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La prima settimana di COP30, tra pesanti assenze e sbarchi memorabili

Lunedì 10 novembre ha preso il via a Belém, in Brasile, la trentesima edizione del Summit annuale sul clima delle Nazioni Unite (COP30). A dieci anni dalla firma dell’Accordo di Parigi e a +1,3°C dalla temperatura media globale nel periodo 1850-1900, rappresentanti da quasi 200 paesi si sono riuniti alle porte della Foresta Amazzonica per i più importanti negoziati annuali sul clima.

La “COP della verità” 

Il 2025 segna dieci anni esatti dalla firma del celebre Accordo di Parigi – la pietra miliare del multilateralismo a difesa del clima – e un aumento di +1,3°C circa della temperatura globale rispetto alla media registrata nel periodo 1850-2000. In quest’anno caratterizzato da gravi fratture nella cooperazione internazionale, si svolge la trentesima edizione del Summit annuale ONU sul clima

Secondo il calendario ufficiale, COP 30 è iniziata lunedì 10 novembre a Belém, in Brasile, e si concluderà il 21 novembre. L’inizio effettivo del vertice, tuttavia, si è tenuto il 6 novembre con il primo dei due giorni di plenaria dei capi di stato, e la data reale della conclusione dello stesso dipenderà dall’andamento dei negoziati—l’ultima volta che la COP è finita in orario era nel 2003. 

Nel suo discorso di apertura, il presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva, ha definito il vertice in corso “la COP della verità” dichiarando che è “il momento di infliggere una nuova sconfitta ai negazionisti” – parole che evocano inevitabilmente il grande assente di questa COP, gli Stati Uniti, il cui presidente ritiene che il cambiamento climatico sia che “la più grande bufala che il mondo abbia conosciuto”. Coerentemente con queste affermazioni, il tycoon ha impiegato molte energie del suo primo anno di mandato per smantellare, oltre che screditare, la ricerca scientifica firmata USA e tirarsi fuori dal meccanismo dell’UNFCCC – con il quale, tra l’altro, è in debito per circa 8 miliardi di dollari. 

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Fonte: Governor Gavin Newsom website (12 Novembre 2025)

L’assenza di un’alta rappresentazione degli Stati Uniti ha lasciato spazio a “nuovi” protagonisti. Da un lato il governatore della California, Gavin Newsom, che si propone di riempire il vuoto lasciato da Trump, sottolineando il ruolo delle amministrazioni locali. Dall’altro la Cina, le cui emissioni sono state stabili o in diminuzione da marzo 2024. Sebbene il nuovo piano di mitigazione (NDC) presentato dalla Cina all’UNFCCC sia considerato largamente insufficiente dagli analisti con un obiettivo di riduzione di 7-10% entro il 2035, il gigante asiatico si sta presentando a Belém come un nuovo leader climatico globale.   

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Credits: Carbon Brief

Cosa c’è in ballo? 

Come ogni anno da diverso tempo a questa parte, al summit ONU si può dire che in ballo c’è tutto e niente. Tutto, perché nessuno dei paesi presenti ai tavoli negoziali può affrontare la crisi climatica da solo – considerando i conti salatissimi presentati dai disastri sempre più frequenti, l’interconnessione dei mercati (soprattutto energetici) e la dimensione transfrontaliera delle emissioni. Niente, perché se anche a Belém non si riuscisse a mettersi d’accordo non si attiverebbe nessun meccanismo emergenziale per garantire un risultato e ad ogni modo, una volta abbandonati i padiglioni brasiliani, ogni Paese è padrone di sé stesso. 

Ospitata e guidata da un paese il cui impegno a tutela del clima e dell’ambiente rappresenta una ventata di aria fresca rispetto alle scorse presidenze (Azerbaijan, Emirati Arabi Uniti ed Egitto) – sebbene non priva di ambiguità – COP30 ha il potenziale di produrre risultati importanti su diversi temi cruciali dei negoziati climatici. 

Tra questi non può mancare la finanza, protagonista indiscussa di COP 29 e motore materiale di qualsiasi ambizione formale stabilita in questi vertici, e in particolare l’Articolo 9.1 dell’Accordo di Parigi sui flussi finanziari verso i Paesi in via di sviluppo, ma anche le misure commerciali unilaterali (strizzatina d’occhio al meccanismo CBAM dell’UE che è riuscita a presentare un nuovo NDC in tempo per il vertice). 

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Ad animare le discussioni ci sono anche il nuovo obiettivo globale per l’adattamento (e il suo finanziamento, per l’appunto), la riforma dello stesso processo COP e la scienza climatica. Le discussioni su quest’ultimo punto hanno lasciato diversi paesi “preoccupati” o “delusi” dal fatto che le conclusioni adottate non menzionino l’IPCC come fornitore della “miglior scienza disponibile” e non rispecchino i risultati più recenti della ricerca mondiale.  

Infine, un grande tema non presente in agenda che si è però fisicamente imposto a Belém è quello del ruolo della società civile e in particolare dei popoli indigeni. Mentre si svolgeva la prima settimana di negoziati tecnici (potete seguire i progressi dei testi prodotti qui), i padiglioni sono stati inondati, simbolicamente, da centinaia di attivisti indigeni e membri della società civile locale che hanno attraversato i fiumi Guamá e Guajará per portare un chiaro messaggio sulla necessitá di tutelare le foreste e di includere, attivamente, le voci indigene nei processi decisionali.   

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Credits: Felipe Bispo/Greenpeace Brasil

Dov’è l’Artico a COP30?

Nonostante la notevole distanza geografica, i temi dell’artico sono tutt’altro che secondari a COP30 che tra i padiglioni, nazionali e tematici, riuniti nella cosiddetta Blue Zone annovera anche il Padiglione della Criosfera. Nato nel 2019 a COP29, questo padiglione è animato dallInternational Cryosphere Climate Initiative (ICCI), non-profit basata tra Svezia e Stati Uniti che si occupa di iniziative scientifiche e politiche votate a instillare maggiore urgenza ai negoziati globali sul clima e ai piani di riduzione delle emissioni e di realizzare progetti pratici di sviluppo e assistenza. 

L’ICCI ha l’obiettivo di portare all’attenzione dei leader mondiali e dei cittadini l’importanza della “barriera protettiva della criosfera a 1,5 °C”. A COP30 in corso, tuttavia, su questo punto è arrivata una sentenza importante dal diciottesimo meeting annuale dell’Integrated Assessment Modelling Consortium (IAMC), un raduno dei massimi esperti mondiali di modelli (e quindi di previsioni) climatici. Ormai è certo che supereremo il grado e mezzo di aumento della temperatura, ma se riusciremo a ridurre drasticamente le emissioni e a rendere la rimozione diretta di carbonio dall’atmosfera forse potremmo far rientrare la curva entro fine secolo. 

In quest’ottica, il risultato dei negoziati di Belém, che ora entrano nella loro fase più calda e politica, darà un segnale politico, di mercato ed umano rilevante, a prescindere dall’impossibile dicotomia tra successo e fallimento.

Annalisa Gozzi

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