EconomiaGroenlandiaScienzaSvalbard

Cavi sottomarini, i nervi della globalizzazione passano per l’Artico

Nuovi cavi sottomarini collegheranno Norvegia, Svalbard e Groenlandia, dimostrando che l’Artico è sempre più un hub anche delle comunicazioni globali. Viaggio tra le infrastrutture invisibili che rendono possibile la nostra interdipendenza quotidiana, sfidando i limiti della natura.

La rete della globalizzazione

cavi sottomarini

Quando pensiamo alla globalizzazione ci immaginiamo dinamicità, comunicazione veloce, la possibilità di poter viaggiare ed effettuare scambi: unire il mondo in un modo che fino a qualche decennio fa, sembrava impensabile. Si tratta dunque della concretizzazione dell’idea di “interdipendenza”: come un pendolare con il treno, bus, aereo o nave. Una necessità continua e giornaliera di poter “comunicare”, e quindi raggiungere un determinato luogo.

La globalizzazione è un fine: si pensa tuttavia poco ai suoi mezzi. Come definito dallo scrittore Bjorn Larsson in “Filosofia minima del pendolare”, “Il viaggio di un pendolare non è un viaggio. Sono tre puntini tra parentesi, che segnalano che è stato omesso qualcosa di insignificante, qualcosa che non vale la pena di menzionare”.

Eppure, in quei tre puntini tra parentesi accade tutto: senza questi, città come Milano avrebbero un volto totalmente diverso senza le migliaia di pendolari che ogni giorno, per necessità, si recano nella metropoli. In ugual modo, non si potrebbe avere la vita come la intendiamo oggi senza i silenziosi motori della globalizzazione: i cavi sottomarini.

Oceano Artico: tra strategia ed innovazione

Sebbene la posa dei primi cavi telegrafici sottomarini risalga alla metà del XIX secolo (1850-1858), l’era moderna della fibra ottica è iniziata di recente, alla fine degli anni ottanta, e ha raggiunto l’Artico soltanto alla fine degli anni Duemila. I collegamenti in fibra ottica sono l’evoluzione di un sistema che ha cercato di ottimizzare l’invio e ricezione dei dati che scandiscono la società attuale e l’Oceano Artico risulta essere una delle regioni protagoniste di queste attività, seppur pervaso da incertezze di diversa natura.

In Norvegia e Groenlandia si stanno sviluppando importanti progetti, sostenuti dagli Stati stessi, che vedono come priorità strategica lo sviluppo e la connettività delle comunità più remote. In particolar modo, come anche evidenziato in un recente commento su “Arctic Today” degli esperti Alexandra Middleton e Bjørn Rønning, si parla del progetto norvegese Arctic Way e delle ambizioni dell’operatore statale di telecomunicazioni Tussass, groenlandese.

Il progetto Arctic Way, approvato dal Parlamento norvegese lo scorso anno, rinnoverà entro il 2028 il collegamento tra Bodø e le isole Svalbard e Jan Mayen, mentre Danimarca e Unione Europea hanno fortemente finanziato il rafforzamento delle telecomunicazioni di Kalaallit Nunaat. Tussass investirà inoltre in fibra volta ad impiego locale e in un nuovo data center nella capitale Nuuk.

Rischi antropici e rischi geologici

In geologia economica si tengono sempre in considerazione diversi aspetti prima di elaborare un progetto: dalle tecnologie a disposizione, all’impatto ambientale e sociale e, non meno importante, il rischio geologico. Questo non è solo vero in circostanze quali quelle di sfruttamento del territorio per interessi minerari o energetici: nel momento in cui la Terra “trema”, nessun progetto antropico è esente dal subirne l’impatto. Il sistema Terra è estremamente dinamico: a volte questo è osservabile e tangibile, altre volte si rende meno manifesto.

I cavi sottomarini sono esposti a molteplici tipologie di rischio, che variano in funzione della profondità e dell’ambiente in cui vengono installati. In questo contesto si distinguono sia rischi di natura geologica sia rischi di origine antropica.

Tra questi ultimi rientra, ad esempio, la pesca a strascico, metodo che coinvolge l’utilizzo di reti trascinate lungo il fondale, dove si raggiungono profondità di circa 2000m. Con attività legate alla pesca o il generico utilizzo di ancore per attività navali, si osservano incidenti a profondità anche più contenute: negli ultimi anni, il Mar Baltico è stato teatro di una serie di incidenti in cui i cavi sottomarini sono stati danneggiati o completamente tranciati, spesso da navi russe che hanno causato ulteriori tensioni.

Del resto la NATO ha identificato i cavi sottomarini come parte delle infrastrutture critiche mondiali e avvertito che gli avversari dell’Alleanza potrebbero sfruttarli attraverso sabotaggi o guerre ibride, minacciando le comunicazioni sia civili che militari. Non a caso, la Danimarca coprirà la spesa maggiore del nuovo cavo verso la Groenlandia attraverso il proprio bilancio di difesa.

cavi sottomarini
Il vulcano sottomarino “Borealis”, scoperto durante il progetto AKMA dell’Università Artica di Tromso. Fotografia: The Arctic University of Norway, AKMA3; Immagine ricavata da “Polar Journal”.

Stretto di Fram: uniti dallo stesso fondale

Come menzionato in precedenza, altre criticità nascono invece dal complesso ambiente in cui i cavi sono posizionati: da eruzioni vulcaniche, attività sismica a frane sottomarine, problematiche legate all’abrasione e compromissione delle reti sono naturalmente al centro delle valutazioni da parte delle compagnie.

Lo Stretto di Fram, tra Groenlandia e Svalbard è caratterizzato da un fondale oceanico in “espansione”. Con “espansione” si intende che lungo quelle infinite catene montuose che si trovano in alcune zone del nostro pianeta, nelle acque più profonde, si genera sempre nuova lava. Nell’arco del tempo, geologico si intende, questa lava si raffredda progressivamente e invecchia. Tra le due grandi isole artiche, si trovano la Dorsale di Knipovich e la Dorsale di Molloy, protagoniste di questo tipo di processo. Insieme a queste, è stata inoltre scoperta una grande faglia, una profonda spaccatura nel fondale oceanico.

Se il fatto che la presenza di un terreno così dinamico, caratterizzato da ampia attività sismica, ponga ovviamente della difficoltà nella gestione dei cavi sottomarini, meno palese può risultare comprendere tutti i maggiori fattori di rischio. Ad esempio, il fatto che i sedimenti presenti in queste zone sono caratterizzati da una ricchezza di metano, il quale si manifesta con fuoriuscite documentate, che provocano l’instabilità del fondale oceanico. Questo è possibile sia legato non solo dal movimento e dinamicità dell’area, ma anche da cambiamenti legati alla deglaciazione.

Per poter avere una migliore comprensione del fondo oceanico caratterizzante lo Stretto di Fram, enti quali l’Università Artica di Tromsø, iC3, AWI (Alfred Wegener Institute) e l’Università di Brema hanno installato una rete di sismometri per la durata di quasi un anno. Questi hanno permesso di registrare, localizzare e catalogare le manifestazioni sismiche dell’area e pubblicare i risultati in uno studio.

cavi sottomarini
Immagine prodotta dallo studio menzionato, in collaborazione tra UiT (Tromso), iC3, AWI e Università di Bremen. Vengono rappresentate faglie (giallo), sismometri (rossi) ed eventi sismici (cerchi) nell’area discussi; P. Domel et al. (2023).

I nervi della globalizzazione

Il viaggio dei dati attraverso l’Artico ci rivela che la globalizzazione non è un’entità astratta, ma un processo profondamente fisico e vulnerabile. Quei “tre puntini tra parentesi” che dimentichiamo di notare nella nostra routine digitale nascondono una realtà fatta di cavi in fibra ottica tesi tra vulcani sottomarini, faglie sismiche e instabilità causate dalla deglaciazione.

Proteggere questi “nervi” dell’oceano dai rischi geologici e dalle moderne minacce ibride non è solo una sfida tecnica, ma una necessità strategica per le nazioni che reclamano la propria sovranità nelle telecomunicazioni. Perché la nostra libertà di comunicare poggia anche su fondamenta fragili, immerse nel silenzio profondo dell’Oceano Artico.

Elena Ciavarelli

Osservatorio Artico © Tutti i diritti riservati

Autore

  • Sono una studentessa del corso triennale di Scienze Geologiche presso l’Università Statale di Milano. La mia passione per l’Artico nasce dalla natura e dallo studio delle lingue scandinave

Elena Ciavarelli
Sono una studentessa del corso triennale di Scienze Geologiche presso l’Università Statale di Milano. La mia passione per l’Artico nasce dalla natura e dallo studio delle lingue scandinave

Lascia un commento

3 × uno =

Vuoi rimanere aggiornato sulle novità dell'Artico?

Entra nella più grande community degli appasionati dell'Artico, unisciti a oltre 2500 iscritti

Grazie per esserti iscritto e benvenuto tra noi!