Trent’anni prima di Umberto Nobile, c’era già chi sognava di volare sopra i ghiacci dell’Artico. Ma il primo tentativo di raggiungere il Polo Nord dall’alto finì in tragedia e in silenzio. Un silenzio durato trentatré anni.
Un ingegnere con la testa fra le nuvole

Salomon August Andrée era un ingegnere svedese nato a Gränna nel 1854, impiegato all’ufficio brevetti di Stoccolma. Da giovane, aveva scoperto il pallone aerostatico all’Esposizione universale di Filadelfia del 1876 e ne era rimasto folgorato. Negli anni successivi aveva effettuato diverse ascensioni sopra il Baltico, spesso concluse in modo rocambolesco, sviluppando la convinzione che un pallone volante potesse fare ciò che navi e slitte non erano mai riuscite a fare: superare il ghiaccio dell’Artico, anziché combatterlo metro per metro.
Era l’epoca d’oro dell’esplorazione polare. Il Polo Nord restava l’ultima grande meta inviolata, e le nazioni europee competevano per la gloria di arrivarci per prime. La Svezia, rimasta indietro nella corsa, vide nel progetto di Andrée un’occasione patriottica. L’impresa fu finanziata da donatori del calibro di Alfred Nobel e del re Oscar II, e presentata come un’audace scommessa. Ma c’erano già i critici che la definivano invece una follia. Non c’era modo, sostenevano, di controllare velocità e direzione di un pallone aerostatico per una spedizione del genere.
Il volo dell’Örnen
Andrée aveva ideato un sistema di guida a corde, calando delle pesanti funi che, strisciando sul ghiaccio, avrebbero dovuto fungere da timone. Molti segnali indicavano che la tecnica era inefficace, ma l’ingegnere li ignorò al punto che il pallone a idrogeno Örnen (“l’Aquila”) arrivò alle Svalbard direttamente dal costruttore parigino senza essere mai stato collaudato. Q
L’11 luglio 1897, insieme al fotografo Nils Strindberg e all’ingegnere Knut Frænkel, Andrée si staccò da terra dall’isola di Danes, nell’arcipelago delle Svalbard. Ma perse quasi subito due delle tre corde di guida. Il timone, di fatto, non esisteva più.
Il volo durò sessantacinque ore. L’umidità e il ghiaccio che si formavano sulla superficie appesantirono progressivamente il pallone, che iniziò a rimbalzare sul pack ogni cinquanta metri. Il 14 luglio, a circa 480 chilometri dal Polo, i tre uomini decisero di abbandonare l’impresa e scendere sul ghiaccio galleggiante.

Erano illesi, ma la loro situazione era disperata. Soli su una distesa di ghiaccio in movimento, senza radio, senza alcuna possibilità di soccorso. Avevano con sé delle slitte, una piccola imbarcazione pieghevole e un po’ di provviste, e così iniziarono una lunga marcia verso sud. Ma il terreno si rivelò molto più ostile del previsto. Trascinarono slitte cariche per settimane, cacciando orsi polari e foche quando le razioni si esaurirono. A settembre avvistarono la terra e puntarono verso l’isola di Kvitøya per costruirvi un riparo più solido in vista dell’inverno.
Il ritorno dal ghiaccio, dopo 33 anni
Per oltre tre decenni la sorte della spedizione rimase uno dei grandi misteri irrisolti dell’Artico, alimentato da voci, presunti avvistamenti e leggende. La verità riemerse per caso nell’estate del 1930, quando un gruppo di cacciatori di trichechi norvegesi della nave Bratvaag si imbatté sui resti del campo di Kvitøya: i corpi, l’equipaggiamento, i diari di Andrée e, cosa ancor più straordinaria, i negativi fotografici di Strindberg, ancora sviluppabili dopo essere rimasti congelati per trentatré anni.


Su duecentoquaranta lastre, novantatré furono recuperate e una ventina sviluppate con successo. Le immagini mostrano i tre uomini che avanzano faticosamente sul pack, montano il campo, posano accanto agli orsi abbattuti. Il diario di Andrée fu ritrovato avvolto in uno strato di fieno, dentro un maglione e frammenti della seta del pallone, nella speranza di proteggerlo per un lettore futuro. Una speranza poi esaudita.
Il rientro delle salme a Stoccolma, nell’ottobre 1930, diede luogo a una delle più solenni manifestazioni di lutto nazionale che la Svezia avesse mai conosciuto.

L’eredità di un’ambizione
A partire dagli anni Sessanta, la figura di Andrée come eroe nazionale è stata progressivamente rivista con occhio più critico, in un percorso non dissimile da quello di altri protagonisti dell’epoca d’oro delle esplorazioni. L’enfasi si è accentuata sul fatto che Andrée sembrò rifiutare ostinatamente ogni avvertimento che mettesse in dubbio la fattibilità di una spedizione che era chiaramente destinata a fallire.
La spedizione di Andrée resta però uno dei più stravaganti episodi che testimoniano quell’epoca eroica dell’esplorazione polare, in cui alcuni esseri umani si spinsero al limite dell’immaginabile pur di raggiungere luoghi remoti per definizione. Con mezzi spesso a dir poco inadeguati, ma guidati dalla propria ambizione.
A Gränna, la sua città natale, c’è un museo a lui dedicato, dove sono custoditi i diari che aveva protetto, come suo ultimo gesto.
Enrico Peschiera
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