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“Scudo Nordico”, l’Islanda ripensa la propria sicurezza

Un’isola senza esercito al centro dell’Atlantico: l’Islanda ha compreso che la geografia non basta più a proteggerla.

Reykjavik deve saper difendersi

L’Islanda sta vivendo un cambio di paradigma nel suo concetto di sicurezza nazionale. Se storicamente l’isola si è sentita protetta dal suo isolamento geografico nel Nord Atlantico, oggi la realtà geopolitica e tecnologica impone una visione diversa. Questa inversione di rotta è stata esplicitata recentemente durante la riunione annuale di Samorka, piattaforma centrale per il coordinamento del settore energetico islandese, nella quale ha preso la parola la ministra degli esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir.

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Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir, Ministra degli Esteri islandese.

“Noi, come nazione situata nel mezzo dell’Atlantico, potremmo aver creduto fino ad ora di poter vivere nella sicurezza di essere geograficamente lontani dai campi di battaglia del mondo, ma le minacce multiformi e le altre moderne misure di sicurezza hanno dimostrato che non possiamo ignorare le minacce e le difese che ogni società deve costruire e sviluppare”. Si è chiuso così l’intervento della Ministra degli Esteri islandese, facendo emergere come la sicurezza nazionale sia sempre più legata alla capacità di resistere e adattarsi a shock complessi.

L’Islanda ha quindi realizzato che non può più considerarsi immune dai conflitti globali. Le “minacce multiformi” moderne superano le barriere fisiche, rendendo necessaria anche per l’isola remota nel Nord Atlantico la costruzione di difese. A questo deve aggiungersi la già presente vulnerabilità strutturale dell’isola, determinata da un isolamento geografico, dipendenza da reti energetiche interne ed esposta a rischi naturali; fattori questi che, uniti alla situazione geopolitica globale, hanno reso la questione una priorità politica oltre che tecnica.

I pilastri della sicurezza islandese

Per comprendere le ragioni della vulnerabilità strutturale islandese, è necessario contestualizzare l’evoluzione storica della sua postura difensiva, poiché per decenni l’architettura di sicurezza islandese è stata quasi esclusivamente sinonimo di Stati Uniti.

Membro fondatore dell’Alleanza Atlantica fin dal 1949, nel 1951 Reykjavik ha siglato il trattato di difesa bilaterale con Washington, attraverso il quale gli Stati Uniti si sono assunti la responsabilità della difesa dell’Islanda nel quadro dell’Alleanza Atlantica. In cambio, l’isola ha messo a disposizione strutture e aree per scopi militari utili alla difesa dell’intera regione del Nord Atlantico, motivo per cui l’Islanda non possiede ancora oggi un proprio esercito permanente.

Con la chiusura della base di Keflavik nel 2006, le forze statunitensi hanno lasciato il suolo islandese, pur restando il trattato del 1951 formalmente in vigore. E il mutato scenario globale degli ultimi anni ha così spinto l’isola a strutturare una visione propria del concetto di sicurezza nazionale.

islanda Keflavik
Veduta della base aerea navale statunitense di Keflavik, 19 agosto 1982.

Una posizione (di nuovo) strategica

Nell’analizzare l’urgenza di questa svolta occorre partire da un dato geografico fondamentale: l’Islanda presidia il cosiddetto corridoio GIUK (Groenlandia-Islanda-Regno Unito), snodo vitale per il controllo delle rotte marittime e sottomarine dell’Atlantico settentrionale e ponte logistico tra Europa e Nord America.

Questa posizione, storicamente cruciale per la NATO, è tornata al centro del dibattito strategico man mano che l’Artico ha smesso di essere un’area di “eccezionalismo” pacifico per diventare un teatro di potenziale attrito geopolitico, in cui la crescente proiezione militare della Federazione Russa rappresenta il principale fattore destabilizzante per l’Alleanza.

Il dibattito si sta perciò concentrando sulla sorveglianza delle acque territoriali e sulla protezione dei collegamenti sottomarini. Tematiche che, come si vedrà, coincidono esattamente con i punti di maggiore esposizione dell’isola.

La nuova policy di sicurezza

È in questo contesto che nel novembre 2025 l’Islanda ha presentato al proprio parlamento la prima policy di difesa formale della sua storia. Il documento, elaborato con ampio consenso trasversale tra i partiti, individua tredici priorità strategiche incentrate sulle minacce esterne e punta a rafforzare le capacità interne necessarie per far fronte agli impegni collettivi nell’Alleanza. Quelle “capacità interne” a cui ci si riferisce altro non sono che risorse umane, infrastrutture e piani di emergenza necessari a far fronte alle “minacce ibride” che provengono da Est.

Tra le priorità chiave di questa nuova strategia figurano la resilienza della società civile e la protezione e il funzionamento ininterrotto delle infrastrutture critiche, nonché l’approfondimento della cooperazione nell’ambito dei quadri di difesa nordici, come NORDEFCO (composta da Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia) e la Joint Expeditionary Force (una coalizione formata da Danimarca, Estonia, Finlandia, Islanda, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito).

Non sono dettagli. L’enfasi sulla cooperazione con gli altri Stati nordici, come del resto la riapertura del dibattito sull’entrata nell’Unione Europea e il nuovo accordo sulla sicurezza siglato il marzo scorso, denotano prima di tutto una svolta significativa nell’opinione pubblica islandese. Gli Stati Uniti, una volta considerati l’unico vero garante della sicurezza dell’isola, non appaiono più così rassicuranti agli occhi del pubblico, che ora predilige un allineamento internazionale e una maggiore dipendenza dalle alleanze multilaterali, come dimostrato anche da un recente sondaggio.

Le infrastrutture come potenziale primo bersaglio

Secondo la policy islandese, il concetto di sicurezza si discosta dalle logiche convenzionali. In un possibile scenario di crisi, sotto il mirino non finirebbe il territorio o la popolazione in senso tradizionale, quanto piuttosto le infrastrutture energetiche critiche. Un attacco di questo tipo comprometterebbe gravemente la nazione, con effetti immediati e sistemici.

Ma quali sono le reti vitali che l’Islanda intende proteggere?

Al centro della strategia vi è il complesso energetico: una rete che, per quanto tecnologicamente avanzata, resta vulnerabile proprio per la sua importanza strategica. La dipendenza totale da fonti interne espone il Paese al rischio di attacchi mirati alle centrali geotermiche e idroelettriche, che annienterebbero la stabilità della nazione.

La protezione si estende anche ai cavi sottomarini di telecomunicazione, i veri e propri “cordoni ombelicali” che impediscono all’Islanda di sprofondare nell’isolamento digitale. A tal proposito, la società Farice ha recentemente annunciato i piani per AUÐUR, un nuovo cavo sottomarino ad alta capacità che collegherà l’Islanda meridionale alla Scozia entro il 2030. Il nome richiama la colona vichinga Auður djúpúðga, che navigò dalla Scozia verso l’Islanda, come narrato nelle saghe islandesi.

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Mappa di Farice

Il progetto, che non prevede finanziamenti statali diretti, riflette una precisa mossa strategica per rafforzare la connettività digitale dell’isola verso i principali hub europei di telecomunicazione, fungendo da “ponte digitale” tra Europa e Nord America. La stessa attenzione sulla sicurezza verrà riservata alle infrastrutture logistiche, come porti e aeroporti, che garantiscono la mobilità in caso di emergenze naturali o crisi geopolitiche.

Dunque teniamoci pronti ad assistere non più alla sola manutenzione tecnica delle infrastrutture prioritarie, ma ad una vera e propria architettura di difesa civile, che va ben oltre la sola manutenzione tecnica, e che punta a trasformare l’Islanda in uno “scudo nordico”.

Maddalena Mancini

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Autore

  • Maddalena Mancini

    Laureata in Relazioni Internazionali e Sicurezza Globale a La Sapienza di Roma, attualmente studentessa del Master in Politiche di sostenibilità ambientale ed economica presso SIOI. Studio l’Artico come nuova frontiera geopolitica ed economica, tra ambiente, rotte e sicurezza.

Maddalena Mancini
Laureata in Relazioni Internazionali e Sicurezza Globale a La Sapienza di Roma, attualmente studentessa del Master in Politiche di sostenibilità ambientale ed economica presso SIOI. Studio l’Artico come nuova frontiera geopolitica ed economica, tra ambiente, rotte e sicurezza.

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