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Nuovi ingressi nella NATO, Pagani: “È ora di crescere insieme”

Il prossimo ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO spinge anche l’Italia a guardare al Nord. L’intervista ad Alberto Pagani, Capogruppo PD in Commissione Difesa alla Camera.

Nuova struttura per la Difesa comune

A quasi quattro mesi dall’inizio del conflitto ucraino, si delineano traiettorie economiche, sociali e militari profondamente diverse da ciò che ci aspettavamo a inizio anno.

La decisione di Finlandia e Svezia di entrare nella NATO, oltre a sdoganare una politica che era stata da sempre opposta, incide anche sulla UE. Una scelta che rinforza o rischia di mettere a rischio la tranquillità europea?

Alberto Pagani

«La NATO e l’Europa non sono entità contrapposte, hanno un perimetro e un compito diverso, ma si fondano sugli stessi valori ed ideali di libertà e democrazia», commenta Alberto Pagani, Capogruppo PD in Commissione Difesa alla Camera.

La differenza principale sta nel fatto che il trattato di Washington del ’49, da cui nacque la NATO, aveva esplicite finalità militari, e costituiva un’alleanza di Paesi democratici che si impegnavano per un Difesa comune. Mentre quello di Parigi del ’51, che diede origine alla Comunità Europee del Carbone e dell’Acciaio, aveva una finalità essenzialmente economica.

Non si lavorò per una Difesa Comune Europea, malgrado fin dall’inizio se ne parlasse, a causa dell’opposizione francese alla CED. Il tema venne ripreso solo nel 1992, con il Trattato di Maastricht e l’istituzione della PESC (Politica Estera e di Sicurezza Comune, ndr) di cui la PESD (politica europea di sicurezza e di difesa, ndr) è strumento. L’allargamento e la trasformazione della CECA in CEE e poi in Unione Europea, ha mantenuto al centro le finalità comuni del mercato unico, senza fare grandi progressi sull’integrazione delle politiche di Difesa».

La NATO come garanzia

«Infatti è nata la moneta unica Euro, e quindi la possibilità per i Paese aderenti di godere dei benefici di una politica monetaria comune e di una moneta più forte, seppure con gli obblighi reciprochi che questa condivisione comporta», prosegue ancora il deputato ravennate.

«Ma sul terreno della politica Estera, di Sicurezza e di Difesa, i singoli Stati non hanno mai voluto cedere sovranità all’Unione, e quindi ciascuno ha preferito fare per sé, con tutte le inefficienze, gli sprechi e le ridondanze che ne sono derivate. Per fortuna molti grandi Paesi Europei aderivano alla NATO, che non ha solamente assicurato tanti decenni di pace in Europa, ma anche il fatto che le Forze Armate dei Paesi membri abbiano maturato insieme capacità comuni ed interoperabilità.

Membri NATO nella UE. Fonte: Nordregio

I popoli europei si sono combattuti tra di loro per secoli e nel ‘900 hanno scatenato due tragiche guerre mondiali. Da quando c’è la NATO quel generatore di violenza e distruzione che era stata l’Europa ha potuto godere di una pace ininterrotta, che purtroppo oggi i popoli europei danno per scontata, senza accorgersi più che senza la NATO e senza l’Unione Europea è molto probabile che avremmo continuato a farci la guerra tra di noi, come abbiamo sempre fatto.

L’allargamento della Nato alla Finlandia ed alla Svezia, quindi, non mette affatto a rischio la tranquillità europea, ma la consolida e la rafforza, e se tutti i Paesi Europei aderissero alla NATO sarebbe ancora meglio, a mio parere».

Aumentano le spese militari

Dopo anni di vaghe risposte, molti Paesi europei – tra cui l’Italia – mettono mano alla spesa militare, portandosi verso un progressivo 2% del PIL. Una necessità delle nazioni o un obbligo dato dal disimpegno americano nei teatri a noi più vicini?

«In realtà è dal 2014 che i Paesi come l’Italia, che investivano in Difesa meno del 2% del PIL, che è la media europea, si stanno progressivamente avvicinando a quella soglia minima», prosegue ancora Pagani. «Ci siamo impegnati allora a farlo, quando il Presidente americano Obama chiese a tutti gli alleati che beneficiano in egual misura dell’ombrello protettivo della NATO, di contribuire in modo proporzionato ed equo con le proprie risorse nazionali.

Io credo che quella richiesta sia giusta e sacrosanta, perché se la NATO è un’alleanza che garantisce allo stesso modo la sicurezza di tutti non c’è ragione perché qualcuno paghi per tutti ed altri godano solo dei benefici, come dei parassiti. Non è nemmeno dignitoso, per un grande Paese come l’Italia, dover essere richiamati a fare la nostra parte.

Il fatto che da 15 anni gli Stati Uniti abbiano spostato il baricentro dei loro interessi strategici dal bacino Mediterraneo all’Indo Pacifico, è un motivo in più per acquisire maggiori capacità autonome, investendo il dovuto nella Difesa. Gli americani non hanno abbandonato il Medio Oriente ed il Nord Africa, ma chiedono da tempo ai loro alleati della NATO di occuparsi in maniera più autonoma dell’area MENA (Middle East North Africa).

Il punto è chi ha la volontà e le capacità di farlo. L’Europa al momento sembra che non ci riesca, e siccome il vuoto nella politica non esiste, perché c’è sempre qualcuno che lo riempie, al posto nostro lo fa la Turchia, che è la seconda forza militare della NATO, e che possiede una postura molpo più assertiva di noi. Questo però non è affatto un vantaggio per i Paesi europei, che stanno perdendo progressivamente peso ed influenza in aree strategiche.

F35 Italia Islanda

Ecco perché bisogna che i Paesi Europei mettano da parte quel sovranismo infantile e sciocco che rende tutti più deboli, ed investano seriamente nella Difesa Europea. Senza una capacità autonoma di Difesa l’Europa non può avere una sua politica Estera credibile, perché nessuna potenza al mondo può separare la politica Estera dalla politica di Difesa, essendo queste necessariamente complementari.

«Se l’Europa vuole contare qualcosa nel tempo che viviamo non bastano più il mercato e la moneta unica, non bastano la burocrazia delle regole che misurano il calibro delle vongole e la lunghezza delle zucchine. Per avere un ruolo in un mondo dominato dalla competizione tra l’America e la Cina l’Europa deve essere unita e deve diventare una grande potenza, altrimenti dovremo rassegarci al declino, e a non contare più nulla.

Le FFAA italiane nel contesto artico

La nostra aeronautica è impegnata in diverse operazioni di air policing, tra Islanda e Baltico. Quanto e come possoni partecipare le Forze Armate italiane alla sorveglianza/difesa del lato Nord del continente europeo?

«Noi stiamo facendo la nostra parte per garantire la sicurezza del fianco Est dell’Alleanza, e quindi del Nord dell’Europa, ma dobbiamo convincere gli alleati a non perdere di vista il fianco Sud, altrimenti avremo tutti dei grossi guai. La guerra in Ucraina ha focalizzato l’attenzione sul confine tra l’Europa e la Russia, comprensibilmente, e la NATO ha concentrato il suo impegno in quell’area.

La miopia è un difetto visivo a causa del quale si vede sfocato da lontano, e se non viene corretta non consente di orientarsi correttamente. Se guardiamo solo il fronte della guerra cinetica siamo miopi, ci convinciamo che il conflitto si giochi tutto su quel confine, ma se usiamo anche il cervello comprendiamo che non sarà così. Il blocco delle esportazioni del grano colpisce molto i Paesi del Nord Africa, e rischia di produrre una nuova crisi del pane.

islanda aeronautica

Ricordiamo che le proteste che scatenarono le cosiddette “primavere arabe” cominciarono con la rivolta del pane. Paesi come l’Egitto, la Tunisia o la Libia importavano almeno la metà del grano di cui necessitano proprio dall’Ucraina, se questo non sarà più disponibile i prezzi del pane aumenteranno e saranno guai.

Non ci vuole Nostradamus per prevedere il rischio di una nuova destabilizzazione politica del Mediterraneo, che renderà più fertile il terreno per la radicalizzazione jihadista, e quindi per il terrorismo, e porterà anche un aumento della pressione migratoria. La Russia non ha alcun interesse ad evitarlo, anzi, ha già sperimentato l’uso delle migrazioni come arma, quando ha spinto con una pubblicità ingannevole migliaia di profughi sul confine europeo dalla Bielorussia. E’ cinico e disumano utilizzare la sofferenza dei disperati come uno strumento per destabilizzare l’Occidente, ma dobbiamo mettere in conto che lo facciano, e dobbiamo sapere che la nostra capacità di accoglienza è già messa a dura prova dai profughi che vengono dall’Ucraina. Per questo la NATO e la UE non possono permettersi di essere miopi e dimenticarsi del fianco Sud.

Visita Sig. CSMA E ComLog AM presso TFA- ISLANDA_ 29-30 maggio
Visita Sig. CSMA E ComLog AM presso TFA- ISLANDA_ 29-30 maggio

Questa amnesia costerebbe molto cara a tutti, non solo all’Italia. Se la guerra di oggi è asimmetrica ed ibrida la Difesa non può essere soltanto militare. Come il generale Gerasimov, capo di Stato Maggiore delle Forze Armate russe, parla di approccio olistico al danno, così la NATO deve acquisire un approccio olistico alla Difesa. In questa nuova guerra non basta più la sola forza militare per difendersi, perché le armi con cui si verrà attaccati sono anche altre, e vanno dalla disinformazioni ai virus informatici, dal terrorismo alla pressione migratoria. Per questo le classi dirigenti dei Paesi occidentali dovrebbero essere solide, consapevoli, competenti ed oneste, almeno intellettualmente.

Ma noi purtroppo stiamo per entrare in una nuova campagna elettorale, ed invece di avere una politica che persegue coesa l’interesse nazionale c’è piuttosto da aspettarsi qualche cialtrone che ricomincia con la demagogia dell’invasione, dei porti chiusi, del blocco navale, e tutte le altre fesserie che già conosciamo».

Le scelte di Roma

In sostanza, cosa deve aspettarsi un Paese come il nostro, che ha molte carenze sul tema militare/operativo, anche in scenari ben differenti rispetto a ciò che ha vissuto nelle missioni internazionali più recenti come in Libano o in Afghanistan?

«Non dobbiamo aspettarci nulla, perché siamo noi gli artefici del nostro destino. Dobbiamo recuperare i ritardi e impiegare al meglio le risorse che possiamo permetterci investire. Non abbiamo il bilancio della Germania, che ha dichiarato di voler investire cento miliardi nella Difesa, ma proprio per questo abbiamo bisogno di spendere bene, in maniera integrata con i nostri alleati europei ed atlantici.

Innanzitutto c’è un problema di organico. La legge Di Paola prevedeva una progressiva riduzione del numero dei soldati per arrivare a soli 150 mila uomini. È un numero insostenibile, che non permette di avere uno strumento militare efficiente in nessun dominio, e produce una precarizzazione inaccettabile del lavoro, perché con questi numeri il solo modo che permette di avere sufficienti giovani è espellere la maggior parte dei volontari in ferma prefissata quando diventano troppo vecchi per i compiti combat. Invece le forze armate moderne ed efficienti investono nella tecnologia e nella logistica, che impiegano anche personale più maturo ed esperto. Il Parlamento sta discutendo una legge che ripensa il reclutamento, gli organici, e introduce una riserva, bisogna assolutamente approvarla entro la fine della legislatura. Poi ci sono le politiche industriali, che devono fare un salto di qualità a livello europeo. Oggi la cooperazione rafforzata PESCO finanzia solamente programmi minori.

In Europa ci sono due progetti alternativi per il nuovo caccia di sesta generazione. Noi e gli inglesi siamo impegnati sul Tempest, mentre Francia, Germania e Spagna lavorano sul FCAS, che è un progetto alternativo. In questo modo spenderemo il dobbio dei soldi nella ricerca tecnologica non otterremo un risultato buono. Invece di due mezzi progetti bisogna farne uno buono. Lo stesso si può dire per il nuovo carro.

Gli americani non hanno il carro armato del Texas diverso da quello dell’Arizona. Perché noi Europei non possiamo fare mettere insieme il meglio delle nostre capacità industriali per fare un carro come si deve? Un buon progetto si esporta e si paga, un cattivo progetto non lo vuole nessuno e non funziona. Infine c’è bisogno di riorganizzare il comparto intelligence, soprattutto per affrontare al meglio le nuove sfide della guerra ibrida.

Un passo importante è stato fatto con la nascita dell’Agenzia Nazionale per la Cybersecurity, ma bisogna rafforzare le nostre capacità nell’intelligence economica, che non può essere solamente difensiva, e nel contrasto alla guerra dell’informazione. Non si potrà fare tutto prima che termini questa legislature, l’anno prossimo, ma si può fare ancora molto, se si vuole».

Leonardo Parigi

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Leonardo Parigi
the authorLeonardo Parigi
Sono Laureato in Scienze Politiche Internazionali all’Università di Genova e di Pavia. Sono giornalista pubblicista, e collaboro con testate nazionali sui temi di logistica, trasporti, portualità e politica internazionale.

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