C’è una differenza tra studiare la geologia marina sui libri e vederla materializzarsi sul ponte di una nave oltre gli 80°N. Elena Ciavarelli racconta come si analizza il fondale a bordo di Alliance
Imparare sul campo
Meteo: 15 nodi di vento artico, pioggia
Location: oltre 80°N
Noto spesso una radicale differenza tra imparare concetti e nozioni dalle parole dei docenti, professionisti o libri, rispetto che poterle ad esempio osservare in prima persona. Molti penseranno che sia un’idea chiacchierata, spesso condivisa: tuttavia è stato proprio questo il pensiero al centro della mia giornata. Nel momento in cui ti trovi “sul campo”, tutto cambia. Questo è sicuramente uno degli aspetti che più mi entusiasma della geologia: il fatto di poterla anche “vivere” sulla propria pelle.
Quando vedi con i tuoi stessi occhi come funziona qualcosa o come si presenta in natura, testimoni il materializzarsi dei tuoi pensieri e riflessioni. La metaforica “lampadina” nel tuo cervello si accende. Questo può verificarsi in termini di “conferma” ed approfondimento di una certa nozione, ma può anche funzionare come momento per realizzare di non aver davvero compreso quanto si era studiato. In tal caso, risulta sempre una buona occasione per tessere una nuova tela, migliorandosi. Un altro punto che apprezzo particolarmente è riflettere sul come ci si senta sul campo, magari imparando anche qualcosa di totalmente nuovo.

Appena sveglia decido sia una buona idea mettere i vestiti più pesanti che ho portato: il vento gelido accompagnato da pioggia ci offre un buongiorno non esattamente sperato. Indosso la salopette idrorepellente fornita dall’IIM (Istituto Idrografico della Marina), essenziale per assicurare la migliore copertura contro il freddo artico. Non ho mai assistito ad una “bennata”: mi è stato illustrato lo strumento, paragonabile a quella di una ruspa, in grado di raccogliere il sedimento e trasportarlo fino in superficie. Tuttavia non ho idea delle tempistiche e della preparazione marinaresca richiesta.
Mi dirigo verso prua, passando per il Wet Lab dove ci occuperemo dell’analisi dei campioni raccolti. Appena apro la porta, l’Artico mi accoglie immediatamente con folate di vento, di quelle che senti a prescindere dai vestiti che indossi.
In fondo all’Oceano Artico
Il Nostromo inizia subito a guidare la benna con il movimento della mano, protagonista di ogni scena scandita da operazioni marinaresche. C’è un po’ di mare grosso. La tensione aumenta, con la speranza che il campionamento vada a buon fine. Inizia la calata, fino al raggiungimento del fondo. Poi, le cime in tensione sanciscono l’inizio delle procedure di recupero. Il materiale viene disposto sulla ghiotta (un ampio contenitore metallico). Questo viene campionato, così da non dover gestire volumi ampi in laboratorio. Successivamente, inizia l’analisi in Wet Lab, la cui responsabile è la geologa marina Serena Bigelli dell’Istituto Idrografico della Marina (IIM).

In primo luogo il materiale viene classificato in base al colore, utilizzando il sistema di Munsell. Successivamente viene disposto all’interno di un contenitore e pesato su una bascula. Non viene utilizzata una bilancia elettronica a causa dell’instabilità intrinseca del sistema nave: per “definizione” non siamo su una piattaforma stabile. Una volta annotati i valori ottenuti, viene inserito il tutto in un forno per sedimenti, ad una temperatura idonea in base anche al contenuto mineralogico, dove il calore potrà rimuovere il contenuto acquoso. La differenza tra le pesate fornisce il valore con cui si quantifica il contenuto di fluidi.
Infine viene svolta la setacciatura umida per discriminarne il contenuto granulometrico minore di 63 micron così da distinguere il contenuto sabbioso da quello fangoso e limoso. L’ultimo passaggio è quello della setacciatura che permette, come introdotto in precedenza, la suddivisione delle diverse granulometrie caratterizzanti il campione. Infine, pesando i diversi “residui”, si ottengono le percentuali in peso corrispondenti.
Questa procedura è essenziale per poter annotare informazioni legate alla caratterizzazione del fondale sulle diverse carte nautiche.

Pillola del giorno: “Scala di Wentworth” e “Sistema di Munsell”
La “Scala di Wentworth” è un sistema di classificazione ampiamente usato in geologia per distinguere diverse classi dimensionali di sedimento in base alla granulometria. Partendo da “boulders”, con dimensioni maggiori a 256cm, fino a dimensioni inferiori di 63 micron, per discriminare la sabbia da fango e limo.
Il “Sistema di Munsell” è un modello internazionale utilizzato per la classificazione dei colori in diversi ambiti, tra cui quello geologico, utilizzando tre parametri: la tonalità, luminosità e saturazione. E’ utilizzata qui a bordo di Nave Alliance per l’analisi dei sedimenti.
Elena Ciavarelli
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