Simone Salvagnin, atleta ed esploratore affetto da una malattia degenerativa che lo ha reso quasi non vedente, ha attraversato l’Islanda a piedi per 400 km in 20 giorni: un viaggio nel Grande Nord che è diventato, prima ancora che un’impresa fisica, un’esplorazione profonda di sé stesso.
Chi è Simone Salvagnin
“Le mie fotografie dell’Islanda sono suoni, emozioni, suggestioni.” Si apre con questa frase il libro di Simone Salvagnin, atleta della Nazionale italiana di arrampicata sportiva Paraclimbing, già responsabile del settore Paraclimbing F.A.S.I. e, come si piace definire lui stesso, soprattutto viaggiatore ed esploratore: “sono un viaggiatore che si è nutrito degli immaginari consegnati nei loro racconti da altri viaggiatori simili a lui”.

Simone da quando aveva 10 anni convive con una malattia degenerativa della retina, la retinite pigmentosa, che ad oggi gli lascia un residuo visivo inferiore al 3%. Malattia che a lui non piace definire una disabilità, quanto piuttosto una caratteristica, che lo ha portato a diventare, come atleta e appassionato di montagna fin da piccolissimo, un esploratore di sé stesso.
Ora, spaziare nelle profondità di me, delle mie esperienze di essere umano, mi riesce tanto più facile quanto più quello che sto facendo è impattante sul piano fisico: nei contesti che sfidano le mie capacità e le mie risorse, paradossalmente, mi sento molto meno disabile che nella vita di tutti i giorni.
Simone Salvagnin
Oltre i propri limiti
È questo lo spirito che ha portato Salvagnin ad essere il primo cieco ad attraversare l’Islanda in autonomia con lo zaino in spalla, da Akureyri a Skógar, passando per Laugafell, Nýidalur, Landmannalaugar e Pórsmörk. 400 chilometri, 20 giorni, 2 compagni di viaggio – la compagna Lucia Vissani e Davide Ferro, guida di media montagna del Collegio Guide Alpine Lombardia, che Simone ha conosciuto quando faceva il rifugista in un rifugio sulle Piccole Dolomiti.
30 kg di zaino sulle spalle, con dentro tutto il cibo per un’autonomia alimentare di 25 giorni. Poche tracce per il GPS, perché Davide Ferro è uno hardcore, che da anni si muove in ambiente senza tecnologia, e che nel 2013 insieme a Franco Michieli (geografo, esploratore e scrittore) ha percorso un totale di 450 km nel Sapmi tra Russia, Finlandia e Norvegia, senza l’uso di supporti elettronici, utilizzando soltanto strumenti di orientamento naturali come il sole, le stelle, la conformazione geografica del terreno.
La scelta del Grande Nord come punto di partenza per questo viaggio si deve a Lucia, affascinata da sempre al mondo quasi ancestrale dei panorami inospitali artici. Simone fino ad adesso aveva sempre guardato più ad Est, verso l’Himalaya, oppure al Sud America, alle Ande dove ha effettuato molte spedizioni.
Il fascino del Grande Nord
Tuttavia, man mano che la pianificazione del viaggio prendeva forma, anche la curiosità di Simone per questo ambiente cresceva: “L’ostilità dell’ambiente, l’ostilità climatica, le grandi forze della natura che si esprimono in quella terra hanno fatto sì che si è rivelata per me è estremamente interessante fin da subito” – ci ha raccontato Simone.
“In più non mi ero mai cimentato con traversate del genere a piedi, perché io in realtà ho fatto tanta strada a piedi sì, ma spesso per andare sotto le montagne. Le grandi traversate le avevo fatte in bicicletta, in tandem, come la traversata del Cile dalla Bolivia fino alla Terra del Fuoco oppure sempre in Sud America l’attraversata dall’Atlantico al Pacifico.

“E quindi la componente del muoversi a piedi, l’incontro tra ghiaccio, fuoco, vulcani, terra che sa di antico, questi elementi climatici estremamente potenti e importanti, e il tipo di viaggio misurato su di me – che avrebbe messo in gioco tante piccole skills che avevo guadagnato nel mio percorso di vita, attraverso tanti altri viaggi – tutto questo è un po’ quello da cui è nato questo progetto”.
Un viaggio che è stato, racconta Simone, davvero sorprendente, a prescindere dalle difficoltà tecniche e logistiche dell’ambiente.
A look beyond
“La vera sorpresa è stata il carattere di purezza dell’esperienza. Il suo ritmo lento, la fatica logorante, la necessità di triangolare esigenze, emozioni e immaginari con Davide e Lucia, i miei compagni di viaggio, in un contesto che ci si opponeva, obbligandoci nell’affrontarlo a uno stato di presenza mentale molto profonda. La traversata dell’Islanda, insomma, mi ha portato in una dimensione che mi ha reso più autentico”.
Tutto questo è raccontato in A Look Beyond, il libro che ha pubblicato Simone Salvagnin nel 2025, edito da Montura, di cui Simone è ambassador, e che è disponibile in formato audiolibro qui, letto da Giuseppe Cederna.
“A me quello che affascina di più di questi posti, al di la del tradizionale turismo visivo che li rende meta gettonata ai più, è entrare in profonda connessione con chi li vive. È un ambiente che inevitabilmente ti cambia. Queste zone artiche e subartiche sono luoghi che per gran parte dell’anno, grazie alla neve, diventano grandi distese bianche dove è facile perdersi.”

“Ma questo è in realtà un perdersi per ritrovare se stessi: perché più ti porti dentro questi ambienti così ostili alla vita umana e così vasti e apparentemente privi di confine fra terra e orizzonte, più in realtà, se sei in grado di starci, entri in dimensioni di connessione molto profonda con te stesso. Chi fa esplorazioni artiche erra molto di più di tanti altri tipi di viaggiatori o di avventurieri, proprio per l’ambiente stesso”.
L’Islanda con la sua intensità feroce ha fatto esplodere in me frammenti di esperienza grezza che, lavorati nello sforzo del corpo, fanno scintillare la mia mente di una luce più vera.
Simone Salvagnin, A Look Beyond
Giulia Prior