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Groenlandia, stallo a Washington. Macron rilancia sulla difesa europea

Foto: Alain ROBERT/SIPA

Lo stallo sulla Groenlandia apre una crisi transatlantica che supera l’Artico, spingendo l’Europa a reagire: Macron arriva a evocare la deterrenza nucleare come garanzia ultima della sovranità europea.

Fallisce il vertice alla Casa Bianca

Il vertice tenutosi alla Casa Bianca il 14 gennaio tra rappresentanti di Danimarca, Groenlandia e Stati Uniti si è concluso in meno di un’ora senza alcun progresso significativo. Al tavolo sedevano il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e la sua omologa groenlandese Vivian Motzfeldt, contrapposti al vicepresidente statunitense J.D. Vance e al segretario di Stato Marco Rubio. Quello che avrebbe dovuto essere un negoziato si è trasformato in un’esposizione reciproca di posizioni inconciliabili, con le parti che hanno preso atto di una distanza ormai strutturale. L’unico timido segnale di conciliazione è l’istituzione di un gruppo di lavoro “di alto profilo” insieme agli Stati Uniti per valutare se sia possibile per i due Paesi trovare una “via comune da seguire”, come dichiarato da Rasmussen.

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Vivian Motzfeldt e Lars Løkke Rasmussen

La premier danese Mette Frederiksen ha descritto l’incontro come “non facile” e ha chiarito nuovamente la posizione del Regno e degli alleati europei, ovvero di un consenso generale sull’esigenza di rafforzare la presenza nell’Artico per la sicurezza euro-atlantica. E in molti speravano che le mire espansionistiche di Trump fossero un modo, pienamente nel suo stile, per condurre un negoziato che portasse a una maggiore spesa per la difesa da parte degli europei, non solo nell’Artico. Tuttavia, l’ambizione statunitense di assumere il controllo diretto della Groenlandia, considerata da Copenaghen inaccettabile, pare tutt’altro che superata.

Da Nuuk il tono è stato ancora più deciso. Il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha ribadito che la Groenlandia è aperta a una cooperazione pacifica con gli Stati Uniti e gli altri partner internazionali, ma solo nel pieno rispetto della propria autonomia costituzionale, del diritto internazionale e del diritto dei groenlandesi a decidere del proprio territorio. Non ci sono margini per ambiguità nelle dichiarazioni di Nielsen: “la Groenlandia non è in vendita, non diventerà proprietà statunitense, non sarà governata dagli Stati Uniti e non intende entrarne a far parte”.

Il fallimento del confronto ha rapidamente trasformato la questione groenlandese in un problema di portata europea. Non si tratta più solo di una disputa regionale sull’Artico, ma di un precedente che mette in discussione i fondamenti dell’Alleanza atlantica.

Corsa agli armamenti

Già poche ore prima del vertice, il ministero della Difesa danese e il governo groenlandese avevano annunciato un rafforzamento significativo della presenza militare in e intorno all’isola, coordinato con gli alleati europei della NATO. Il rafforzamento si inserisce nel quadro dell’esercitazione denominata Operation Arctic Endurance, un’attività inizialmente pianificata ma accelerata e ampliata in risposta alle tensioni emerse.

Al momento, diversi Paesi NATO hanno confermato l’invio di piccoli contingenti di personale militare in Groenlandia, nell’ambito dell’esercitazione congiunta. La Germania sta inviando una squadra di ricognizione composta da 13 militari della Bundeswehr, con l’obiettivo di esplorare opzioni per rafforzare la sicurezza artica in coordinamento con i partner. La Svezia ha confermato l’arrivo di diversi ufficiali delle forze armate svedesi, inviati su esplicita richiesta danese per preparare le fasi future dell’esercitazione.

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La fregata HDMS Triton della Royal Danish Navy supera un iceberg nelle acque intorno alla Groenlandia. Foto: NATO

Anche la Norvegia ha dispiegato due militari per mappare ulteriori forme di cooperazione tra alleati NATO nella regione. Inoltre, Paesi come il Regno Unito, i Paesi Bassi, il Canada e la Finlandia hanno espresso pieno sostegno politico o stanno valutando attivamente la partecipazione, con alcuni che hanno già segnalato l’invio di piccoli contingenti o elementi di supporto per le fasi iniziali.

La Francia mostra i muscoli

Ma in questo contesto emerge con forza la posizione della Francia. Già il 6 gennaio, Emmanuel Macron aveva sottoscritto insieme ad altri leader europei (Germania, Italia, Polonia, Spagna, Regno Unito e Danimarca) una dichiarazione congiunta in cui si affermava che “la Groenlandia appartiene ai suoi abitanti” e che la sicurezza artica deve rispettare “la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini”. Parigi ha poi annunciato l’apertura di un consolato in Groenlandia come segnale politico esplicito.

Il 14 gennaio, durante una riunione di gabinetto, Macron ha avvertito che qualsiasi violazione della sovranità di un Paese europeo e alleato produrrebbe “conseguenze a cascata senza precedenti”. Il culmine è poi arrivato oggi. Nei tradizionali vœux aux armées pronunciati sulla base aerea di Istres, Macron ha confermato l’invio immediato di una prima squadra di militari francesi in Groenlandia, una quindicina di elementi della fanteria di montagna già presenti a Nuuk e ha annunciato che nei prossimi giorni seguiranno ulteriori mezzi terrestri, aerei e marittimi.

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Un post dell’account ufficiale della Casa Bianca del 14 gennaio.

Ma la rilevanza del discorso di Macron va ben oltre l’impegno militare nella regione polare. Il presidente francese ha legato la questione alla più ampia esigenza di rafforzare la sicurezza europea in un contesto internazionale sempre più aspro. Ha detto che “per essere liberi, bisogna essere potenti” e che “le nostre armate sono la nostra assicurazione sulla vita, con la deterrenza nucleare come chiave di volta”. Nel suo discorso, il presidente ha usato toni decisi per ribadire che la Francia è pronta a usare ogni mezzo per difendere gli interessi vitali europei. Non è certo la prima volta che Parigi fa capire di voler diventare il garante della sicurezza europea, nell’ipotesi sempre rimasta tale della costituzione di una vera difesa comune europea. Ma è senz’altro senza precedenti una retorica simile, considerando che non è diretta alla Russia ma agli Stati Uniti.

“Siamo pronti a ricorrere alla deterrenza per difendere il nostro territorio”, ha dichiarato, agitando lo spettro della deterrenza nucleare per includere gli alleati europei che affrontano minacce territoriali. Il paradosso è che le minacce provengono dallo storico alleato, il garante della sicurezza transatlantica da oltre ottant’anni. Sebbene la probabilità di un impiego nucleare in uno scenario di scontro sulla Groenlandia resti quindi remotissima, il messaggio politico è inequivocabile e segna un probabilmente un “prima e un dopo” nelle relazioni transatlantiche. Il discorso di Macron accelera di colpo il dibattito sull’autonomia strategica del continente europeo, candidando la Francia al ruolo di futuro garante della sicurezza.

Gli Stati Uniti si trovano a questo punto di fronte a un dilemma strategico: le brame sulla Groenlandia potrebbero assumere un costo troppo elevato, generando una frattura insanabile con l’Europa dalle conseguenze imprevedibili.

Enrico Peschiera

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Enrico Peschiera
Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

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