Terza puntata della miniserie sull’impresa del dirigibile Norge, a cento anni di distanza. L’11 maggio 1926, alle 9:50, il Norge lasciò la Baia del Re. Davanti aveva 1.280 chilometri di oceano glaciale che nessun uomo aveva mai sorvolato.
Verso l’ignoto
Il vento era calato nella notte. Alle prime ore dell’11 maggio 1926, Finn Malmgren uscì dalla baracca di Ny-Ålesund e osservò il cielo per un lungo momento. Il meteorologo svedese aveva passato i giorni precedenti a consultare le poche stazioni di rilevamento disponibili e a costruire previsioni da dati frammentari. Quello che vide quella mattina, però, era abbastanza. Non ideale, ma abbastanza. Andò a riferire a Nobile.
Alle 9:50 il Norge mollò gli ormeggi.
Lo sganciamento di un dirigibile da terra era qualcosa che chi lo aveva vissuto faticava a descrivere a parole. Non il rombo di un decollo, non la spinta brusca di un aeroplano che accelera sulla pista. Un distacco lento, quasi silenzioso, come se l’aria si aprisse e accogliesse la macchina nel suo dominio naturale. I tre motori Maybach giravano al minimo mentre la gondola saliva, e la piccola folla radunata sulla pista si rimpiccioliva. Roald Amundsen aveva già preso posto a bordo come capo della spedizione esplorativa. Accanto a lui, Lincoln Ellsworth, il ricco americano che aveva messo il proprio patrimonio al servizio dell’impresa. Umberto Nobile, l’ideatore del Norge, era alla stazione di pilotaggio.
Davanti a loro, 1.280 chilometri di oceano ghiacciato e nessuna mappa attendibile di ciò che c’era sotto.
Il problema della rotta
Navigare nell’Artico era, nel 1926, un esercizio di umiltà. Le bussole magnetiche, lo strumento di navigazione più antico e affidabile, diventavano progressivamente inutili man mano che ci si avvicinava al Polo Nord geografico, perché il Polo Nord magnetico si trovava allora in Canada, a migliaia di chilometri di distanza. Una bussola a quelle latitudini non indicava il Nord, ma qualcosa di diverso, con uno scarto che variava in modo imprevedibile e che nessuna correzione poteva compensare del tutto.

La soluzione era la navigazione astronomica. Misurare l’angolo del sole sull’orizzonte con un sestante, calcolare la posizione, correggere la rotta. Ma il Norge volava, non era una nave ma un’aeronave. E il sole si spostava, perché a quelle latitudini, in maggio, non tramontava mai, compiendo lenti cerchi attorno all’orizzonte senza mai scomparire. Era una fonte di riferimento continua, ma anche disorientante per chi era abituato alla geometria convenzionale del cielo. Riiser-Larsen, il più esperto navigatore artico a bordo, si occupava personalmente di queste misurazioni, scendendo nella gondola a intervalli regolari con il sestante, calcolando la posizione e comunicandola a Nobile. Era un lavoro lento, metodico, che richiedeva concentrazione assoluta mentre il dirigibile oscillava nell’aria polare.
A complicare tutto era la deriva: il Norge non era un aereo che poteva puntare dritto verso il bersaglio. Il vento lo spingeva lateralmente, e la rotta reale divergeva continuamente da quella pianificata. Ogni calcolo doveva tener conto della velocità del vento, della direzione, del peso variabile del carburante consumato. Era un continuo aggiustamento tra dove si voleva andare e dove si stava effettivamente andando.
Il paesaggio del nulla
Nelle prime ore il territorio sotto era ancora leggibile. La costa settentrionale di Spitsbergen sfilò sotto la gondola, mostrando le creste rocciose, i ghiacciai che scendevano verso il mare, il bordo bianco del pack costiero. Poi la terraferma sparì e cominciò il ghiaccio.
Il pack artico non è uniforme. Da vicino è un caos di lastre rotte, di creste che si sollevano dove due campi si scontrano, di canali d’acqua che si aprono e si chiudono secondo logiche che nessuno comprende del tutto. Dall’alto, a qualche centinaio di metri di quota, diventa una superficie bianca che si estende fino all’orizzonte in ogni direzione, senza un punto di riferimento, senza una forma che si ripeta. Una geometria senza scala, impossibile da misurare a occhio.
Lungo la prima parte della rotta, verso l’ottantesimo parallelo, era ancora possibile osservare qualcosa di vivo, come la traccia scura di un animale sul ghiaccio, o il volo di un uccello marino che si avventurava lontano dalla costa. Poi, proseguendo verso nord, anche questi segnali scomparvero. Oltre l’83° parallelo, ricordava Nobile, “ogni forma, ogni traccia di vita scomparvero nel modo più assoluto“. Solo il ghiaccio, il cielo bianco di foschia, e il rumore sordo dei tre motori.
Eppure il sole basso proiettava ombre lunghissime sul pack, disegnando un paesaggio di una bellezza strana, minerale, indifferente. Nessuno a bordo aveva la sensazione di volare su un deserto. Era qualcosa di più difficile da definire: uno spazio che non era stato pensato per l’uomo, ma che l’uomo stava attraversando.
Il ghiaccio sulle eliche
A metà pomeriggio le condizioni cominciarono a cambiare. La temperatura scese ulteriormente, e l’umidità nell’aria iniziò a depositarsi sulle superfici metalliche delle eliche sotto forma di ghiaccio. Era uno dei pericoli più seri che Nobile aveva previsto e temuto: le pale delle eliche, girando ad alta velocità, scagliavano i frammenti di ghiaccio che si staccavano direttamente contro l’involucro del dirigibile. Ogni impatto era un potenziale danno. Il suono era secco, irregolare, inquietante per chi sapeva cosa significava.

Alessandrini e i motoristi ispezionavano l’involucro a intervalli, cercando strappi o cedimenti. I motori iniziarono ad avere problemi: il ghiaccio si formava anche nei carburatori, ostruendo il flusso di benzina e causando irregolarità nel funzionamento. Nobile alternava i motori, spegnendoli a rotazione per permettere lo sbrinamento, mantenendo la propulsione con gli altri due. Era una procedura che richiedeva attenzione costante e rallentava il progresso verso il Polo.
La notte, che non era una notte perché il sole non tramontava, portò condizioni più dure. La nebbia si addensò in alcuni tratti, riducendo la visibilità e rendendo più difficile il rilevamento della posizione. Malmgren monitorava la pressione e la temperatura, aggiornando le sue previsioni ora per ora. Il vento era rimasto gestibile, ma non cooperativo.
Il Norge avanzava. Lentamente, tra un problema e l’altro, ma avanzava.
La zona inesplorata
C’era un aspetto di quel volo che andava oltre la sfida sportiva o il primato geografico. Tra il Polo Nord e le coste settentrionali dell’Alaska si estendeva, nel 1926, una vasta regione che nessun essere umano aveva mai osservato direttamente. Geografi ed esploratori avevano a lungo ipotizzato che lì potesse esistere della terraferma: un continente artico, o almeno un arcipelago, che avrebbe spiegato alcune anomalie nelle correnti e nelle maree rilevate dagli oceanografi. Era un’ipotesi che circolava dai tempi di Peary, sostenuta da qualche studioso, mai confutata per la semplice ragione che nessuno ci era mai arrivato.

Il Norge era il primo mezzo capace di rispondere a quella domanda. Malmgren, mentre gestiva le previsioni meteorologiche, annotava anche le osservazioni sul ghiaccio sottostante, sulla sua struttura, il colore, le eventuali interruzioni. Riiser-Larsen segnava sulla carta la rotta effettiva, tenendo traccia delle zone sorvolate. Era lavoro scientifico fatto in condizioni estreme, con strumenti progettati per altre latitudini, da uomini che, per usare un eufemismo, non avevano dormito da molte ore.
Alle prime ore del 12 maggio, la posizione calcolata da Riiser-Larsen indicava che il Polo era a pochi minuti di volo. Nobile era alla stazione di pilotaggio. I motori giravano regolari, il ghiaccio sulle eliche si era momentaneamente fermato, la nebbia si era diradata. Sul ghiaccio sotto di loro, nessuna traccia di terra.
Il Norge continuò ad avanzare verso nord.
Enrico Peschiera









