La nomina dell’inviato speciale statunitense riporta al centro le tensioni tra sicurezza, sovranità e il mancato riconoscimento politico della Groenlandia.
Un dibattito riaperto e una ferita coloniale irrisolta
Quasi un anno fa, le dichiarazioni di Donald Trump sulla possibilità di acquisire la Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale avevano riacceso un dibattito circa la natura e la convenienza del rapporto con la corona danese, che sull’isola non si era mai davvero spento. Ironia della storia, quelle parole avevano prodotto un effetto inatteso: il timore di ingerenze indesiderate da parte del governo americano ha favorito un riavvicinamento tra il popolo groenlandese e il governo danese, costretti ancora una volta a confrontarsi con il peso di un rapporto (ex-)coloniale e i legami di mutuo beneficio da esso scaturiti.
Nella notte di lunedì, però, è arrivato un nuovo segnale destinato a riaprire la crisi diplomatica con il governo statunitense: il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha dichiarato di aver appreso dai giornali nella mattina del 23 dicembre, come un qualunque cittadino, della nomina di un nuovo inviato speciale statunitense per la Groenlandia. La scelta è ricaduta su Jeff Landry, governatore repubblicano della Louisiana e sostenitore della linea trumpiana sull’importanza strategica dell’isola.
Una nomina senza consultazione e la crisi del rapporto transatlantico
A inizio dicembre, nel report annuale sulla sicurezza artica, per la prima volta il Danish Defence Intelligence Service (DDIS) ha indicato gli Stati Uniti – insieme peraltro proprio alla Russia e alla Cina – come potenziale fattore di rischio per la stabilità regionale, accusandoli di ricorrere a leve economiche e tecnologiche, oltre alla minaccia militare, come strumenti di pressione politica sugli alleati.
La Groenlandia esercita dal 2009 una sovranità interna sul proprio territorio e dipende dalla Danimarca per questioni legate alla politica estera e alla difesa. Un’autonomia parziale, certo, ma che resta incardinata all’interno di uno Stato sovrano europeo e membro della NATO, storicamente alleato degli Stati Uniti, i quali sul territorio groenlandese mantengono da decenni una presenza militare stabile nella base di Pituffik.

Nonostante ciò, la nuova figura di inviato speciale per la Groenlandia è stata istituita dal governo statunitense senza alcuna consultazione preventiva, né con Copenhagen né con Nuuk. Durante una conferenza stampa in Florida, Trump ha nuovamente sostenuto che l’interesse americano per la Groenlandia non sarebbe legato alle risorse minerarie, ma a esigenze di difesa strategica. Secondo il presidente, infatti, la Danimarca non sarebbe in grado di garantire adeguatamente la sicurezza del territorio, affermando che le coste dell’isola sarebbero sempre più attraversate da navi russe e cinesi.
Le reazioni alla nomina dell’inviato speciale USA
La reazione danese alle nuove dichiarazioni di Trump non si è fatta attendere. Il ministro degli Affari Esteri Lars Løkke Rasmussen ha criticato duramente il modo in cui Washington si è mossa, accusando gli Stati Uniti di voler aggirare il diritto internazionale e di mettere in discussione la sovranità tanto groenlandese quanto danese. Il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen, invece, ha affermato che le dichiarazioni di Trump mostrano come la Groenlandia sia ancora una volta “ridotta a una questione di sicurezza e potere”, una condizione che non riflette l’opinione che il popolo groenlandese ha di sé, desideroso di un pieno riconoscimento della propria sovranità e autonomia.

Tali dichiarazioni assumono un peso particolare se lette alla luce dell’incontro avvenuto appena due settimane prima tra la ministra groenlandese per la politica estera Vivian Motzfeldt e l’ambasciatore statunitense Ken Howery, durante il quale era stata ribadita la volontà di costruire “relazioni fondate sul rispetto reciproco”, nel riconoscimento del diritto della Groenlandia a un’autodeterminazione libera dalle ingerenze statunitensi.
Strategica ma non interlocutrice
Al di là delle reali motivazioni dell’amministrazione Trump, la nomina dell’inviato speciale rivela una dinamica più profonda e ormai ricorrente: la Groenlandia continua a essere considerata strategica, ma non riconosciuta come interlocutrice politica.
Ne deriva una rappresentazione dell’isola come spazio negoziabile, più che come società abitata da soggetti politici, su cui tentare di strappare un accordo con la métropole danese. Non a caso, tra le qualità richiamate da Trump a sostegno della nomina di Landry figura la sua capacità di essere un “deal maker”, un affarista abile nel concludere intese vantaggiose.
Nelle sue ultime dichiarazioni, Motzfeldt aveva sottolineato come la cooperazione in materia di sicurezza e difesa nell’Artico possa funzionare solo se fondata su un dialogo diretto, sul rispetto reciproco e all’interno di una cornice di diritto internazionale. Una richiesta che sembra rimanere inascoltata e che riecheggia nelle parole del poeta e politico groenlandese Aqqaluk Lynge, che in una sua poesia intitolata A Life of Respect, scriveva:
Voi tracciate confini su ogni cosa,
pretendete che giustifichiamo
la nostra esistenza,
l’abitare la terra che è sempre stata nostra,
il diritto alle nostre terre ancestrali.
Ma ora siamo noi a chiedere:
con quale diritto voi siete qui?
(Traduzione dell’autore)

La domanda di Lynge, sebbene scritta decenni fa, resta ancora aperta e interroga un sistema internazionale che riconosce l’importanza strategica della Groenlandia, ma fatica ancora a riconoscere e ad ascoltare pienamente chi la abita.
Enrico Gianoli