Nel 1926, il dirigibile Norge unì tre nazioni e tre uomini in una delle imprese più straordinarie dell’esplorazione polare, aprendo per la prima volta una rotta aerea sopra il Polo Nord e segnando un punto di svolta nella storia dell’Artico. Tra ambizione, ingegno e rivalità, vi raccontiamo l’incredibile storia dell’italiano che un secolo fa ha sfidato i cieli dell’Artico: Umberto Nobile.
L’Archivio Umberto Nobile
C’è un archivio, a Roma, che custodisce la memoria di un uomo e di un’epoca fatta di esploratori, di frontiere, di ghiacci perenni. Fra scatole e faldoni emergono fotografie ingiallite di un enorme dirigibile agganciato a un pilone nel ghiaccio. Mappe tracciate a mano su carta resistente al gelo. Corrispondenze in più lingue – italiano, norvegese, inglese, russo – che raccontano di un progetto nato quasi per caso, da un incontro tra un esploratore leggendario e un ingegnere testardo.

Il Progetto Archivi Umberto Nobile, promosso dal Consiglio Nazionale delle Ricerche nell’ambito del programma Polar Memory, ha riunito in un unico sistema digitale i fondi documentari conservati al Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle e al Museo Umberto Nobile di Lauro, il paese campano dove l’ingegnere nacque nel 1885. Per la prima volta, progetti tecnici, fotografie, carte scientifiche e memorie personali sono accessibili a tutti, liberamente, su archiviumbertonobile.cnr.it.
È da questo archivio che prende avvio una breve serie di articoli che Osservatorio Artico pubblica in occasione del centesimo anniversario della trasvolata del dirigibile Norge sul Polo Nord, la prima documentata nella storia dell’esplorazione umana. Un’impresa che nacque dall’incontro improbabile di tre uomini molto diversi, tre paesi e un’idea così audace da sembrare impossibile.
L’uomo che costruiva dirigibili

Umberto Nobile era il figlio di un impiegato del registro, nato nel 1885 e cresciuto tra Napoli e Roma con una passione precoce per la matematica e le macchine. Si laureò in ingegneria industriale nel 1908 e finì a lavorare allo Stabilimento Militare di Costruzioni Aeronautiche di Roma quasi per caso, attratto da un corso di costruzioni aeronautiche che frequentò nel 1911. Si fece notare subito. La Prima Guerra Mondiale lo trovò già immerso nella progettazione di aeronavi semirigide, meglio note come dirigibili, una tecnologia allora all’apice del suo sviluppo. Nel 1918 aveva già progettato il primo paracadute italiano e nel 1922 il primo aeroplano metallico italiano. E nel 1919 divenne direttore dello stabilimento, la posizione più alta in Italia nel settore.
In quei primi anni Nobile formulò la convinzione che il dirigibile – lento, paziente, capace di lunghe autonomie di volo – fosse il mezzo ideale per esplorare le regioni polari, dove un aeroplano dell’epoca non avrebbe potuto sopravvivere. Nel 1923 completò l’N1, un dirigibile semirigido di 106 metri, 18.500 metri cubi di gas idrogeno, capace di volare tra gli 80 e i 100 chilometri orari con un carico utile di oltre sei tonnellate. Era un’opera d’ingegneria raffinata, quasi elegante, armata di una struttura interna in acciaio e alluminio che ne garantiva la stabilità anche nelle condizioni più difficili.
Non immaginava ancora, nel 1923, che quella macchina avrebbe sorvolato il Polo Nord di lì a poco.
L’incontro con Amundsen
Nell’estate del 1925, Roald Amundsen era un uomo frustrato. A cinquantatré anni, l’esploratore norvegese che aveva conquistato il Polo Sud nel 1911 e percorso per primo il Passaggio a Nordovest aveva ancora un sogno incompiuto: il Polo Nord. L’anno prima aveva tentato di raggiungerlo in volo con due idrovolanti Dornier Wal, portando con sé il ricco americano Lincoln Ellsworth come navigatore e co-finanziatore. L’impresa era naufragata a 136 miglia dal Polo: uno dei velivoli aveva ceduto e l’equipaggio aveva trascorso quasi un mese intrappolato sul ghiaccio prima di riuscire a decollare.


Era chiaro che un aeroplano non bastava. Fu allora che, il 15 luglio 1925, Nobile ricevette una comunicazione inaspettata. Un telegramma di Roald Amundsen che lo convocava a Roma per una, nelle sue stesse parole, “conferenza importante e segreta”. Nobile era sorpreso: i due si erano già incontrati brevemente, ma non erano in rapporti tali da giustificare quel tono di urgenza e discrezione. Accettò l’invito.
Durante quell’incontro, cui partecipò anche Hjalmar Riiser-Larsen, aviatore e braccio destro di Amundsen, il norvegese arrivò dritto al punto: voleva usare l’N1 per attraversare l’Artico dalle Svalbard all’Alaska, sorvolando il Polo Nord. Riiser-Larsen conosceva bene il dirigibile, avendoci volato durante una visita a Roma, ed era convinto che fosse la macchina giusta per l’impresa che un aeroplano aveva dimostrato di non saper compiere. La proposta era semplice nella sua ambizione, e Nobile accettò.

Nobile accettò. I negoziati con il governo italiano e con l’Aero Club Norvegese, che avrebbe acquistato il dirigibile, durarono mesi. Lincoln Ellsworth, rimasto orfano di padre nel 1925 ed erede di una fortuna nel settore carbonifero, finanziò la parte più consistente dell’impresa. L’Italia contribuì con il 25% dei costi e con la partecipazione tecnica di Nobile e del suo equipaggio. Il 29 marzo 1926, a Ciampino, davanti a Mussolini, Amundsen, Ellsworth e a una folla di autorità, l’N1 fu ufficialmente consegnato ai norvegesi e ribattezzato Norge. Norvegia, in lingua norvegese.
Tre uomini, tre paesi, un dirigibile
La spedizione che stava per prendere forma era un’operazione internazionale senza precedenti, ma portava in sé i germi di una tensione che sarebbe emersa soltanto al ritorno. Chi comandava, in realtà? Amundsen era il capo della spedizione esplorativa, il nome noto al mondo, il garante dell’impresa davanti all’opinione pubblica. Ellsworth aveva messo i soldi, e aveva il diritto di volare come navigatore. Nobile aveva progettato e avrebbe pilotato il Norge, e si considerava, non a torto, il vero artefice tecnico dell’impresa.

Il contratto firmato lo inquadrava come capitano del dirigibile, non come co-comandante della spedizione. Una distinzione che Amundsen avrebbe usato, al ritorno, come arma a proprio favore.
Ma nel maggio del 1926 erano ancora tutti e tre sulla stessa parte. E il Norge era pronto a solcare i cieli dell’Artico.
Leggi il secondo episodio della miniserie sul dirigibile Norge: “Ny-Ålesund, l’ultima fermata prima del Polo“.
Enrico Peschiera









