Intervista a Luciano Sapienza, fotografo americano che nel 1992 ha documentato il recupero di un velivolo della Seconda Guerra Mondiale sepolto a ottanta metri sotto il ghiaccio della Groenlandia.
Lo squadrone perduto
La Groenlandia non è solo una gigantesca isola, ma un vero e proprio archivio congelato dove il tempo si stratifica sotto il ghiaccio. La memoria climatica del mondo risiede proprio qui, cristallizzata dal gelo. Ed è proprio nel ghiaccio, infatti, che gli scienziati cercano le risposte alle evoluzioni climatiche, analizzando la composizione dell’aria e dell’acqua di migliaia di anni fa. In questo deserto bianco, però, non si nascondono soltanto le particelle che ci raccontano la storia del Pianeta. A volte si possono ritrovare, sigillati in una morsa di ghiaccio, i resti del passaggio umano.
Nel luglio del 1942, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, la calotta polare groenlandese divenne il teatro di un evento che sarebbe passato alla leggenda come il “Lost Squadron“, lo Squadrone Perduto. Sei caccia P-38 Lightning e due bombardieri B-17, diretti verso il fronte europeo, furono costretti da una tempesta e dalla carenza di carburante a un atterraggio d’emergenza. Miracolosamente, tutti gli equipaggi sopravvissero, ma i loro velivoli furono abbandonati al destino dell’Artico.

Luogo: Groenlandia sudorientale (65°18′00″N, 40°04′00″W).
Data: 14 giugno 1992.
Fotografia di Luciano Sapienza.
Per decenni, il silenzio è stato l’unico compagno di quegli aerei. Mentre il mondo andava avanti, la neve cadeva incessantemente: gli aerei furono progressivamente sepolti dall’accumulo annuale di neve e dalla successiva compressione in ghiaccio glaciale.
Quello che i piloti avevano lasciato in superficie finì per raggiungere una profondità impressionante attraverso questo processo di accumulo: circa 268 piedi – ovvero 82 metri, l’altezza di un palazzo di ventidue piani – nel 1992. Quando già negli anni ’80 si decise di tornare a cercarli, lo squadrone era diventato un insieme di “fantasmi di metallo” prigionieri del ghiaccio.
Luciano Sapienza, più di un fotografo
A dare un volto e un’anima a questo recupero impossibile è stato Luciano Sapienza, fotogiornalista americano che incarna perfettamente lo spirito di avventura degli esploratori di un tempo. Un ragazzo di 73 anni, di chiare origini italiane – più precisamente della Sicilia dove sogna di andare a vivere nel borgo di nascita di suo nonno – Sapienza è l’uomo che ha fotografato l’incredibile cattedrale di ghiaccio scavata per liberare uno di quei P-38 Lightning sepolti negli abissi di ghiaccio quarant’anni prima, soprannominato “Glacier Girl”, la Ragazza del Ghiacciaio.

Foto © Dave Kaufman – utilizzata con permesso
Luciano Sapienza è un fotogiornalista di fama internazionale, la cui firma è apparsa su testate prestigiose come National Geographic e LIFE Magazine. La sua carriera lo ha portato dai fitti grovigli della giungla del Borneo fino ai deserti di ghiaccio della Groenlandia; e se la sua intenzione è quella di stabilirsi a vivere in Sicilia, sembra tutt’altro che intenzionato a ritirarsi da nuove avventure ed è sempre in cerca di storie da raccontare, storie simili a quella di Glacier Girl.
Sapienza è infatti anche co-fondatore della Fallen American Veterans Foundation, un’organizzazione votata proprio al recupero dei resti dei militari americani dispersi in battaglia dalla Seconda Guerra Mondiale, che ha delle missioni attive proprio in Groenlandia e progetta di effettuarne una addirittura in Antartide.
Alla ricerca di Glacier Girl
Nel 1992 la Greenland Expedition Society, nata per finanziare e organizzare la ricerca e il recupero dei velivoli, scelse Luciano come fotografo ufficiale per le ultime tre missioni di recupero del Glacier Girl, sepolto a 82 metri di profondità sotto la calotta glaciale della Groenlandia. Ma il suo ruolo andò ben oltre la fotografia, partecipando a una serie di missioni rischiose e ai limiti dell’adattamento umano. L’impresa fu un successo e Glacier Girl fu estratto dal ghiaccio e restaurato completamente al punto da permettergli di volare di nuovo.

Foto © 1992–2026 Luciano Sapienza
Poche settimane fa, la fotografia “Glacier Girl” di Lou Sapienza è stata premiata con il Grand Prize all’Epics of Exploration Photo Contest dell’Explorers Club di New York. Lo scatto immortala il velivolo, come fosse la vittima di una scena del crimine, all’interno della grotta di ghiaccio in cui era intrappolato. Un’immagine di grandissimo impatto riscoperta a quasi trentacinque anni da quando è stata scattata.
Come ha dichiarato Sapienza ritirando il premio, “sono fortunato a essere stato scelto dalla Greenland Expedition Society per documentare le loro spedizioni del 1989, 1990 e 1992. Questa fotografia riflette quasi un decennio di straordinaria pazienza, perseveranza, rischio e innovazione da parte di molte persone che hanno lavorato in uno degli ambienti più inospitali della Terra. All’epoca, nessuno era mai riuscito a localizzare e recuperare un aereo da tali profondità all’interno della calotta glaciale e, ancora oggi, pochi sforzi si sono avvicinati alla portata di ciò che quel team ha realizzato.”
Abbiamo parlato con lui di questa epopea e della sua incredibile carriera di fotografo d’avventura.
Luciano, come nasce la sua partecipazione a questa impresa?
“È successo tutto in modo quasi accidentale. Nel 1989 ero nel mio studio e alla TV passarono un servizio della CNN che annunciava la partenza di un gruppo di esploratori americani per recuperare la “Lost Squadron”. In quel momento ho capito che dovevo essere lì. E che poteva rivelarsi l’occasione di una vita.

Foto © 1990–2026 Luciano Sapienza
C’erano altri ventuno fotografi in competizione per quel posto, tutti con portfolio eccellenti, ma scelsero me perché avevo scritto la lettera migliore. Nel giro di pochi giorni dovevo partire per la Groenlandia, dove non ero mai stato e non avevo alcuna preparazione. Mi dissero solo: “Portati i vestiti che usi per sciare”. Peccato che io non avessi mai sciato in vita mia!
Arrivai a Kulusuk e da lì fummo trasportati sul ghiaccio. Non stavamo solo cercando aerei; stavamo letteralmente scavando nel tempo. La Groenlandia è in realtà un enorme cratere: il ghiaccio è così pesante, spesso fino a 4000 piedi (circa 1200 metri, ndr), che spinge la roccia sottostante al di sotto del livello del mare.”

Foto © 1989–2026 Luciano Sapienza
Prima dello scavo vero e proprio, c’è stata una fase di ricerca tecnologica quasi “chirurgica”. Come avete fatto a essere certi che l’aereo fosse esattamente lì sotto, prima di calarvi per 83 metri?
“Localizzare lo squadrone non è stato affatto immediato. Abbiamo lavorato con l’Università d’Islanda usando primitivi sistemi radar a penetrazione del ghiaccio per confermare le posizioni. Ma la prova definitiva arrivò con un metodo ingegnoso: il team ideò una sonda ad acqua calda costruita con un’idropulitrice, 90 metri di tubo e un tubo di ferro di tre metri con un ugello.
Dopo numerosi tentativi, riuscimmo a recuperare una sezione di pochi centimetri di un tubo del motore di un B-17. Fu quella la conferma definitiva: l’aereo era lì, a 83 metri sotto di noi. La mia missione a quel punto era chiara: fotografare l’aereo che sarebbe poi diventato noto come ‘Glacier Girl’ come se fosse la vittima di una scena del crimine, documentando ogni dettaglio prima che venisse smontato e riportato in superficie.”

La realizzazione dello scatto “Glacier Girl” è stata un’impresa tecnica e fisica estrema. Ci descrive quelle dodici ore passate “nel buco”?
“Per raggiungere l’aereo abbiamo dovuto fondere un pozzo verticale di 83 metri di altezza e largo appena un metro e venti, dritto nel ghiaccio solido. La discesa è stata lenta e claustrofobica: eravamo in tre, sospesi a un unico argano a catena, circondati da cavi elettrici, tubi per l’alta pressione e casse di attrezzatura fotografica.
Una volta giunti a 22 piani di profondità, ci siamo ritrovati in una caverna scavata in una settimana di lavoro incessante da parte del team. La pioggia di fusione non smetteva mai di cadere. L’aria era satura di vapori chimici, lubrificanti e olio motore del 1942, atomizzati dal calore.
Il ghiacciaio scricchiolava con una forza esplosiva, un suono che ti ferma il battito perché sai che, se il soffitto cede, è finita. Ho dovuto usare un treppiede posizionando le gambe su superfici irregolari e scivolose. Pochi giorni prima, un blocco di ghiaccio da sei tonnellate era caduto esattamente dove avevo messo quel treppiede.

Luogo: Calotta glaciale della Groenlandia sud-orientale.
Data: 10 giugno 1992.
Foto di Luciano Sapienza.
Dopo aver posizionato strategicamente i miei colleghi per dare un’idea delle dimensioni, ho finalmente scattato quest’immagine con un obiettivo Leica grandangolo da 21 mm per immortalare l’aereo, le dimensioni della caverna e la fenditura che iniziava ad aprirsi al di sotto di esso. Quando siamo risaliti a mezzanotte, respirare l’aria pura dell’Artico è stato un sollievo, anche se ho continuato a sentire il sapore dell’olio motore nei polmoni per due giorni.”
La Groenlandia le ha riservato momenti ancora più pericolosi, in cui ha davvero rischiato la vita per un soffio. C’è un momento in particolare che ricorda distintamente?
“L’Artico non ti concede mai una seconda possibilità e il pericolo non è solo sotto il ghiaccio, ma anche sopra, dove le condizioni ambientali e climatiche possono alterare i sensi. Durante una delle spedizioni, ci trovavamo sull’ice cap groenlandese e un velivolo DC-3 stava tentando un decollo su una pista improvvisata sulla neve.

Foto © 1992–2026 Luciano Sapienza
A causa di difficoltà con gli sci appena montati, l’aereo ha virato improvvisamente verso la mia posizione. Sono stato costretto a tuffarmi a faccia in giù nella neve mentre lo sci e l’elica passavano a circa un metro da me e l’ala mi passava sopra. È un momento che si è congelato nella mia memoria. In quegli istanti non hai tempo per la paura, ma capisci che sulla calotta sei sempre a un solo passo dal diventare parte del ghiacciaio stesso, un altro segreto sepolto sotto la neve.”
Il suo legame con la Groenlandia è proseguito ben oltre Glacier Girl, portandola a guidare missioni anche per il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e a fondare un’organizzazione per la ricerca dei veterani americani dispersi. Ci racconta qualche dettaglio?
“In totale sono stato in Groenlandia sette volte, dividendo il mio impegno tra le spedizioni per “Glacier Girl” e le tre missioni che ho guidato tra il 2010 e il 2013 per il Dipartimento della Difesa. Il cuore di questa ricerca è una tragedia dai contorni epici avvenuta nel 1942 a poca distanza dal sito di Glacier Girl.
La sequenza degli eventi vide innanzitutto lo schianto sulla calotta, dovuto a una bufera, di un C-53 Skytrooper con cinque uomini a bordo; seguì la perdita di un B-17 Flying Fortress durante le operazioni di ricerca; infine, la scomparsa di un biplano J2F-4 Duck della Guardia Costiera durante i tentativi di salvataggio, dopo che era riuscito a recuperare con successo due sopravvissuti.

Oggi sappiamo, grazie all’uso di radar a penetrazione del ghiaccio e tecnologie di telerilevamento, che i resti di quelle storie sono ancora lì. Abbiamo localizzato due siti: uno dei velivoli si trova sepolto per accumulo a circa 10 metri di profondità, mentre l’altro è a ben 120 metri sotto la superficie.
Per portare avanti questa missione ho co-fondato la Fallen American Veterans Foundation, una non-profit che si occupa di finanziare privatamente queste ricerche estreme. È importante precisare che, sebbene Glacier Girl sia stata recuperata, non sono ancora stati recuperati resti umani dagli altri siti in Groenlandia; il lavoro attuale rimane di natura investigativa e preparatoria. Questa storia è anche raccontata nel bestseller Frozen in Time di Mitchell Zuckoff, che racconta le indagini e le spedizioni per localizzare e recuperare gli otto militari statunitensi dispersi.
Finora, la fondazione ha gestito un dossier investigativo che coinvolge più di 100 militari americani dispersi tra la Seconda Guerra Mondiale, la Corea e il Vietnam. Ogni volta che portiamo avanti queste ricerche, siano nel ghiaccio o in mezzo alla giungla, lo facciamo con una consapevolezza: stiamo onorando la memoria di chi non è mai tornato, per chiudere finalmente un capitolo sospeso della storia.
La Fondazione ora sta cercando collaborazioni accademiche e private per completare il recupero di quei due equipaggi della Seconda Guerra Mondiale, da posizioni già individuate all’interno della calotta glaciale della Groenlandia. La ricerca continua.“
Enrico Peschiera
Osservatorio Artico © Tutti i diritti riservati
Osservatorio Artico ringrazia Luciano Sapienza per aver concesso questa intervista e l’uso delle sue fotografie, corredate dalle accurate didascalie da lui redatte.
Chi fosse interessato può contattare Luciano tramite il suo profilo LinkedIn.
Di seguito sono riportate ulteriori fotografie inviate da Sapienza, che non sono state inserite nel testo per fluidità di lettura. Grazie per l’attenzione.

Crediti: Luciano Sapienza

Fotografia © 1989–2026 Luciano Sapienza

Fotografia © 1989–2026 Luciano Sapienza

Fotografia © 1990–2026 Luciano Sapienza

Fotografia di Luciano Sapienza

Fotografia © 1990–2026 Luciano Sapienza

Fotografia © 1990–2026 Luciano Sapienza

Bob Cardin stabilizza il motore su una pala caricatrice originariamente consegnata sul ghiaccio nel 1990 da un aereo da trasporto C-130, poi sepolta sotto due stagioni di neve. La pala caricatrice è stata successivamente localizzata utilizzando un radar a penetrazione del ghiaccio e recuperata da circa 9 metri di profondità nel sito del B-17 Big Stoop. John Fugerty (a sinistra) e Tony Pope osservano durante il posizionamento del motore recuperato per il trasporto.
Fotografia © 1992–2026 Luciano Sapienza

Data: 12 luglio 1992.
Fotografia di Luciano Sapienza.

Data: 3 luglio 1992.
Fotografia di Luciano Sapienza.

Foto di Luciano A. Sapienza

Data: 23 maggio 1992.
Fotografia di Luciano Sapienza.
Outstanding story and photos!
Excellent story and photos! Ty