Una ricerca dell’Università del Massachusetts Amherst rivela come una vasta area di permafrost del Nord Alaska stia perdendo il suo ghiaccio secolare a ritmi accelerati, liberando carbonio antico nei fiumi e nell’oceano. Le conseguenze vanno ben oltre l’Artico.
Un lungo campanello d’allarme
Un’area di permafrost dell’Alaska grande circa la metà dell’Italia sta sgelando a un ritmo sempre più rapido, rilasciando negli ecosistemi acquatici artici enormi quantità di carbonio intrappolato nel suolo ghiacciato da decine di migliaia di anni. A documentarlo è la ricerca più dettagliata mai condotta su questo fenomeno, appena pubblicata sulla rivista scientifica Global Biogeochemical Cycles dal team del geoscienziato Michael Rawlins dell’Università del Massachusetts Amherst.

Lo studio ha analizzato 44 anni di dati modellistici, dal 1980 al 2023, a una risoluzione di un chilometro quadrato, ricostruendo giorno per giorno l’evoluzione dei flussi idrici e delle esportazioni costiere nell’area del North Slope, la grande pianura settentrionale dell’Alaska che degrada verso il Mar di Beaufort.
La stagione del disgelo non finisce più
Al centro dello studio c’è il cosiddetto active layer: lo strato superficiale del permafrost che in condizioni normali gela e si scongela seguendo il ritmo delle stagioni. Negli ultimi decenni, sotto la spinta del riscaldamento climatico, questo strato si è progressivamente approfondito e soprattutto si è allungato nel tempo: la stagione di disgelo si estende ora fino a settembre e ottobre, con una differenza di svariate settimane in più rispetto al passato recente.
Man mano che l’active layer diventa più profondo, libera quantità crescenti di acque sotterranee che confluiscono nei fiumi del North Slope. Ma a scorrere non è soltanto acqua: scorre anche carbonio organico disciolto, che giaceva congelato da ere geologiche. Ogni anno, oltre 275 milioni di tonnellate vengono rilasciate nell’atmosfera sotto forma di anidride carbonica, alimentando un meccanismo che si autoalimenta. Più calore provoca più disgelo, che provoca più emissioni, che provocano più calore, un vero e proprio circolo vizioso.
Un oceano piccolo, un impatto enorme
Le conseguenze di quanto accade nel permafrost dell’Alaska non si fermano ai confini dell’Artico. I fiumi del North Slope scaricano nell’Oceano Artico l’11% dell’acqua dolce fluviale dell’intero pianeta, eppure quell’oceano rappresenta appena l’1% del volume oceanico mondiale. Un sistema straordinariamente concentrato, e per questo straordinariamente vulnerabile.

Gli aumenti più marcati nelle esportazioni di carbonio si registrano nel Nord-Ovest dell’Alaska, dove il terreno è più piatto e il permafrost accumula da millenni quantità enormi di materia organica in decomposizione. Più ci si sposta verso est, più il paesaggio diventa montuoso, il suolo roccioso e sabbioso, e minore è la quantità di carbonio mobilizzato. Questi squilibri stanno già alterando la salinità, la chimica e le reti alimentari del Mar di Beaufort.
Venticinque anni per capire il ghiaccio
Rawlins ha impiegato 25 anni a sviluppare il Permafrost Water Balance Model, uno strumento che stima l’accumulo e lo scioglimento della neve, il flusso delle acque sotterranee e i cambiamenti dell’active layer, ricostruendo le condizioni in aree dove, come ha spiegato lo stesso ricercatore, “le osservazioni dirette sono estremamente scarse e le misurazioni nei fiumi non sono mai abbastanza per quantificare gli apporti agli estuari lungo l’intero North Slope”.

Questo nuovo studio rappresenta un salto decisivo. Per la prima volta un’area così vasta è stata analizzata con una risoluzione spaziale di 1 km², un livello di dettaglio senza precedenti per quest’area, e su un arco temporale di quasi mezzo secolo. Ora il passo successivo sarà studiare come lo scioglimento dei caratteristici cunei di ghiaccio – strutture diffuse in tutto l’Artico – stia ulteriormente alterando il flusso di acqua e carbonio verso le coste. “Abbiamo un disperato bisogno di più studi sulla connessione terra-oceano”, ha avvertito Rawlins, “se vogliamo davvero fare i conti con il riscaldamento globale e i suoi effetti sugli ecosistemi costieri”.
Enrico Peschiera