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Alaska LNG, mezzo secolo di promesse non mantenute

La finestra che il Parlamento dell’Alaska avrebbe dovuto chiudere il 20 maggio non si è chiusa, e Alaska LNG ancora non vede l’approvazione finale. Si è trasformata in una guerra di logoramento a colpi di sessioni straordinarie, mentre un documento riservato finito nelle mani sbagliate svela quanto possa costare ai contribuenti un progetto di cui nessuno conosce davvero i conti.

Un iter infinito

Nel nostro ultimo articolo avevamo lasciato il progetto Alaska LNG a un bivio. Per aggirare l’ostacolo principale del progetto, la sua incerta sostenibilità finanziaria, Donald Trump aveva firmato a fine aprile un memorandum che invoca il Defense Production Act, la legge d’emergenza nazionale che permette al governo federale di sostenere con prestiti, garanzie e impegni d’acquisto le infrastrutture ritenute strategiche. Uno strumento potente, che però non scioglie il vero nodo, perché il memorandum non modifica il percorso di approvazione, ancora vincolato al voto del Parlamento dell’Alaska sulla cornice fiscale, con la sessione legislativa in scadenza al 20 maggio.

Quella scadenza è arrivata, ed è passata senza nulla di fatto. Il disegno di legge non ha superato l’aula in tempo, la sessione ordinaria si è chiusa senza accordo, e il governatore repubblicano Mike Dunleavy ha fatto ciò che molti suoi predecessori avevano già fatto per lo stesso identico gasdotto, convocando una sessione straordinaria.

La prima vittoria della Camera

Il 12 giugno la Camera dei Rappresentanti dell’Alaska ha approvato, con un netto 34 voti a 5, lo House Bill 381, il pacchetto di agevolazioni su cui Dunleavy e la società sviluppatrice Glenfarne insistono da mesi. È la prima volta in assoluto che una camera dell’Alaska taglia le imposte per questo progetto. Il provvedimento sostituisce l’imposta patrimoniale del 2% sull’infrastruttura con un prelievo calcolato sui volumi di gas in transito, riducendo il carico fiscale di circa l’85% per i trent’anni successivi all’avvio.

Per arrivare al voto, però, la maggioranza bipartisan ha imposto una serie di paracadute a tutela degli abitanti dell’Alaska, tra cui un tetto al prezzo del gas per i consumatori locali, l’obbligo di un ramo verso Fairbanks e un accordo sul lavoro.

Il muro del Senato e la seconda sessione straordinaria

Il fronte si è incrinato al Senato, storicamente più freddo verso uno sgravio tanto generoso. Il 19 giugno la Commissione Finanze ha rivisto il testo in profondità, innalzando l’aliquota volumetrica, estendendo l’imposta sul reddito d’impresa a Glenfarne e anticipando al 2032 il termine per completare il gasdotto, cinque anni prima di quanto chiedeva il governatore.

Dunleavy ha liquidato la versione del Senato sostenendo che “così non può funzionare” e ha convocato una seconda sessione straordinaria, aperta il 20 giugno e destinata a chiudersi il 20 luglio. Le due camere hanno affidato il dossier a una commissione di conciliazione chiamata a comporre le rispettive versioni con il governatore e con Glenfarne. Per il leader della minoranza Mike Cronk, alcune clausole rischiano di essere una vera e propria “pillola avvelenata”.

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Foto di Alaska LNG

Il documento “segreto” di AGDC

A complicare i lavori è arrivato, in piena sessione, un documento che doveva restare riservato. Un gruppo di senatori ha ottenuto la bozza dell’analisi interna con cui la Alaska Gasline Development Corporation (AGDC), il braccio pubblico che possiede il 25% del progetto, ha valutato l’accordo con Glenfarne, contratto mai reso pubblico. Il testo descrive una serie di “clawback milestones”, traguardi che Glenfarne deve raggiungere per dimostrare di operare in buona fede, come la firma di un contratto vincolante di vendita del gas. Se l’AGDC ritiene che un traguardo non sia stato centrato, può avviare la procedura per riprendersi il progetto. E per riprenderselo, secondo la bozza, lo Stato potrebbe dover pagare, su un prezzo proposto dalla stessa Glenfarne in base al “valore” che sostiene di aver aggiunto.

Il punto è esplosivo perché gli impegni dei grandi acquirenti asiatici coprono finora sedici dei venti milioni di tonnellate annue, ma restano lettere d’intenti non vincolanti, e la decisione finale d’investimento è già slittata. Eppure, in un’audizione del 16 giugno, il presidente di Glenfarne Alaska Adam Prestidge aveva assicurato ai senatori che “non esiste alcuno scenario in cui chiederemo soldi allo Stato”, senza menzionare la clausola di riacquisto. La società obietta che un eventuale riscatto non sarebbe una richiesta di denaro, bensì il compenso per il valore che sostiene di aver apportato al progetto, ma la distinzione non è bastata a rassicurare l’aula.

Cinquant’anni di promesse

Sullo sfondo resta la mossa di Trump. Le determinazioni presidenziali del 20 aprile autorizzano il Dipartimento dell’Energia a sostenere il settore con prestiti e garanzie, ma non stanziano un solo dollaro: spetta al DOE tradurle in programmi concreti, e le autorità del Defense Production Act scadono il 30 settembre 2026 se il Congresso non le rinnova. C’è anche chi mette in dubbio il merito dell’operazione di “nazionalizzazione”, come l’analista Philip Rossetti, che ha però ammesso: “Per questi progetti su larga scala, stiamo iniziando ad addentrarci in un territorio inesplorato per quanto riguarda l’utilizzo del DPA.”

Come ha ricostruito Alaska Beacon, il sogno di un gasdotto dal North Slope ha più di cinquant’anni: un’opera approvata dalla Casa Bianca già alla fine degli anni Settanta, il progetto Yukon Pacific degli anni Ottanta con i permessi in mano e mai costruito, i tentativi di Frank Murkowski naufragati tra accuse di corruzione, la licenza concessa da Sarah Palin a TransCanada nel 2008. Da quella licenza lo Stato avrebbe poi ricavato solo costi, sborsando quasi quattrocento milioni di dollari tra rimborsi e riacquisto della quota nei cinque anni successivi. In sostanza, in venticinque anni l’Alaska ha speso oltre un miliardo per un’opera di cui non è stato posato un solo metro.

Il paradosso di Alaska LNG è che non è più bloccato dalle autorizzazioni, e sulla carta nemmeno del tutto dagli acquirenti, dato che le lettere d’intenti coprono ormai gran parte della capacità (pur senza che manchi ancora qualche milione di tonnellate) e, soprattutto, una firma definitiva. È bloccato dalla domanda su chi si accolla il rischio. E nessuno, per ora, sembra voler sobbarcarsi di una tale responsabilità.

Enrico Peschiera

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Autore

  • Enrico Peschiera

    Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

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