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Yamal LNG, chi guadagna dal gas russo artico

Foto: TotalEnergies

Un’inchiesta di Arctida ricostruisce la rete europea che lucra sul gas artico russo. E mentre si discuteva timidamente di riaprire a Mosca vista la chiusura di Hormuz, Bruxelles ora serra di nuovo la morsa.

L’Europa e il gas russo, una lunga storia

Un paio di mesi fa, con la crisi mediorientale a strozzare le forniture del Golfo, alcune voci dell’industria energetica, a partire dall’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, avevano ipotizzato un rinvio del bando europeo al gas russo previsto per il 2027. L’Artico siberiano resta, in fondo, la riserva più vicina e tecnicamente accessibile per il Vecchio Continente, che per decenni ha investito sulle risorse russe costruendo gasdotti e finanziando direttamente gli impianti estrattivi dell’artico siberiano, come nel caso dell’ormai noto Yamal LNG.

Yamal LNG è uno dei maggiori impianti di liquefazione di gas naturale al mondo, costruito sull’omonima penisola dell’Artico russo e operativo dal 2017. La proprietà è divisa fra la russa Novatek, che ne detiene il 50,1%, la francese TotalEnergies con il 20,02%, e i soci cinesi CNPC, con il 20%, e Silk Road Fund, con il 9,9%. Le vicende che riguardano questo impianto, così come quelle legate al suo successore mai nato Arctic LNG 2, sono un esempio di come l’invasione dell’Ucraina abbia creato una frattura politica insanabile laddove esisteva un sistema economico ben rodato e difficile da scardinare dall’oggi al domani. La dipendenza europea dal gas russo è stata costruita negli anni con i gasdotti (basti pensare, nel caso tedesco, a North Stream) e con i finanziamenti diretti a questi giganteschi progetti di estrazione e liquefazione di gas dell’artico russo.

L’inchiesta di Arctida

E proprio la dipendenza da questa risorsa si sta dimostrando fra le più difficili da cui uscire. Nei primi quattro mesi del 2026 le importazioni europee dall’impianto sono cresciute del 17% su base annua, fino a 6,7 milioni di tonnellate, e i terminal del continente hanno assorbito il 98% di tutto il gas esportato da Sabetta, per un valore prossimo ai 3,88 miliardi di euro. Numeri che fotografano un paradosso: l’Unione continua a finanziare, con ogni singolo carico, proprio quell’energia russa da cui dichiara di volersi affrancare.

È su questo terreno che si inserisce l’inchiesta del centro di ricerca Arctida, dedicata a chi davvero trae profitto da Yamal LNG e attraverso quali canali. Le sue conclusioni indicano che dietro il gas siberiano si muove una fitta rete di interessi occidentali e fornitori europei. E proprio in queste ultime ore, da Bruxelles è arrivata la risposta più dura: l’Unione Europea ha chiarito che il suo imminente divieto sul gas naturale liquefatto russo si estenderà ben oltre le importazioni in Europa, proibendo agli operatori dell’UE di trasportare, commercializzare o distribuire GNL russo in qualsiasi parte del mondo, una decisione con importanti implicazioni sia per le compagnie di navigazione che per gli acquirenti di energia europei.

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Yamal LNG (2018). Fonte: Novatek.ru

Chi è Arctida

Arctida è un’organizzazione non profit che si presenta come la prima ONG di matrice russa interamente dedicata all’intreccio fra crisi climatica, corruzione di sistema e diritti dei popoli indigeni nell’Artico russo. Il suo lavoro si fonda sull’analisi di dati doganali, bilanci e registri societari, un metodo che a Mosca è valso una qualifica poco ambita, quella di “organizzazione indesiderata”, assegnata nel febbraio 2026 e che ne vieta di fatto l’attività in territorio russo. L’indagine su Yamal LNG porta la firma della ricercatrice Anna Orlova.

I dividendi fantasma

Il primo filone dell’inchiesta riguarda denaro che, ufficialmente, non avrebbe mai dovuto lasciare la Russia. Secondo il report, nell’aprile 2024 l’amministratore delegato di TotalEnergies, Patrick Pouyanné, aveva dichiarato di non percepire più dividendi da Yamal LNG dal 2023, sostenendo che i profitti restassero congelati nel Paese a causa delle restrizioni.

I documenti finanziari ottenuti da Arctida raccontano però una vicenda diversa. Fra il 2022 e il 2024 il gruppo avrebbe incassato 105,2 miliardi di rubli di dividendi, pari a circa 1,1 miliardi di euro, quasi la metà dei quali dopo il 2023, con un’ultima tranche da 6,5 miliardi di rubli, circa 65 milioni di euro, nell’ottobre 2024. A movimentare le somme sarebbero state banche europee tuttora operative in Russia, fra cui la filiale olandese di Deutsche Bank e l’austriaca Raiffeisen Bank International.

Da Sabetta a Parigi

Accanto ai dividendi corre un secondo canale, ancora più redditizio. Un contratto di fornitura di lungo periodo impegna TotalEnergies ad acquistare quattro milioni di tonnellate di gas all’anno fino al 2041, con i prezzi indicizzati al petrolio anziché ai mercati europei del gas. È una clausola apparentemente tecnica che nei momenti di crisi diventa una leva formidabile. Nell’agosto 2022, rileva Arctida, mentre l’Europa fronteggiava l’impennata delle quotazioni il gruppo acquistava a Sabetta a prezzi “petroliferi” intorno ai 12-15 dollari per milione di BTU e rivendeva sul mercato continentale a valori che superavano i 90. Interrogato sull’opportunità di simili operazioni, Pouyanné ha riassunto la logica del gruppo descrivendo quei proventi non come denaro russo, ma come il “frutto di un contratto europeo”.

Quel contratto, però, ha le ore contate. Il bando europeo vieta dal 1° gennaio 2027 le importazioni di GNL russo legate ad accordi di lungo periodo, e TotalEnergies si troverà vincolata fino al 2041 ad acquistare un gas che non potrà più portare in Europa. L’unica via d’uscita sarebbe continuare a ritirarlo e a rivenderlo altrove, sui più lontani mercati asiatici. È proprio questa la mossa che, come vedremo, l’Unione ha deciso di precludere.

La tecnologia europea che continua ad arrivare

Le sanzioni non hanno frenato soltanto i flussi di denaro, e non hanno fermato neppure l’invio dei componenti tecnici necessari per far funzionare l’impianto. D’altra parte, come ricordato all’inizio, parliamo di un progetto sulla cui realizzazione hanno contribuito direttamente molte aziende europee. L’impianto non è soggetto a misure dirette di blocco e continua a funzionare grazie a tecnologia occidentale mai sostituita, dalla liquefazione dell’americana Air Products ai compressori della tedesca Siemens, fino alle turbine a gas della statunitense Baker Hughes.

Arctida rivela come diverse di queste società avessero annunciato l’addio al mercato russo, eppure l’analisi delle dichiarazioni doganali del 2023 mostra forniture mai del tutto interrotte. Sfruttando i margini lasciati aperti dai primi pacchetti sanzionatori, anche le italiane ZA.VE.RO. e Filters avrebbero spedito direttamente valvole di alta precisione e guarnizioni introvabili sul mercato russo.

Altre forniture hanno preso strade più tortuose, transitando per Paesi terzi. La spagnola AMPO ha continuato a rifornire l’impianto appoggiandosi a un intermediario turco, e sempre dalla Turchia sono arrivati sensori americani e centraline Siemens per il controllo dei processi produttivi. Nel solo 2023, secondo i calcoli di Arctida, gli acquisti di apparecchiature occidentali hanno raggiunto i 3,5 miliardi di rubli, poco meno di 40 milioni di euro. Una prova che senza i fornitori europei e americani, Yamal LNG semplicemente non potrebbe operare.

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Fonte: Centre for High North Logistics

La flotta e la logistica ombra

Un ulteriore capitolo dell’inchiesta riguarda le navi e la finanza che le sostiene. Per saldare i fornitori stranieri senza passare dalle banche russe, ormai isolate dal sistema dei pagamenti internazionali, il progetto si appoggerebbe a Yamal Trade, una controllata con sede a Singapore. La sua liquidità in valute “pregiate” si è alimentata soprattutto con l’esportazione di gas condensato, un sottoprodotto della lavorazione che l’Unione Europea ha esentato dalle sanzioni. Con quei proventi Yamal Trade acquista le metaniere che vanno a comporre la famosa “shadow fleet”: fra il dicembre 2020 e il gennaio 2025 ne ha ricevute quarantatré dalla Corea del Sud.

Quando Seul, nel febbraio 2024, ha vietato l’export navale verso la Russia, lo schema si è fatto più elaborato. Secondo quanto ricostruito da Arctida, il cantiere coreano vende la nave a una società con sede in un Paese NATO o in Giappone, la quale a sua volta la noleggia a lungo termine alla controllata di Singapore. È attraverso questo passaggio formale che armatori come la greca Dynagas o la giapponese MOL sarebbero finiti al servizio del gas russo senza violare apertamente alcuna norma. Come si dice, fatta la legge trovato l’inganno.

Una macchina ingegnosa ma, al tempo stesso, fragile. Gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso all’inizio del 2024 hanno costretto le navi a circumnavigare l’Africa, allungando i tempi di una flotta già ridotta. Il quattordicesimo pacchetto di sanzioni ha chiuso lo scalo belga di Zeebrugge, dove le metaniere artiche trasferivano il carico su navi convenzionali prima di rientrare a nord. E i vincoli logistici della rotta artica hanno impedito a Yamal di sfruttare davvero l’impennata dei prezzi.

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Foto: Sovcomflot

La stretta di Bruxelles

La sintesi dell’inchiesta di Arctida è netta. Uno dei maggiori progetti di GNL russo continua a operare e a distribuire profitti ad azionisti occidentali come TotalEnergies, a dispetto degli annunci di disimpegno. Una vicenda che misura insieme la portata e i limiti delle sanzioni, un regime tenuto in piedi da esenzioni mirate e regolarmente aggirato attraverso Paesi terzi.

Ed è esattamente su quei limiti che l’Unione è appena intervenuta. Il 1 giugno scorso, con una lettera dell’ufficio del commissario all’Energia Dan Jørgensen indirizzata alla società di consulenza Poten & Partners, la Commissione ha chiarito che il divieto sul GNL russo in vigore dal 2027 non si limiterà alle importazioni nel blocco. Le aziende europee non potranno più trasportare, commerciare né rivendere quel gas in alcuna parte del mondo. È la chiusura simultanea delle due falle descritte dall’inchiesta. TotalEnergies non potrà dirottare verso l’Asia i volumi che non potrà più importare, e gli armatori europei che gestiscono gran parte delle metaniere rompighiaccio di Yamal, dalla greca Dynagas alla britannica Seapeak, dovranno abbandonare quei contratti.

Le conseguenze sono già visibili. A inizio giugno Vladimir Putin ha autorizzato l’uscita di TotalEnergies dal progetto gemello Arctic LNG 2, e lo stesso gruppo francese ha lasciato intendere che potrebbe cedere anche la quota in Yamal qualora gli venisse precluso di venderne il gas fuori dall’Europa.

Due mesi fa l’orizzonte sembrava un altro, vista l’incertezza della situazione mediorientale. Sotto la pressione dei prezzi si era affacciata l’ipotesi di un riavvicinamento europeo al gas siberiano. La direzione imboccata da Bruxelles è opposta. Invece di allentare la presa, l’Unione la sta serrando, e lo fa proprio sui meccanismi che, come ha documentato Arctida, l’avevano tenuta legata a Mosca ben più di quanto i suoi stessi proclami lasciassero immaginare.

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Autore

  • Enrico Peschiera

    Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

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