A oltre dieci anni dall’ingresso nel Consiglio Artico, Roma aggiorna la propria strategia confrontandosi con un Artico radicalmente cambiato.
L’Italia e l’Artico, un legame di lunga data
“La Politica Artica Italiana”, documento presentato lo scorso 16 gennaio a Roma con una cerimonia a Villa Madama a cui hanno presenziato il Ministro della Difesa Guido Crosetto, dell’Università e Ricerca Annamaria Bernini e degli Esteri, Antonio Tajani, arriva nel mezzo di un’escalation senza precedenti sul caso Groenlandia che ha acceso i riflettori sulla regione artica. Ma più che una risposta alle contingenze del momento, il documento rappresenta anche il punto di arrivo di un percorso iniziato oltre dieci anni fa, nel 2013.

Quando l’Italia ottenne nel 2013 lo status di Osservatore nel Consiglio Artico, entrò in un ecosistema politico che si reggeva ancora su un’idea forte e largamente condivisa. L’Artico veniva concepito come una regione “eccezionale”, governata principalmente dalla cooperazione scientifica e da un multilateralismo pragmatico, relativamente impermeabile alle tensioni più aspre della politica internazionale.
In quella fase Roma concepì la propria proiezione artica soprattutto attraverso strumenti di soft power e diplomazia scientifica, coerenti con il profilo di uno Stato non artico che aspirava a essere riconosciuto come interlocutore utile, competente e affidabile.
Analizzando i documenti ufficiali sulla regione artica prodotti dalle istituzioni tra il 2015 e il 2026, saltano però agli occhi le trasformazioni profonde di una regione che è passata progressivamente da spazio cooperativo a teatro di competizione strategica.
Dal 2015 al 2025
Il documento del 2015, Verso una Strategia italiana per l’Artico – Linee guida nazionali, rappresenta il primo tentativo organico di dare forma alla proiezione artica dell’Italia. Non si trattava di una strategia in senso stretto, ma di un testo fondativo, che legittima l’azione dell’Italia richiamando una lunga storia di esplorazioni e missioni scientifiche, e collocando l’Artico nel perimetro delle grandi responsabilità ambientali globali.
Il Consiglio Artico veniva qui presentato come architrave della governance regionale e come principale spazio di cooperazione a nord del Circolo Polare. Anche la dimensione economica era incardinata in una cornice prudente, fondata sul diritto del mare, sugli standard di sicurezza e sulla tutela delle comunità locali. Era l’Artico dell’eccezionalismo, e l’Italia vi si inseriva con la postura di un attore pienamente cooperativo.
Nel 2018 il baricentro iniziò a spostarsi. Il testo associato all’indagine conoscitiva parlamentare sulla Strategia italiana per l’Artico rivela già una mutazione significativa nel modo in cui la regione veniva descritta e interpretata. L’Artico veniva definito “nuova frontiera dello sviluppo economico e commerciale globale”, mentre l’apertura delle rotte e l’accessibilità alle risorse erano fattori capaci di alimentare una “competizione crescente”.
È qui che Russia e Cina entrano più chiaramente nel quadro analitico come potenze avversarie, anche se non ancora ostili. Di certo, nel documento del 2018 si parla esplicitamente di “progressiva militarizzazione, preoccupante per i futuri equilibri geopolitici”. Cambiavano anche, quasi in sordina, le implicazioni politiche e la postura dell’Italia, che iniziava così a ragionare in termini di interessi, esposizioni e vulnerabilità, non solo diplomazia scientifica. Il documento del 2018 segna quindi un passaggio intermedio ma decisivo, perché è qui che viene normalizzata l’idea che l’Artico non fosse immune dalla competizione internazionale.
Il 2026: una strategia per un Artico trasformato
La Politica Artica Italiana del 2026 segna un cambio di fase netto. Non solo perché arriva a dieci anni dal primo documento di indirizzo, ma perché prende atto, senza ambiguità, di un Artico profondamente diverso da quello della decade precedente. Il testo parte dalla constatazione che la regione polare è ormai pienamente inserita nelle dinamiche della competizione strategica globale.
Nelle sezioni introduttive dedicate a “L’Artico oggi”, il documento lega in modo diretto trasformazioni climatiche e mutamento degli equilibri di potere. La fusione dei ghiacci non è più trattata soltanto come emergenza ambientale, ma come fattore geopolitico strutturale. Accesso a risorse energetiche e minerarie, apertura di nuove rotte marittime, centralità geografica dell’Artico come spazio di contatto tra Nord America ed Eurasia definiscono una regione che diventa terreno di confronto diretto tra Stati Uniti, Russia e Cina.
In questo quadro, l’idea di un “eccezionalismo artico” viene dichiarata superata, anche alla luce della crisi del Consiglio Artico seguita all’invasione russa dell’Ucraina. Tuttavia, l’Italia ribadisce il suo impegno attivo ai lavori del Consiglio, che considera strumento imprescindibile per ridurre attriti tra i diversi attori e promuovere un’agenda basata su interessi comuni.

Su questa base, la strategia ricostruisce l’evoluzione della presenza italiana con una prospettiva di lungo periodo. Dalle esplorazioni storiche alle infrastrutture scientifiche permanenti, fino allo status di Osservatore nel Consiglio Artico e alla creazione del Comitato Scientifico per l’Artico e del Programma di Ricerche in Artico, la traiettoria italiana viene presentata come coerente e continuativa. Una ricostruzione che serve a legittimare politicamente una postura più articolata in una regione che non è più marginale per la sicurezza europea.
Le voci dei Ministri
A questa lettura fa eco anche il quadro emerso durante la conferenza stampa di presentazione della nuova Strategia italiana per l’Artico, alla presenza dei Ministri degli Esteri, della Difesa e dell’Università e della Ricerca. Nei loro interventi, il carattere olistico dell’approccio italiano è stato sottolineato in modo esplicito, restituendo l’immagine di una strategia che intende tenere insieme dimensione ambientale, sicurezza, ricerca scientifica e interessi economici. L’attenzione alle conseguenze del cambiamento climatico si affianca così, almeno sul piano dichiarativo, alla necessità di garantire la libertà di navigazione e di favorire lo sviluppo delle rotte commerciali emergenti.
Se il contributo del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica viene formalmente richiamato, tanto nel documento quanto negli interventi pubblici, l’impressione è tuttavia che le problematiche ambientali scivolino in secondo piano rispetto alle dimensioni economica e securitaria, che emergono con maggiore forza e trasversalità. Nel suo intervento, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ripercorso la lunga tradizione italiana di esplorazioni e ricerca scientifica oltre il 66° parallelo, per poi spostare l’attenzione sugli aspetti commerciali, annunciando l’istituzione di un tavolo imprenditoriale Artico con il coinvolgimento dei principali gruppi industriali attivi nei settori dell’energia, dell’ambiente e dello spazio.


Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha invece sostenuto che l’incremento delle spese militari debba essere letto come un fattore abilitante anche per la diplomazia e la ricerca, e non esclusivamente come un rafforzamento del comparto militare. Su una linea convergente, la Ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini ha affermato che non possono esservi diplomazia, sanità o ricerca senza sicurezza, restituendo un quadro in cui scienza e difesa risultano sempre più intrecciate. Nel loro insieme, questi interventi confermano l’impianto della Strategia del 2026: un approccio integrato in cui la dimensione scientifica va oltre la sua neutralità originaria e viene ricondotta dentro una visione più ampia, in cui sicurezza, economia e conoscenza si sostengono reciprocamente.
I molti domini dell’Artico
La parte centrale del documento affronta proprio la dimensione politico-securitaria con maggiore chiarezza rispetto al passato. I pilastri restano quelli tradizionali – sostegno al Consiglio Artico, rispetto del diritto internazionale e della Convenzione UNCLOS, multilateralismo e ruolo dell’Unione Europea – ma vengono inseriti in un contesto profondamente mutato. La sicurezza diventa una dimensione strutturale dell’azione italiana. L’invasione russa dell’Ucraina è indicata come punto di rottura degli equilibri regionali, accelerando la militarizzazione dell’Artico e la sua integrazione nell’architettura di difesa euro-atlantica.
In questo scenario, l’Italia riconosce la natura multi-dominio della competizione. La strategia chiarisce che Roma non persegue una presenza militare autonoma in Artico, ma intende contribuire alla sicurezza collettiva nel quadro NATO e UE, mettendo a disposizione capacità specialistiche. Centrale è il rafforzamento della situational awareness, attraverso l’integrazione delle capacità di monitoraggio nei domini terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico.

Qui emerge uno degli elementi più innovativi del documento: la centralità dello spazio e dei dati. L’osservazione della Terra, le costellazioni satellitari e i sistemi di comunicazione vengono trattati come fattori strategici essenziali per operare in un ambiente remoto, estremo e scarsamente accessibile. Energia, spazio, cantieristica navale specialistica e alcune applicazioni della difesa sono indicati come ambiti in cui l’Italia può consolidare una presenza qualificata.
A conferma della specializzazione italiana nell’ambito cantieristico e scientifico, il 26 Gennaio 2026 nel cantiere di Riva Trigoso è stata varata la nuova Nave Idro-Oceanografica Maggiore (NIOM) Qurinale, che verrà presto utilizzata per le campagne di ricerca idrografiche che l’Italia conduce ogni anno nella acque artiche.
In questo contesto, la ricerca scientifica resta un pilastro, ma non è più presentata come attività neutra. L’attività complessiva dell’Italia nel teatro artico si configura con un “approccio integrato” promuovendo “un coordinamento rafforzato tra le amministrazioni competenti, le Forze Armate, il mondo della ricerca e il settore industriale”. Emerge in questo senso il tema del dual-use: la ricerca scientifica e l’osservazione ambientale si legano direttamente alla sicurezza e alla dimensione militare.
Tra maturità strategica e limiti strutturali
Nel complesso, la “Politica Artica Italiana” rappresenta un passo avanti significativo. L’Italia si dota finalmente di un documento strategico ampio e coerente, che conferma la sua presenza in Artico e la colloca consapevolmente dentro le dinamiche geopolitiche del XXI secolo. La strategia segna il passaggio da una proiezione fondata quasi esclusivamente su scienza e cooperazione a una postura più adatti ai tempi correnti, tempi in cui l’eccezionalismo artico è solo un lontano ricordo.
Restano però alcune criticità. Come spesso accade nei documenti strategici italiani, emerge il rischio di un divario tra ambizioni e capacità di attuazione, soprattutto in assenza di un chiaro quadro finanziario pluriennale. Senza risorse dedicate, la strategia rischia di rimanere, almeno in parte, programmatica.
“La Politica Artica Italiana” fotografa dunque un Paese che prende atto di un Artico cambiato e prova a riposizionarsi senza rinnegare i propri valori. Un equilibrio complesso, forse instabile, ma inevitabile in un momento come quello attuale. Perché oggi l’Artico non è più una periferia del sistema internazionale, ma uno dei luoghi in cui si misurano, sempre più chiaramente, i rapporti di forza del mondo.
Enrico Peschiera
Giulia Secci
Marco Volpe