Un nostro collaboratore ha seguito per Osservatorio Artico la conferenza Arctic Security, organizzata da Defence iQ nella capitale svedese tra il 30 giugno e il 1° luglio.
Cronaca da Stoccolma
La competizione geopolitica nell’Alto Nord aumenta e il cambiamento climatico, aprendo l’accesso a nuove risorse, spazi e rotte marittime, complica al tempo stesso l’operatività militare nella regione. Il blocco occidentale – se di blocco si può ancora parlare – considera come problema numero uno la Russia, che vive l’Artico come uno spazio identitario e di difesa della patria di vitale importanza. La Cina cerca di accrescere il proprio peso, mentre un numero crescente di attori esterni all’area rivendica un ruolo. Perciò occorre attrezzarsi, muoversi e produrre di più, con largo ricorso all’intelligenza artificiale e ai sistemi autonomi.
In queste poche righe si possono condensare le premesse e le conclusioni di quasi ogni intervento della conferenza “Arctic Security“, un forum dedicato alla sicurezza dell’Alto Nord per i paesi NATO, artici e non, che per due giorni dal 30 giugno al 1 luglio ha riunito a Stoccolma rappresentanti di forze armate, governi, industria e mondo accademico. A organizzarlo è Defence iQ, organizzazione britannica di eventi e ricerca sulla difesa fondata nel 2001, tra le maggiori realtà del settore a livello internazionale. L’incontro si è svolto a porte chiuse, il che ci impone di riportarne i contenuti senza attribuirli ai singoli relatori.
Un dettaglio della prima giornata merita comunque una nota. Era previsto un unico intervento di un ospite statunitense in qualità di rappresentante americano, dedicato alle priorità di Washington in materia di acquisizioni per l’Alto Nord nei prossimi tre-cinque anni. La relazione è tuttavia saltata all’ultimo, con la scaletta modificata la mattina stessa e senza spiegazioni. In una sala in cui tutti gli altri principali alleati hanno esposto la propria visione, è mancata proprio la voce di Washington. Un dato da sottolineare poiché in questo periodo, soprattutto alle alte latitudini, le brame groenlandesi di Donald Trump ha creato più di qualche malumore all’interno dell’Alleanza Atlantica
Russia e Cina al centro del quadro
La maggior parte degli interventi ha ovviamente riguardato la “strana coppia” composta da Mosca e Pechino, che della regione artica hanno fatto uno degli ambiti di cooperazione più avanzati. La minaccia russa è stata descritta come una campagna coordinata più che come una somma di attività slegate, con attenzione particolare alla mappatura dei fondali norvegesi e alla vulnerabilità delle infrastrutture sottomarine. La penisola di Kola, in particolare, torna a essere letta come area di proiezione strategica e come cuore dell’arsenale nucleare russo nella regione.
Sul fronte cinese, un alto comandante del braccio marittimo della NATO ha condensato l’inquietudine che circonda l’argomento, affermando che “è solo questione di tempo prima che il livello di attività cinese nell’Artico sia uguale a quello del Mar Cinese meridionale“. La cooperazione sino-russa viene letta come il segnale che entrambe le potenze considerano l’area strategica. Un’analisi più “fredda” ha però ricordato che si tratta di un rapporto asimmetrico, sbilanciato a favore del denaro e della tecnologia cinesi, e non di un’alleanza strategica.
Il riarmo del Nord
Il tema più ricorrente tra i militari alleati è stato il ritorno alle grandi formazioni. Sia la componente svedese sia quella norvegese hanno sostenuto che una difesa costruita sulle sole brigate non basta a produrre deterrenza credibile, perché la Russia ragiona su scala più ampia, ed entrambe hanno evocato la creazione di divisioni e di corpi d’armata. Sul piano nordico è stata avanzata senza troppi giri di parole l’idea di un nucleo armato multinazionale permanente nell’Alto Nord a guida svedese, mentre la Norvegia ha descritto la ricostruzione del proprio sistema divisionale dopo decenni di ridimensionamento. “A monte” di queste considerazioni, l’ingresso di Svezia e Finlandia nell’Alleanza è stato indicato come l’elemento fondamentale che cambia ogni equazione regionale in termini di presenza militare.
Da un punto di vista operativo, è stata spesso citata la guerra in Ucraina che ha funzionato da monito ambivalente. Se da una parte ha ricordato quanto conti la logistica, i comandanti nordici hanno insistito sul non doversi preparare a una guerra di trincea lunga anni, quanto piuttosto a conservare la capacità di manovrare con grandi unità.
Sul versante della sorveglianza comune è stato illustrato il nuovo centro alleato per le operazioni aeree di Bodø, che a pieno regime coordinerà sette paesi, dalla Norvegia alla Groenlandia. Nel corso delle considerazioni si è avanzata l’idea che il varco tra la Norvegia e le Svalbard conterebbe oggi più del classico corridoio tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito (il celebre GIUK Gap) nel contenimento delle forze russe.
Diverso il caso del Canada, descritto da un suo alto ufficiale come “un’isola circondata da tre oceani e da una superpotenza alleata”. Lì la difficoltà è a monte, e sta nel far convergere opinione pubblica e istituzioni su quale sia la minaccia. Le priorità restano la difesa aerea e missilistica e la capacità di allerta precoce, a fronte di un sistema ancora incompleto e di un’aeronautica che avrebbe bisogno di migliaia di uomini in più e della sostituzione di quasi tutta la flotta nel prossimo decennio.
Energia, infrastrutture, spazio
Meno appariscente ma altrettanto importante è stato il discorso sui mezzi. Diversi relatori, soprattutto dell’ambito industriale, hanno sostenuto che il vantaggio futuro non si misurerà sulle grandi piattaforme, ma sulla capacità di adattarsi facilmente all’ambiente artico. In un contesto che muta di continuo, e che si decide non nelle condizioni estreme ma in quelle vie di mezzo dove il ghiaccio non è né solido né assente, la mobilità assume un ruolo fondamentale e va pensata più in ottica di accesso che come mezzo di combattimento in sé.
L’altro elemento critico indicato è l’energia, al punto che la capacità di generarla è stata descritta come “ciò che trasforma un mezzo da piattaforma a infrastruttura”. Da qui l’enfasi sullo spazio e sulle comunicazioni satellitari, indispensabili data la geografia dell’Alto Nord e la scarsità di reti a terra.
Voci fuori dal coro
Un tema trasversale è stato il coinvolgimento delle comunità locali e indigene, che possiedono una conoscenza impareggiabile del territorio e che, secondo diversi interventi, ritengono di non essere ascoltate abbastanza pur essendo formalmente incluse nei concetti di difesa totale nordici.
La lettura più inusuale è arrivata da un ricercatore di un istituto indipendente, che ha invitato a non trattare l’Artico come una regione unica, ma come due teatri distinti, quello euro-artico e quello pacifico-artico. Nella sua analisi una guerra su vasta scala resta improbabile, mentre più realistica è la prospettiva di conflitti irregolari e di attività ostili sotto la soglia dello scontro aperto. Il nodo, in questa chiave, è meno di carattere militare e più di governance, perché il Consiglio Artico, considerato la sede naturale per amministrare la regione, non funziona più dal 2022. Ci sarebbe perciò bisogno di una riforma, nella consapevolezza che non è possibile un dialogo con Mosca che eluda i temi di sicurezza.
Motivo ricorrente della due giorni è stata la percezione di non trovarsi in una fase di transizione più o meno disordinata, ma di attraversare una vera e propria frattura storica. La sovranità, è stato ripetuto più volte, non si difende solo con le norme, ma anche con la forza.
Fra gli operatori della difesa, l’ordine internazionale costruito dopo la Guerra fredda viene ormai dato per estinto.
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