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L’Islanda al bivio, tra Stati Uniti ed Europa

Le tensioni tra Stati Uniti ed Europa, riaccese dalla questione groenlandese, costringono Reykjavik a interrogarsi sul proprio futuro strategico e sul rapporto con l’Unione Europea. Þorsteinn Pálsson, ex primo ministro islandese, non ci va leggero: “Trump costringe l’Islanda a ripensare la sua futura sicurezza”.

Il dilemma di Reykjavik

Le tensioni crescenti tra Stati Uniti ed Europa, acuite dalla retorica aggressiva dell’amministrazione statunitense sulla Groenlandia, stanno producendo effetti che vanno ben oltre l’isola al centro del confronto. Anche l’Islanda, Paese tradizionalmente allineato al mondo euro-atlantico al punto di essere privo di forze armate proprie, si trova oggi a interrogarsi sulle basi della propria sicurezza e sul futuro del suo posizionamento internazionale.

Il dibattito islandese sull’adesione all’Unione Europea, tornato con forza al centro dell’agenda politica, non nasce infatti la scorsa settimana. A spingere Reykjavik a riconsiderare il proprio futuro europeo non sono solo fattori economici, ma un mutato contesto geopolitico, segnato dalla guerra in Ucraina, dalla crescente instabilità della regione artica e, soprattutto, dalla frattura che si sta aprendo tra Stati Uniti e Unione Europea sulla sovranità della Groenlandia.

Una frattura che sta mettendo in discussione l’esistenza stessa della NATO, come ammesso dallo stesso Trump, e che negli ultimi giorni ha raggiunto il piano del conflitto commerciale con l’imposizione di dazi sui Paesi europei che si sono schierati a difesa della sovranità danese sull’isola. Ieri il Presidente ha rilanciato davanti alla platea del World Economic Forum a Davos, in Svizzera, dove ha chiarito ancora una volta che “gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale e internazionale”. Curiosamente, si è anche confuso con l’Islanda, che ha citato per tre volte nel suo discorso, pur riferendosi alla grande isola del Regno di Danimarca.

A condire ancor più il dibattito è stato poi l’Ambasciatore degli USA in Islanda Billy Long, che qualche giorno fa ha pensato bene di scherzare sulla possibilità che l’isola diventi il 52esimo stato americano, seguendo l’annessione della Groenlandia che costituirebbe il 51esimo. Le scuse repentine non sono bastate a sopire lo sdegno degli islandesi e il sospetto che, in effetti, Trump stia cominciando a guardare con interesse anche l’Islanda, l’isola a metà fra Stati Uniti ed Europa.

A confermare la profondità di questo dilemma islandese è un intervento particolarmente netto di Þorsteinn Pálsson, ex primo ministro islandese, giornalista, nonché tra i fondatori del partito riformista Viðreisn (Rinascita), oggi parte della coalizione di governo. Le sue riflessioni, pubblicate nei giorni scorsi, offrono una chiave di lettura utile per comprendere come una parte dell’establishment islandese interpreti le trasformazioni in corso.

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Þorsteinn Pálsson

La fine delle certezze occidentali

Pálsson parte da una citazione di Jón Sigurðsson, figura centrale del movimento per l’indipendenza islandese nel XIX secolo: “Ogni disordine e sventura, degli individui come delle nazioni, nasce dal fatto che gli uomini hanno guardato solo a sé stessi“. Un pensiero che, secondo l’ex premier, suona oggi sorprendentemente attuale.

Per circa ottant’anni, osserva Pálsson, l’Islanda e gran parte dell’Europa hanno dato per scontato che esistesse un consenso occidentale fondato su democrazia, libero scambio e rispetto delle regole comuni, applicabili tanto ai grandi quanto ai piccoli Stati. Quel consenso era ovviamente garantito dalla leadership statunitense. Oggi, però, “il governo degli Stati Uniti ha capovolto questa visione del mondo”, sostituendo la cooperazione con una pura logica di potenza.

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Il segretario generale della NATO Mark Rutte con il primo ministro islandese Kristrún Frostadóttir. Foto: NATO

L’ideologia dell’America First, scrive Pálsson, non cerca alleati ma accetta implicitamente che “prevalga la legge della giungla”, in cui i più forti impongono le proprie condizioni e gli altri sono costretti a subirle. In questo schema, purtroppo, la sovranità dei piccoli Paesi diventa un elemento negoziabile.

La Groenlandia, la NATO e una “deterrenza indebolita”

È in questo quadro che l’ex primo ministro islandese legge le dichiarazioni statunitensi sulla Groenlandia. Al di là della loro concreta realizzabilità, esse rappresentano, secondo Pálsson, “un completo disprezzo per la sovranità di nazioni che fino a oggi erano alleate”. Un messaggio destabilizzante per l’intero Nord Atlantico.

Particolarmente preoccupante, nella sua analisi, è l’incertezza creata attorno al cuore della NATO. Le ambiguità statunitensi sul ruolo dell’Alleanza e sull’Articolo 5, anche solo implicite, riducono la deterrenza collettiva. “L’incertezza, di per sé, indebolisce la capacità di deterrenza l’alleanza”, sottolinea Pálsson.

Ma c’è un altro punto, spesso trascurato, che l’ex premier islandese ritiene altrettanto grave: l’abbandono di fatto dell’Articolo 2 del Trattato Nord Atlantico, che impegna gli alleati alla cooperazione economica. La guerra dei dazi lanciata da Washington contro partner storici, Islanda inclusa, “sta polverizzando uno dei pilastri fondamentali dell’Alleanza”.

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Veduta aerea del centro di Reykjavík, capitale dell’Islanda.

L’amministrazione Trump infatti ha imposto una tariffa del 15% sugli export islandesi, “l’attacco economico più grave all’Islanda da molto tempo” come lo definisce Pálsson, che aggiunge: “Ma se ne parla poco, perché la gente vuole, il più a lungo possibile, tapparsi gli occhi sul cambiamento fondamentale nei rapporti tra le nostre nazioni che esso ha rappresentato”.

Il caso islandese fra sicurezza e vulnerabilità

Per un Paese come l’Islanda, privo di esercito e fortemente dipendente da un ordine internazionale regolato, queste trasformazioni hanno conseguenze dirette. Pálsson ricorda come l’accordo di difesa del 1951 con gli Stati Uniti resti formalmente valido, ma si chiede se anche potenziali avversari continuino a percepirlo come credibile. “Il valore dell’accordo potrebbe dipendere proprio da questa risposta”, avverte.

Inoltre, l’ex premier sottolinea come il trattato non affronti adeguatamente le nuove minacce ibride che oggi rappresentano il rischio principale per l’Islanda. Da qui la necessità, a suo avviso, di rafforzare la cooperazione con gli altri Paesi nordici e con l’Unione Europea.

È in questo contesto che Pálsson colloca il tema dell’adesione islandese all’UE.

L’Europa come rifugio strategico

In un mondo di guerre commerciali e competizione geopolitica, osserva Pálsson, “i grandi Stati e i grandi blocchi sono in una posizione di forza”, mentre i piccoli rischiano di rimanere esposti. Per questo l’Unione Europea appare oggi come “l’unico rifugio possibile” per i Paesi nordatlantici che vogliono continuare a basare la propria sicurezza e prosperità su regole condivise.

La distanza crescente tra Stati Uniti ed Europa non è dunque un problema astratto o una contingenza del dossier Groenlandia. Al contrario, è una traiettoria strategica a lungo covata dagli Stati Uniti che ha ripercussioni ben oltre l’Artico. Nel caso islandese, incide direttamente sulla sicurezza dell’isola e riapre interrogativi che Reykjavik aveva a lungo rimandato.

Come suggerisce Pálsson richiamando Jón Sigurðsson, guardare solo a sé stessi può rivelarsi, per le piccole nazioni, il modo più veloce per perdere protezione e autonomia. “Ideali e interessi vanno di pari passo” nella visione dell’ex premier: l’Islanda può tutelare meglio i propri interessi e, allo stesso tempo, rafforzare i propri ideali fondativi attraverso la partecipazione piena all’Unione Europea. Prendendo atto che il garante della propria sicurezza dal 1951 ha tradito i presupposti di un’alleanza duratura e sincera.

Enrico Peschiera

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Enrico Peschiera
Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

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