Dalla protezione della biodiversità oltre le giurisdizioni nazionali alle nuove aree marine protette: il BBNJ o High Seas Treaty ridefinisce l’equilibrio tra cooperazione, sicurezza e tutela ambientale, con effetti che si estendono fino all’Oceano Artico.
Il Trattato per l’Alto Mare
Il 17 gennaio 2026 ha segnato una data storica per la governance degli oceani globali, è ufficialmente entrato in vigore il Trattato per l’Alto Mare delle Nazioni Unite, noto ufficialmente come “Agreement on the Conservation and Sustainable Use of Marine Biological Diversity of Areas beyond National Jurisdiction” (Accordo sulla conservazione e l’uso sostenibile della diversità biologica marina nelle aree al di là della giurisdizione nazionale).

Dopo decenni di negoziati multilaterali per colmare una lacuna normativa che per troppo tempo ha lasciato vaste porzioni dell’oceano senza tutela giuridica efficace, questo accordo internazionale, spesso definito in inglese High Seas Treaty o con l’acronimo BBNJ (Biodiversity Beyond National Jurisdiction), è il primo trattato globale vincolante specificamente dedicato alla protezione della biodiversità marina e alla gestione sostenibile delle acque internazionali, ovvero quelle al di fuori delle zone economiche esclusive degli Stati (EEZ) che costituiscono oltre due terzi della superficie oceanica mondiale.
Una svolta necessaria
Per decenni le aree di alto mare, che comprendono le acque profonde, le dorsali oceaniche e i corridoi migratori di innumerevoli specie marine, sono state trattate come dei beni comuni, o “commons”, globali senza un vero e proprio regime giuridico di protezione coerente. Le normative esistenti, come la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), hanno posto le basi generali per la gestione del mare aperto, ma non offrivano strumenti operativi e vincolanti per tutelare la biodiversità oltre le giurisdizioni nazionali.
Con l’entrata in vigore del BBNJ gli Stati firmatari sono giuridicamente obbligati ad applicare delle specifiche norme, definite nell’accordo, nei loro rapporti con le acque internazionali, creando un quadro coordinato e complessivo per attività umane, protezione delle specie e mitigazione degli impatti ambientali.

L’High Seas Treaty è il risultato di quasi vent’anni di lavoro diplomatico multilaterale, avviato formalmente quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha autorizzato la creazione di uno strumento giuridico vincolante per la biodiversità oltre le giurisdizioni nazionali. Il testo dell’accordo è stato finalizzato nel marzo 2023 e aperto alle firme nello stesso anno; nel settembre 2025 ha raggiunto la soglia di 60 ratifiche necessarie per la sua entrata in vigore, scatenando il conto alla rovescia di 120 giorni richiesto per la sua applicazione giuridica.
Organizzazioni internazionali come l’International Maritime Organization (IMO) hanno accolto con favore questo risultato, evidenziando che si tratta del primo accordo di portata globale dedicato alla tutela della vita marina nelle acque internazionali.
Implicazioni dirette per l’Artico
Pur non essendo specificamente legato all’artico, l’entrata in vigore di questo trattato ha importanti implicazioni anche in questa sempre più centrale area geografica, essendo una regione intrinsecamente connessa ai grandi cicli oceanici globali e ai processi climatici su scala planetaria.
La prevista creazione di ulteriori aree marine protette (AMP), attualmente solo l’1% di queste “acque internazionali” lo sono, potrà includere zone di importanza ecologica nell’Artico, in particolare nelle porzioni di Oceano Artico centrale che si trovano oltre le giurisdizioni nazionali costiere. Ad esempio, habitat critici per cetacei migratori, banchi di plancton polari o corridoi di specie ad ampia distribuzione. In un contesto già sottoposto a rapidi cambiamenti climatici, la possibilità di designare aree di tutela ambientale in alto mare rappresenta una risorsa regolatoria nuova e potenzialmente di vitale importanza strategica.
Il trattato inoltre richiede che ogni attività ritenuta significativa e possibilmente dannosa per l’ecosistema oceanico sia preceduta da una valutazione d’impatto ambientale internazionale. Nell’Artico, dove progetti di esplorazione, pesca e infrastrutture marittime stanno aumentando in seguito all’apertura di rotte come la Northern Sea Route, questa norma crea uno standard di precauzione e trasparenza essenziale per valutare in anticipo le conseguenze su ecosistemi già sottoposti a importanti stress e quindi potenzialmente vulnerabili.
Un altro elemento chiave dell’accordo è la promozione dell’innovazione tecnologica e della cooperazione scientifica. Per l’Artico, dove le conoscenze su alcune dinamiche biologiche e oceanografiche sono ancora in evoluzione, un quadro internazionale rafforzato facilita l’accesso condiviso ai dati, la collaborazione tra istituti di ricerca e il coinvolgimento di comunità locali e popolazioni indigene nelle attività di monitoraggio e gestione.
Quest’area è già oggetto di numerose iniziative normative e cooperative, come quelle del Consiglio Artico e dei trattati regionali sulla navigazione e sugli ecosistemi marini. L’High Seas Treaty non si pone di sostituire questi strumenti, ma anzi di rafforzarli offrendo un quadro giuridico globale e vincolante per le aree di alto mare che si estendono oltre le giurisdizioni nazionali artiche. Ciò permette di colmare i vuoti regolatori nelle porzioni di oceano adiacenti alle zone costiere artiche.
Le sfide che restano
Nonostante l’entusiasmo per l’entrata in vigore del trattato, permangono sfide significative per un suo preciso ed efficace utilizzo. Alla data dell’entrata in vigore, oltre 80 Stati avevano completato la ratifica, mentre altri non hanno ancora concluso il processo legislativo interno, quindi manca ancora un’ampia adesione internazionale. Ciò limita l’universalità del regime e la sua efficacia complessiva.
Inoltre, la protezione effettiva delle AMP e il coordinamento con organismi già esistenti (come le organizzazioni regionali di gestione delle risorse ittiche) richiedono un lavoro istituzionale intenso e prolungato nel tempo. Per assicurare che tutti i paesi possano partecipare attivamente, è indispensabile costruire meccanismi di supporto finanziario e di trasferimento tecnologico, specialmente per i paesi in via di sviluppo.

Il Trattato dell’Alto Mare rappresenta sicuramente una pietra miliare nella storia della governance marina globale, essendo il primo piano che riconosce e disciplina in modo vincolante l’uso sostenibile e la tutela della biodiversità nelle acque internazionali, includendo strumenti concreti come le aree marine protette, le valutazioni d’impatto e la condivisione equa dei benefici derivanti dalle risorse genetiche [4].
Per il mondo artico, questo accordo non solo amplia le possibilità di tutela delle sue vaste e delicate aree marine, ma crea anche un terreno comune per la cooperazione scientifica, ambientale e politica su scala globale. In un’epoca in cui la crisi climatica e la perdita di biodiversità impongono risposte sistemiche, la comunità scientifica, le popolazioni indigene e le istituzioni della regione artica potranno ora inserirsi in un quadro internazionale più forte e coerente, contribuendo a una gestione oceanica più sostenibile per tutti.
Pietro Boniciolli