in capo alle molte organizzazioni nate nel tempo per regolarne le attività, senza un piano unitario. Tuttavia, i paesi le cui zone economiche esclusive circondano il CAO hanno nel tempo avanzato diritti di estrazione sul suo fondale marino, dove giacciono metalli preziosi per sostenere la transizione energetica.

I sintomi del cambiamento climatico

Seppur nessuna attività di pesca sia mai stata condotta nell’Oceano Artico Centrale a causa del muro ghiacciato che lo isola, il suo scioglimento dovuto al cambiamento cli­matico potrebbe renderlo un potenziale candidato per alimentare la voracità di settori co­me la pesca commerciale e l’estrazione di risorse. Nella regione, dove la febbre clima­tica cresce molto più velocemente che altrove a causa della cosiddetta amplificazione Artica, le conseguenze sono distruttive.

L’aumento delle temperature sembra aver generato degli effetti a cascata sulla catena alimentare regionale. L’accelerazione e il cambio di stagionalità della fusione del ghiac­cio marino, hanno diminuito l’accumulo delle alghe di cui gli anfipodi si cibano. Alcuni cetacei, che a loro volta mangiano gli anfipodi, non trovando nutrimento, non riescono a sostenere il lungo viaggio migratorio, com’è stato il caso della malnutrita balena grigia arenata sulla costa occidentale degli Stati Uniti lo scorso aprile.

Poi ci sono i corridoi blu, ovvero le rotte oceaniche che collegano l’intero Oceano Artico in un’intersecata rete di acque nazionali e internazionali. In qualità di vere e proprie autostrade sottomarine, i corridoi blu agevolano la viabilità per le specie che viaggiano da Sud a Nord (e vicever­sa). Alcuni elementi, però, rischiano di disorientare e affaticare chi le transita, ad esempio i disturbi acustici causati dalle navi di passaggio o l’accumulo di ostacoli fisici come le reti da pesca.

balena groenlandia
© Osservatorio Artico

Una cura, forse

Nell’Ottobre del 2018, dieci delegazioni tra cui la Cina, il Regno di Danimarca, l’Islanda, il Giappone, la Norvegia, la Repubblica di Corea, la Federazione Russa, gli Stati Uniti d’America, e l’Unione Europea si incontrarono a Ilulissat, un paesi­no di circa 5000 abitanti nell’Ovest della Groenlandia. L’obiettivo del vertice era stabilire un programma di protezione per le specie che vivono nel CAO. Fu lì e in quel momento, che nacque il Trattato sulla Pesca nell’Oceano Artico Centrale (o CAOFA in inglese). Entrato in vigore nel Giugno del 2021, impose un divieto di 16 anni sulla pesca commerciale nell’Oceano Artico Centrale, tutelandone l’ecosistema e prevenendo potenziali danni permanenti.

A detta di molti, ciò che rende il CAOFA particolarmente innovativo e di successo è il suo approccio precauzionale (nel senso legale del termine), perché ritarda ogni attività commerciale nell’area prima che un dettagliato programma di ricerca non ne disegni un utilizzo sicuro. Nella sua cornice proattiva, dunque, il CAOFA si oppone tenacemente alla politica reazionaria (e spesso tardiva o insufficiente) che ha caratterizzato il recente diritto internazionale per l’ambiente.

Un altro elemento di forza del CAOFA è l’inclusione della conoscenza scientifica indi­gena nel suo progetto di protezione. Questo aspetto tenta di allontanare la presunta superiorità occidentale spesso in capo a questo tipo di accordi. E così, i rappresen­tati di popoli indigeni Statunitensi, Canadesi e Groenlandesi sono stati una parte at­tiva delle delegazioni negoziatrici, assieme ad ONG, associazioni ambientaliste e profili industriali.

A pochi giorni di distanza dal suo quinto anniversario, che si è tenuto tra il 16 e il 18 Giugno a Bruxelles, il successo del CAOFA emerge dalle macerie di una politica inter­nazionale particolarmente frammentata e bellicosa. L’invasione Russa in Ucraina, le presuntuose minacce di Trump verso la Groenlandia, l’incrinatura dei rapporti tra Stati Uniti e Cina presagivano un clima per nulla favorevole alla cooperazione internazionale. Ma sembra che, stavolta, il CAOFA stia smentendo tutte le previsioni.

Chiara Ciscato

Osservatorio Artico © Tutti i diritti riservati

Autore

  • Laureata in Climate Studies all’Università di Wageningen, in Olanda, amo lavorare in un ambiente professionale che risponda anche alla mia ambizione personale di portare il cambiamento climatico alle persone. Nell’ultimo periodo di ricerca accademica ho approfondito e ampliato mio interesse specifico nel contribuire a costruire qualcosa di socialmente tangibile

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