Il referendum di agosto per la riapertura dei colloqui per un’eventuale adesione all’UE dell’Islanda riapre una partita sospesa da dieci anni, tra opportunità geopolitiche e nodi irrisolti sulla sovranità.
Un referendum per riaprire la discussione
L’Unione Europea a 28 Stati? È di questo che, nelle ultime settimane, si sta parlando con insistenza nelle sedi delle istituzioni europee. Non si tratta del ritorno del Regno Unito, bensì dell’entrata dell’Islanda. Il paese, infatti, potrebbe presto diventare un nuovo Stato membro, rafforzando così la presenza dell’Unione nella regione artica. Il governo di Reykjavik, insediatosi da poco più di un anno, aveva inserito nel proprio programma l’organizzazione di un referendum per decidere a riguardo, e così ha fatto: questo agosto, i cittadini islandesi voteranno per decidere se riavviare i negoziati con Bruxelles.

Il Paese, infatti, aveva già chiesto di aderire all’Unione nel 2009, quando la crisi finanziaria globale aveva causato il tracollo della moneta nazionale e l’economia stava entrando in recessione. Poco dopo, però, le trattative subirono un rallentamento, venendo congelate a causa di una controversia sulla politica della pesca e di un mutamento della situazione economica interna. Nel 2015, la domanda di adesione venne ritirata formalmente, quando Reykjavik aveva già chiuso un terzo dei capitoli negoziali.
Una cooperazione sempre più stretta
Al momento, i sondaggi vedono i favorevoli in leggero vantaggio, uno scenario che, se confermato, rinnoverebbe un procedimento fermo da più di dieci anni. L’aumento del costo della vita e l’instabilità della moneta nazionale, così come i recenti mutamenti geopolitici, sembrano aver riacceso la voglia di adesione in una parte della società islandese.
Il percorso dell’isola potrebbe essere meno complesso rispetto a quello di altri Stati che, da anni, sono impegnati in lunghi negoziati con la Commissione Europea. L’Islanda, infatti, è già membro dello Spazio Economico Europeo, facendo parte dell’unione doganale, così come dell’Area Schengen, adattandosi già tempo fa a molte normative europee. L’Unione Europea e l’Islanda, inoltre, sono allineate sui principali dossier di politica estera, rafforzando solo pochi giorni fa la propria collaborazione in materia.

Nuovo accordo sulla sicurezza
Lo scorso mercoledì, l’Alta Rappresentante dell’UE Kaja Kallas e la ministra degli Esteri islandese Thorgerdur Katrin Gunnarsdottir hanno siglato il nuovo partenariato sulla sicurezza e la difesa. L’intesa punta a intensificare la cooperazione in aree critiche, a partire dalla regione artica, dove Bruxelles e Reykjavík si impegnano a scambiare informazioni per garantire stabilità e monitorare minacce cyber e climatiche.
Leggendo il documento, non si può non pensare alla crescente aggressività di attori come Cina e Russia nella regione, ma anche a quella dell’amministrazione statunitense, con le pressioni di Donald Trump per il controllo della Groenlandia: la regione si prepara a essere teatro di sfida fra le maggiori potenze e l’UE vuole ritagliarsi il proprio spazio.

L’accordo prevede inoltre un sostegno congiunto e a lungo termine all’Ucraina, includendo assistenza finanziaria, supporto alla ricostruzione e il coordinamento delle sanzioni contro Mosca. Parallelamente, viene rafforzata la collaborazione contro le minacce ibride, attraverso lo scambio di strategie preventive e risposte diplomatiche coordinate. In definitiva, il partenariato rappresenta un’occasione per promuovere un maggiore coinvolgimento dell’Islanda nelle iniziative di difesa ed e sicurezza comuni dell’Unione.
I nodi da sciogliere
Gunnarsdottir ha recentemente dichiarato di essere ottimista sulla possibilità che il Paese aderisca all’UE già nel 2028, constatando che per l’isola sarebbe “vantaggioso avere voce in capitolo” negli affari comunitari. Se gli elettori decidessero di riavviare i negoziati, la ministra ha affermato di aspettarsi che la pesca sarà il tema più spinoso.
Durante i negoziati del 2009, infatti, erano sorte numerose divergenze in merito alle quote di pesca, incidendo direttamente su uno dei principali settori dell’economia. Per questo, Gunnarsdottir ritiene che qualsiasi nuovo colloquio dovrebbe focalizzarsi fin da subito sulle questioni più difficili: non solo pesca, ma anche agricoltura e mercato del lavoro.
L’atteggiamento islandese
Un altro problema, emerso chiaramente nei negoziati dei primi anni duemila, è l’atteggiamento islandese nei confronti della procedura di adesione. Quando un Paese fa domanda di adesione significa che esso vuole entrare nell’Unione e che è pronto ad accettare ciò che ne deriva: i negoziati sono svolti principalmente per soddisfare i criteri posti da Bruxelles.

Lo Stato interessato deve dimostrare di rispettare i principi democratici fondamentali, di tutelare i diritti umani e lo stato di diritto. L’economia nazionale deve reggere alla competizione interna e alle pressioni del mercato unico. Inoltre, il Paese interessato deve adottare l’acquis comunitario, vale a dire tutto il sistema legislativo dell’Unione, trasferendo a quest’ultima determinate competenze e poteri. Quando si fa domanda di adesione, tutto questo viene dato per chiaro, soprattutto dall’UE.
Opinione pubblica reticente
Gli islandesi, tuttavia, non sembravano vederla allo stesso modo. Quando Reykjavik fece domanda di adesione nel 2009, il governo non era intenzionato ad aderire effettivamente all’UE, piuttosto a capire cosa quest’ultima offrisse al Paese. Per questo, se ancora oggi molti islandesi si dicono favorevoli a nuovi negoziati con Bruxelles, non è detto che la stessa cosa valga per l’adesione in quanto tale.
L’Islanda sembra essere l’unico Paese a credere che il processo di adesione sia una negoziazione dove è l’UE a offrire un accordo al diretto interessato: non è lo Stato candidato ad adeguarsi alle richieste dell’Unione. Durante il periodo delle negoziazioni, non di rado i rappresentanti dell’UE si sono sentiti dire che, se l’Islanda faceva domanda, non era perché volesse necessariamente aderire, ma voleva “dare un’occhiata” e vedere cosa venisse offerto.
Se il referendum del 29 agosto desse esito positivo, quindi, il problema non si limiterà alla capacità islandese di conformarsi agli standard UE, ma dovrà confrontarsi con l’effettiva volontà della popolazione di aderire all’Unione.
Un’opportunità per l’Unione
Un’eventuale adesione sarebbe un segnale importante tanto per l’Unione Europea quanto per il resto del mondo. L’allargamento all’Islanda rappresenterebbe la prima nuova entrata dopo più di dieci anni, segnati dall’abbandono del Regno Unito nel 2016, e rafforzerebbe notevolmente la presenza dell’UE nella regione artica.
A dispetto dell’entusiasmo mostrato negli scorsi giorni, però, l’eventuale percorso di adesione sarà più complesso di quanto sembri, rendendo necessario un cambio di approccio sia per Reykjavik che per l’UE. Sapere come andrà è impossibile, eppure il 2028 non sembra essere molto lontano: che cosa deciderà, alla fine, il popolo islandese?
Nicolò Radice Fossati