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Scade il New START: l’alba di una corsa ai missili in Artico?

La fine del trattato New START apre una fase più incerta in Artico, in cui le mosse delle potenze nucleari diventano più difficili da leggere. Senza più un quadro normativo bilaterale, cresce quella zona grigia fatta di dubbi, segnali ambigui e rischi di incomprensioni. Nel mentre, paesi come la Norvegia potenziano le proprie capacità convenzionali di risposta e deterrenza missilistica. Può l’Artico precipitare in una nuova “crisi dei missili”?

La scadenza del New START e l’ombra lunga sull’Artico

Il 5 febbraio 2026 è scaduto il New START, l’ultimo accordo rimasto a limitare e monitorare gli arsenali nucleari di Stati Uniti e Russia. Firmato nel 2010 e in vigore dal 2011, prevedeva tetti a 1.550 testate strategiche dispiegate, insieme a un sistema di ispezioni reciproche e scambi di dati che per più di un decennio hanno garantito un minimo di prevedibilità anche nei momenti di tensione. Queste funzioni erano già state fortemente indebolite: le ispezioni erano state sospese nel 2020 per la pandemia di Covid-19 e non sono mai ripartite pienamente, e nel febbraio 2023 Mosca ha annunciato la sospensione della propria partecipazione al trattato, bloccando ispezioni e molti scambi di informazioni.

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Obama e Medvedev firmano i trattati New START nel 2010.

Con la sua decadenza, ciò che rimane di questo meccanismo di trasparenza viene meno: azzerate le notifiche preventive sugli spostamenti dei vettori, nessun obbligo di dichiarare quante testate si trovino davvero a bordo dei missili intercontinentali o dei bombardieri strategici e, soprattutto, niente più limite al numero di testate schierabili sul terreno. È un cambio di scenario che il governo norvegese non ha esitato a definire “preoccupante”.

Nell’Artico si concentra oggi una parte cruciale dell’equilibrio nucleare globale: sulla penisola di Kola la Russia mantiene la maggiore densità di capacità strategiche, con basi e depositi che supportano l’operabilità della Flotta del Nord. Da questi porti salpano sottomarini nucleari delle classi Borei e Delta‑IV, un fattore che rende l’area particolarmente sensibile quando vengono meno regole e verifiche. Basti pensare che un solo sottomarino strategico classe Borei può trasportare fino a 96 testate, a dimostrazione di quanto rapidamente l’equilibrio possa mutare: potenzialmente, la Russia potrebbe aggiungere decine di testate nucleari ai missili sottomarini nel giro di poche settimane presso le strutture di supporto nucleare della Flotta del Nord a Gadzhiyevo e Okolnaya (vicino a Severomorsk)..

Proprio per questo motivo è importante ricordare che la “via artica” resta la traiettoria più breve per un eventuale scambio di vettori strategici tra Russia e Stati Uniti. La traiettoria ad alte latitudini accorcia i tempi di volo e alza la posta in gioco per l’intera regione.

Le preoccupazioni di Oslo

Alla vigilia della scadenza, il premier norvegese Jonas Gahr Støre, intervistato a Tromsø durante la conferenza Arctic Frontiers, il 4 febbraio, ha detto chiaramente che il venir meno di New START rappresenta una “preoccupazione reale” per la sicurezza regionale: non tanto perché la Russia starebbe per aumentare di colpo il proprio arsenale, ma perché la totale assenza di regole e verifiche fa crescere l’incertezza, un fattore che in contesti come quello artico può diventare esso stesso un rischio.

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Il premier norvegese Jonas Gahr Støre interviene ad Arctic Frontiers 2026. Foto: Arctic Frontiers

Anche la studiosa Katarzyna Zysk, professoressa del Norwegian Institute for Defence Studies ed esperta di dottrina militare russa, ha sottolineato che la fine del trattato cancella quella “prevedibilità” costruita negli anni attraverso notifiche, scambi di dati e ispezioni: tutti strumenti che servivano, più che a limitare le armi, a limitare i malintesi.

In questo senso, la Norvegia risulta sicuramente uno dei paesi NATO più esposti a queste nuove dinamiche, vista la sua esposizione geografica alla Russia e le tensioni che ormai da anni caratterizzano i rapporti tra i due paesi (si vedano tensioni sulle Svalbard o le più recenti violazioni dello spazio aereo).

È in questo clima più opaco che si riaccende il timore di una nuova competizione missilistica nell’Artico. Non una corsa frenetica come quella della Guerra Fredda, ma un progressivo aumento di capacità a lungo raggio e di posture di deterrenza più rigide, alimentate proprio dal vuoto e l’incertezza lasciati dalla fine del New START. Proprio per questo, la situazione richiede più attenzione e più prudenza, tanto da parte delle potenze nucleari quanto dei Paesi che si affacciano su quella regione così sensibile.

Dopo il trattato: meno regole e più prudenza

La scadenza del New START non cancella soltanto un tetto numerico: spegne definitivamente soprattutto la speranza di re-implementare, almeno nel breve-medio termine, le routine di trasparenza (ispezioni, notifiche, scambi di dati) che per oltre un decennio hanno tenuto sotto controllo la postura strategica delle potenze nucleari in Artico (e non solo), permettendo a militari e decisori politici di distinguere segnali reali da “rumore di fondo”. In assenza di sicurezze, i decisori sono incentivati a pianificare sullo scenario peggiore, assumendo che l’avversario possa “caricare” più testate su vettori già in linea o prolungare pattugliamenti strategici senza doverlo comunicare, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo strategico che la Russia farà della Flotta del Nord in futuro.

Come detto, l’Artico ospita il corridoio più breve per eventuali scambi di vettori nucleari strategici tra Russia e Stati Uniti, e questo si traduce nel tempo in posture strategiche più prudenti, più pattugliamenti e, soprattutto, tempi decisionali più corti. È in questo contesto che vanno letti i segnali di nervosismo che, senza routine di notifica, diventano più difficili da interpretare e quindi più suscettibili di essere trattati come minacce e non come attività ordinarie.

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Il sottomarino nucleare russo Alexander Nevsky. Foto: TASS

Proprio questa incertezza rende la possibile gestione di un crisi missilistica in Artico molto difficile e potenzialmente molto pericolosa. Secondo il Bulletin of the Atomic Scientists, le basi nord-occidentali e le infrastrutture a supporto della Flotta del Nord e dell’esercito russo nella penisola di Kola sono difficili da ridislocare e restano a portata di possibili sistemi a raggio intermedio. Ciò rende possibile, in prospettiva, una “crisi dei missili” in versione artica se dovessero accumularsi anche capacità missilistiche convenzionali a breve preavviso e canali diplomatici poco funzionanti.

L’altra “corsa ai missili” convenzionale: il caso Bardufoss

Parlare di “corsa ai missili” nell’Artico, dunque, non vuol dire solo immaginare costruzione di nuove testate nucleari a ritmo di Guerra Fredda: significa, anche, puntare su capacità convenzionali a medio-lungo raggio che consentono di colpire obiettivi militari sensibili senza varcare la soglia nucleare, riducendo i tempi d’intervento e aumentando la pressione sull’avversario.

È un’evoluzione favorita proprio dalla deregolamentazione in termini di limiti di armamenti e controlli incrociati: con l’incertezza cresce il valore militare e politico di sistemi d’armain grado di negare all’altro l’uso indisturbato di basi, porti e snodi logistici, specie in aree come la Penisola di Kola, dove gli asset russi sono concentrati e poco “delocalizzabili”. In questo quadro rientra, per esempio, la recente decisione norvegese di creare un battaglione missilistico a Bardufoss: 16 lanciatori, circa 750 addetti ed un investimento da 19 miliardi di NOK per il sistema sudcoreano Chunmoo (“Gungnir” in denominazione nazionale), con raggio fino a 500 km.

In assenza di regole e con maggiore ambiguità nelle azioni intraprese dagli attori regionali, anche l’esempio del battaglione norvegese è significativo: la perdita di prevedibilità post‑New START rende ogni “segnale” più pesante del normale.

I rischi per la gestione delle crisi e la frontiera Norvegia-Russia

Se questa “corsa” si gioca soprattutto nella percezione e nella tempestività, il primo meccanismo per garantire la sicurezza regionale è proprio la capacità di gestire le eventuali crisi lungo la frontiera. Qui la Norvegia ha seguito l’esempio della Finlandia, e ha imboccato una strada concreta: modernizzazione della sorveglianza sul confine russo, nuove recinzioni, sensori e uso di droni, con l’obiettivo di vedere prima, meglio e in modo condiviso con la componente militare eventuali intrusioni e/o violazioni di sovranità: sapere cosa succede riduce la probabilità di scambiare una pattuglia per una provocazione e, di conseguenza, riduce l’ambiguità e la mancanza di informazioni su cosa accade al confine.

Tutto questo assume una rilevanza maggiore in seguito alle recenti dichiarazioni del capo dell’esercito norvegese Eirik Kristoffersen, che ha lanciato un allarme: “Oslo non può escludere uno scenario di land grab limitato da parte della Russia sul territorio norvegese”, pensato per mettere in sicurezza gli asset nucleari sulla penisola di Kola in caso di crisi altrove. Non è una previsione, ma un’ipotesi di pianificazione che spiega perché la Norvegia stia rafforzando capacità convenzionali e sorveglianza di frontiera allo stesso tempo.

In un Artico sempre più conteso e meno regolato, trasparenza e prudenza restano le uniche vere garanzie contro errori di calcolo e crisi indesiderate. La vera sfida sarà mantenere aperti i canali diplomatici in una regione dove ogni segnale pesa più del precedente.

Lorenzo Tessoni

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Lorenzo Tessoni
the authorLorenzo Tessoni
Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, ho frequentato il Master in Sviluppo Sostenibile, Geopolitica delle Risorse e Studi Artici presso la Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (SIOI). Collaboro con think tank, riviste e magazine in materia di sicurezza, energia e geopolitica artica.

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