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Roberto Luigi Pagani, un italiano in Islanda

Roberto Luigi Pagani. Foto dal sito Un italiano in Islanda

Durante Arctic Circle Assembly a Reykjavík, abbiamo fatto una chiacchierata con Roberto Luigi Pagani, meglio noto come “Un italiano in Islanda”.

Dall’Italia al Grande Nord

roberto luigi pagani islanda
Pagani in una foto tratta dal sito Un italiano in Islanda

Roberto Luigi Pagani – per molti semplicemente Un Italiano in Islanda – è una delle voci più autorevoli nel raccontare la cultura, la lingua e la società dell’isola nordica agli italiani. Nato a Cremona nel 1990, vive a Reykjavík dal 2014, dove insegna lingua e grammatica islandese all’Università d’Islanda e porta avanti un dottorato in linguistica e paleografia. Filologo di formazione, studioso dei manoscritti medievali e del mondo nordico, Pagani è anche divulgatore, guida culturale e membro del direttivo della Camera di Commercio italo-islandese.

Negli anni ha pubblicato numerosi libri, dalle traduzioni delle grandi saghe (Saghe della Vinlandia, Saga di Gunnar) ai volumi divulgativi più recenti come Un italiano in Islanda (Sperling & Kupfer), la guida Islanda per National Geographic e Il grande libro del folklore islandese (Mondadori Electa). Il suo sito ufficiale e la sua pagina Facebook, tra le più seguite in Italia sul tema, sono oggi punti di riferimento per chi vuole conoscere l’Islanda oltre i cliché.

Accademico, scrittore, consulente culturale per istituzioni italiane in visita, Pagani ha costruito negli anni un profilo poliedrico che intreccia mondo accademico, divulgazione e diplomazia culturale. Insomma, si può senz’altro definire come un ponte vivente tra Italia e Islanda. Ed è proprio in questa veste che lo abbiamo incontrato durante l’Arctic Circle Assembly, dove ha accompagnato la delegazione istituzionale italiana guidata dal Sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti in qualità di interprete. Ne è nata una chiacchierata interessante sulla sua esperienza personale e sulla sua percezione dei cambiamenti che stanno interessando l’Islanda – e l’Artico in generale.

Com’è stato partecipare all’Arctic Circle Assembly con la delegazione italiana, in qualità di interprete? E cosa ti ha colpito dell’evento di quest’anno?

“Per me è stato molto interessante perché arrivo da un mondo diverso, quello accademico. E quest’anno ho percepito chiaramente, ed è una sensazione condivisa da molti, come stia cambiando la natura dell’evento: un tempo era incentrato soprattutto su ambiente e scienza, mentre oggi la dimensione geopolitica è molto più presente, complice il panorama internazionale. Da residente in Islanda – e ora anche cittadino islandese – è curioso vedere come questo forum stia acquisendo sempre più rilevanza politica.”

Isabella rauti artico
La delegazione italiana ad Arctic Circle Assembly 2025. Roberto Luigi Pagani è il primo da sinistra.

E il ruolo di interprete per il Sottosegretario Rauti?

“È stato un grande onore. Mi fa sempre piacere servire le istituzioni italiane. In delegazione c’era un clima molto collaborativo, un allineamento di intenti: ho notato una forte convergenza tra gli obiettivi italiani e quelli del consiglio direttivo dell’Arctic Circle e dell’Arctic Council. È stato bello vedere una reale sintonia.”

Vivi in Islanda da undici anni. E oggi hai anche la doppia cittadinanza.

“Sì, sono sia italiano sia islandese. Ma sia chiaro, non avrei mai rinunciato alla cittadinanza italiana, non sono uno di quelli che vogliono scappare dall’Italia per dimenticarsene. Sono orgoglioso delle mie radici. Non è una fuga di cervelli, ma è una fuga per passione.”

Com’è vivere a Reykjavík?

Reykjavík
Hallgrímskirkja, la chiesa simbolo di Reykjavík. Foto di Osservatorio Artico

“Molto più rilassato rispetto a quanto immaginano dall’esterno. Chi arriva dall’Italia nota subito che è una città a misura d’uomo, informale, tranquilla. Lo si percepisce anche negli eventi ufficiali: magari all’inizio vedo un po’ di nervosismo nei delegati italiani abituati a un certo livello di formalità, mentre qui gli islandesi – come gli scandinavi in generale – sono molto alla mano. Questo rende tutto più semplice. Anche nella vita quotidiana è così: la mancanza di rigide norme sociali, per me, rende le cose molto più semplici.”

Come è nata la collaborazione con le istituzioni italiane? Ti hanno contattato loro?

“Sì, spesso è l’Ambasciata a segnalare il mio nome quando servono competenze linguistiche o culturali. Negli anni ci sono già state varie collaborazioni e a me fa sempre piacere essere utile al mio Paese.”

Oltre a questo, fai parte anche della Camera di Commercio italo-islandese. Di cosa vi occupate?

“Sono membro del direttivo. La nostra attività principale è facilitare gli scambi commerciali: trovare partner per start-up islandesi che vogliono lavorare con l’Italia, oppure aiutare aziende italiane interessate al mercato islandese. Poi c’è tutta la parte culturale, fondamentale perché qui non abbiamo un’ambasciata: la Camera colma anche quel vuoto. Organizziamo eventi culturali che fungono da ponte tra business e cultura: presentazioni, incontri con traduttori, discussioni politiche, momenti di confronto. Per esempio, in occasione delle ultime elezioni, io ho tenuto un intervento sulla politica italiana contemporanea e sulle differenze tra mentalità italiana e islandese.”

Insomma, sei diventato un vero pontiere tra i due Paesi.

“Ci provo. E credo che siano due mondi più simili di quanto si pensi, pur avendo tantissimo da insegnarsi a vicenda. Gli scambi stanno crescendo moltissimo: dieci anni fa nei supermercati islandesi non si trovava quasi nulla di italiano. Oggi c’è di tutto.”

L’Islanda nella nuova centralità artica

Tornando all’Arctic Circle Assembly e alle discussioni ascoltate in questi giorni, ti chiedo: l’“eccezionalismo artico” – l’idea dell’Artico come zona di cooperazione – sembra in piena crisi. Questo cambiamento lo percepisci anche nella vita quotidiana in Islanda?

“Sì, molto. Negli ultimi anni alcuni attori internazionali hanno manifestato un forte interesse per l’Islanda come possibile tappa delle nuove rotte commerciali che si aprirebbero con lo scioglimento dei ghiacci, in particolare la Cina. C’è stato persino un contenzioso per l’acquisto di terreni appartenuti per generazioni a famiglie di agricoltori, con l’idea di costruire enormi porti per queste rotte.

Tutto ciò porta opportunità, ma anche costi sociali elevati. È un tema molto discusso: se il passaggio di merci dall’Asia all’Europa attraverso l’Artico dovesse diventare più comune, l’Islanda diventerebbe una piattaforma chiave. E questo cambierebbe profondamente la vita delle comunità locali.”

Com’era l’Islanda quando sei arrivato e com’è oggi?

“Quando sono arrivato era, in generale, un paese informale, un po’ caotico, si facevano le cose in maniera molto spontanea. In parte è ancora così, ma ora funziona meno. L’atteggiamento islandese dell’‘arrangiarsi’ funzionava quando la popolazione era piccola; oggi la società è cresciuta tantissimo e in certi settori si sente la mancanza di professionalità, specialmente nelle relazioni internazionali. Gli islandesi stanno cercando di alzare gli standard, ma è complicato: anche con l’aumento demografico, la popolazione resta esigua.”

Reykjavík poi è cresciuta enormemente. Gli enti locali fanno fatica a gestirla: strade, servizi pubblici, manutenzione invernale. La città è troppo grande rispetto alle risorse disponibili. Non puoi costruire palazzi alti e strade strette come in Italia, perché in inverno c’è poco sole. È una crescita che genera tensione.”

Quali pensi possano essere le soluzioni a questo eccessivo accentramento?

“Personalmente penso che si dovrebbero potenziare altri centri urbani. Ma molti attori economici qui a Reykjavík non vogliono: preferiscono mantenere tutto vicino a sé. Lo si vede nel turismo: da anni si propone di aprire nuove rotte aeree internazionali verso altri aeroporti del Paese, per distribuire i flussi. Ma i principali operatori turistici sono concentrati qui e vogliono tenere tutti gli arrivi.”

“Questo vale in tanti settori: c’è troppa concentrazione a Reykjavík. Prima o poi bisognerà riequilibrare le risorse.”

Enrico Peschiera

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Enrico Peschiera
Ho studiato Relazioni Internazionali e oggi mi occupo di comunicazione aziendale. Scrivo qui perché l'Artico è una frontiera di profondi cambiamenti che meritano di essere raccontati. Genovese e genoano.

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