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Oceani in pericolo, oceani da proteggere

Nella Giornata Mondiale degli Oceani 2026 trattati internazionali, ricerca polare e politiche europee sono al centro del dibattito scientifico

L’importanza degli Oceani

In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani, istituita ufficialmente dalle Nazioni Unite nel 1992 in occasione del Summit della Terra di Rio de Janeiro e celebrata ogni anno l’8 giugno, condividiamo i contributi del Professor Cosimo Solidoro e del Dottor Manfredi Manizza dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste.

Cosimo Solidoro è oceanografo, direttore della Sezione di Oceanografia dell’OGS e Presidente della Commissione Oceanografica Italiana.

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La N/R Laura Bassi, di proprietà di OGS, è oggi l’unica nave italiana in grado di operare in mari polari, sia in Antartide sia in Artico.

Prof. Solidoro, in questa Giornata Mondiale degli Oceani 2026 ci aiuta a fare un punto sugli impegni per proteggere il mare e viverlo in maniera sostenibile?

“Il 2026 è un anno particolarmente rilevante per gli oceani, come evidenziato dall’intrecciarsi di diverse iniziative. Il tema dell’edizione 2026 del World Ocean Day è “Aree Marine Protette Forti per il Nostro Pianeta Blu” e richiama l’attenzione sulla recente ratifica, dopo circa vent’anni di negoziato, del Trattato sull’Alto Mare, l’accordo internazionale che si prefigge di proteggere la biodiversità oceanica e ha tra i suoi obiettivi più ambiziosi quello di creare una rete di aree marine protette arrivando a tutelare il 30% dell’Oceano entro il 2030 (attualmente solo l’1,2% dell’Oceano è sotto protezione totale).”

Quali sono le iniziative in campo a livello europeo?

La Commissione Europea ha avviato a inizio anno una consultazione pubblica nell’ambito della preparazione del futuro European Ocean Act, un’iniziativa legislativa strategica che dovrebbe tradursi in una proposta di direttiva. L’European Ocean Act rappresenta uno dei pilastri del Patto Europeo per gli Oceani, una strategia che punta a riunire le politiche oceaniche dell’UE in un quadro unificato.

A inizio marzo, inoltre, la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha annunciato il lancio di Ocean Eye, un’iniziativa europea per il monitoraggio e l’osservazione degli oceani, auspicando la creazione di un’alleanza internazionale che unisca i paesi dell’UE e i partner internazionali, al fine di garantire i finanziamenti e fornire un quadro di riferimento per un’azione e una cooperazione coordinate.”

Il Trattato sull’Alto Mare

Il Trattato sull’Alto Mare, noto anche come “BBNJ” (Biodiversity Beyond National Jurisdiction), è lo storico accordo delle Nazioni Unite volto a proteggere la biodiversità marina nelle acque internazionali, che coprono circa due terzi degli oceani. È stato adottato nel giugno 2023 e ha raggiunto la soglia di 60 ratifiche nel settembre 2025, entrando in vigore il 17 gennaio 2026.

Ad oggi è stato ratificato da oltre 80 Paesi, ma l’Italia non è tra questi, nonostante sia parte della coalizione di Stati che hanno promesso una sua rapida implementazione. Organizzazioni per la tutela ambientale, come Blue Marine Foundation, Client Earth, Greenpeace Italia, LIPU, WWF Italia e Mare Vivo, si sono rivolte al Governo sollecitando un segnale concreto verso la ratifica.

I pilastri del Trattato

Fino alla sua adozione, le zone al di fuori delle giurisdizioni nazionali non avevano una governance ambientale vincolante. Il trattato colma questo vuoto storico e integra la Convenzione di Montego Bay sul Diritto del Mare (UNCLOS) del 1982 attraverso quattro pilastri:

  1. Istituisce aree marine protette (AMP) concordate a livello globale.
  2. Impone valutazioni d’impatto ambientale, ossia regole stringenti volte a prevenire l’impatto di attività umane ed economiche (pesca, trasporto marittimo, posa di cavi, estrazione di risorse) sull’ecosistema marino.
  3. Stabilisce un quadro per la condivisione equa dei benefici – finanziari e scientifici – derivanti dallo sfruttamento delle risorse genetiche marine in acque internazionali.
  4. Istituisce una Conferenza delle Parti dedicata, affinché la comunità internazionale abbia accesso al monitoraggio costante dello stato di salute degli oceani e dell’attuazione delle tutele.

Il più alto dei mari: l’Oceano Artico Centrale

Per una panoramica sullo stato di salute dell’Oceano Artico Centrale abbiamo raggiunto il Dott. Manfredi Manizza, ricercatore presso l’OGS, che ha condiviso le sue conoscenze e la sua esperienza sull’argomento.

“Parlando dell’Oceano Artico Centrale possiamo dire che è una zona al momento a bassa produttività dovuta alla (ancora per ora…) estesa copertura di ghiaccio marino e a una forte stratificazione dovuta ai gradienti di salinità che limitano il flusso verticale di nutrienti inorganici, nitrati principalmente. Ci sono studi che comunque confermano la presenza attuale di fauna marina pelagica come pesci e calamari che potrebbero diventare di interesse commerciale.”

“Studi basati su proiezioni climatiche future suggeriscono che a fine secolo, in un Oceano Artico che in estate sarà del tutto privo di ghiaccio marino, la produttività legata al fitoplancton aumenterà. Questo dovrebbe far aumentare anche la produttività dei livelli trofici superiori fino ai pesci e altre specie commerciali. Per ora c’è un trattato internazionale che vieta per i prossimi 16 anni ogni forma di pesca nell’area.”

Pesca sospesa

Manizza si riferisce all’Accordo Internazionale per Prevenire la Pesca non Regolamentata nell’Alto Mare dell’Oceano Artico Centrale, entrato in vigore nel giugno 2021 per 16 anni, trascorsi i quali le parti (Canada, Islanda, Regno di Danimarca, Norvegia, Stati Uniti e Federazione Russa, oltre a Cina, Giappone, Corea del Sud e Unione Europea) potranno decidere di rinnovarlo con incrementi di cinque anni. La pesca non regolamentata potrebbe avere gravi ripercussioni sull’ecosistema sotto la calotta glaciale in ritirata, di cui ad oggi si ha limitata conoscenza. Gli Stati costieri artici – e non – hanno quindi deciso di istituire un meccanismo che impedisca le attività di pesca commerciale fino a quando non saranno disponibili migliori conoscenze scientifiche.

“La limitata conoscenza dell’oceanografia ed ecologia di questa zona, imposta dalla sua inaccessibilità, rende questi trattati una salvaguardia fondamentale per limitare l’intervento umano che potrebbe causare potenziali danni agli ecosistemi polari, già sotto stress e in trasformazione a causa della perturbazione climatica di origine antropica. La diminuzione dell’estensione del ghiaccio marino sta già trasformando l’ecosistema artico con la migrazione verso nord di diverse specie, dal plancton ai cetacei.”

A tal proposito Manizza cita un lavoro recente del Dott. Manuel Bensi, anch’egli ricercatore OGS, sui capodogli in questa zona, a cui anche lo stesso Manizza sta lavorando con colleghi negli Stati Uniti.

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Le ricerche polari costituiscono un pilastro storico dell’attività dell’OGS, iniziate già nel 1971 e divenute continuative a partire dal 1988 con finanziamenti del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA) e del Programma di Ricerche in Artico (PRA).

Ocean & Human Health Forum: oceani e salute umana

Proprio oggi, in concomitanza con la Giornata Mondiale degli Oceani, si tiene a Roma presso l’Istituto Superiore di Sanità il primo Ocean & Human Health Forum (OHH), un evento che riunisce esperti internazionali per esplorare le interconnessioni tra la salute degli oceani e il benessere umano. Il programma articola la giornata in due sessioni principali: la prima dedicata al ruolo dell’oceano nella salvaguardia della salute umana, la seconda alle sfide e alle innovazioni per un futuro resiliente, con contributi video di associazioni e centri di ricerca italiani.

Il Forum si inserisce nel solco dell’approccio “One Health”, la visione integrata che riconosce la salute di esseri umani, animali ed ecosistemi come indissolubilmente legata, e affronta temi trasversali quali la biodiversità marina, l’impatto dei cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare e le biotecnologie blu. Un appuntamento che, nella sua prima edizione, contribuisce a tradurre la ricerca scientifica in azioni concrete di tutela ambientale.

Giulia Secci

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Autore

  • Giulia Secci ha completato il Master in Sviluppo Sostenibile, Geopolitica delle Risorse e Studi Artici della SIOI. È intervenuta come relatrice nel Diploma di Studi Polari dell'Università Complutense di Madrid. Nella sua sua tesi magistrale ha analizzato la politica artica della Repubblica Popolare Cinese.

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