Gli islandesi hanno respinto la riapertura dei negoziati di adesione all’Unione Europea. Pochi giorni dopo, Bruxelles ha rilanciato il proprio impegno in Groenlandia, mentre Donald Trump ha pubblicato una mappa in cui l’Islanda è a stelle e strisce.
Giorni d’incertezza nell’Artico
L’8 settembre, circa una settimana dopo il referendum sulla riapertura dei negoziati con l’Unione Europea, in cui ha prevalso il “No”, una mappa pubblicata da Donald Trump su Truth mostra l’Islanda, la Groenlandia e il Canada sotto la bandiera americana. Reykjavik ha convocato l’ambasciatore statunitense. “Se è uno scherzo, è uno scherzo pessimo”, ha detto la Premier islandese Frostadóttir all’ambasciatore americano Billy Long. “Un insulto agli islandesi, ai canadesi e ai groenlandesi, non c’è nulla di divertente o normale nel fare ironia sulla sovranità degli Stati”, ha aggiunto, soprattutto in un momento in cui questa “non può essere data per scontata”.

Il valore politico di questa mappa, che si aggiunge a una lunga serie di “meme” postati da Trump negli ultimi mesi, sta proprio nel fatto che Paesi alleati, indipendenti e membri della NATO vengono annessi visivamente dentro lo spazio nazionale americano. E scompaiono fra stelle e strisce. Non è una novità, visto che solo lo scorso gennaio, nel pieno dell’escalation di tensione sulla Groenlandia fra alleati della NATO, lo stesso ambasciatore Long aveva fatto ironia sulla possibilità che “l’Islanda potrebbe essere la prossima”.
Le pressioni americane sulla Groenlandia, la corsa all’Artico e le recenti frizioni transatlantiche hanno costretto e stanno costringendo l’Islanda a interrogarsi sulla propria collocazione nel mondo. La vulnerabilità islandese, in questo senso, non è quella di uno Stato privo di alleati. È piuttosto la condizione di un piccolo Paese che deve conciliare tre assi: l’integrazione con l’Europa, la difesa affidata alla NATO e a quegli stessi Stati Uniti che oggi la “prendono in giro”. Il tutto all’interno di una collocazione geografica – al centro dello strategico GIUK gap – diventata molto più rilevante negli ultimi anni, ad un ritmo probabilmente troppo improvviso per comprenderne le conseguenze.
La reazione dell’Unione europea al referendum
Nonostante le stoccate di Trump sulla Groenlandia, che avevano certamente contribuito a rimettere al centro del dibattito la questione dei negoziati per l’entrata nell’Unione Europea, gli islandesi hanno comunque preferito rispondere con un “Nei Takk” (No, grazie) al quesito referendario del 29 agosto. Il No ha prevalso con il 52,8%, con il Sì che maggioritario soltanto nella zona della capitale. Come vari commentatori hanno evidenziato, gli islandesi hanno votato “no” per ragioni interne di vecchia data: la pesca, la valuta e la comodità dello status quo che per molti decenni ha assicurato all’isola benessere e sicurezza.
La risposta di Bruxelles al referendum islandese è stata prudente e istituzionale. La Commissione Europea ha dichiarato di “rispettare la scelta del popolo islandese”. Alla domanda se il risultato indicasse una minore attrattiva dell’UE, la Commissaria per l’Allargamento Marta Kos ha risposto che non è affatto così, sottolineando che negli ultimi otto mesi sono stati compiuti maggiori progressi verso l’ingresso di nuovi membri rispetto a qualsiasi anno dei precedenti venticinque.
Bruxelles ora guarda alla Groenlandia
Nel frattempo, l’Unione ha provato a rimarcare la propria presenza nell’epicentro della disputa fra alleati nell’Alto Nord. Il 7 settembre, il giorno prima della mappa di Trump, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato direttamente dalla Groenlandia un piano di investimenti da 200 milioni di euro per l’isola.
Il pacchetto europeo riguarda minerali critici, comunicazioni satellitari ed energie rinnovabili, settori sempre più connessi alla sicurezza, alla resilienza delle infrastrutture e all’autonomia strategica. Von der Leyen ha inoltre ribadito che il futuro dell’isola appartiene alla Groenlandia e alla Danimarca, “e a nessun altro“.

La Commissione ha inoltre proposto di accrescere i finanziamenti europei alla Groenlandia, più che raddoppiandoli, dagli attuali 225 milioni a 530 milioni di euro nel quadro finanziario 2028-2034. La visita della presidente della Commissione, tornata a Nuuk dopo due anni dall’ultima visita, dimostra che l’Artico che non è più una periferia remota dell’Unione, ma una regione dove le ambizioni statunitensi hanno ridefinito gli equilibri e scaturito una corsa agli investimenti (e non solo). E soprattutto hanno generato una tensione senza precedenti fra storici alleati e membri della NATO.
Il messaggio di Trump
La rappresentazione pubblicata da Trump ha dato una forma a questa tensione. La Groenlandia era già al centro delle dichiarazioni e delle pressioni dell’amministrazione statunitense, ma includere anche l’Islanda (oltre che i Caraibi e tutto il Centro-America) nella stessa immagine ha ampliato il significato politico della provocazione. L’Islanda è dunque territorio potenzialmente incorporabile nello spazio americano. Reykjavik si trova allora a fronteggiare una retorica espansionistica, da parte del proprio storico alleato e garante della propria sicurezza.
Il referendum non ha spezzato il legame dell’Islanda con l’Europa. Il Paese resta dentro il mercato unico e continua a far parte di Schengen, ma il “No” ha lasciato sospesa la domanda riguardo al grado di protezione politica, e non solo, su cui Reykjavik può contare da parte degli alleati europei.
L’Islanda è, volente o nolente, in una posizione dove gli interessi delle grandi potenze tornano a sovrapporsi. Dovrà in qualunque caso fare i conti con questa nuova condizione esistenziale.
Nanni Schiavo








