L’EU Arctic Forum ha riunito nella sede della Commissione Europea istituzioni europee, governi, popoli indigeni, giovani e rappresentanti del mondo economico. Sullo sfondo, la revisione della politica artica dell’UE in un contesto geopolitico profondamente cambiato.
Bruxelles guarda sempre più a Nord
L’Artico cambia e l’Unione Europea prova a cambiare insieme ad esso. È questo uno dei principali messaggi emersi dall’EU Arctic Forum, che dall’1 al 3 settembre ha riunito a Bruxelles rappresentanti delle istituzioni europee, governi, organizzazioni internazionali, imprese, ricercatori, ma anche popoli indigeni e giovani per discutere il futuro della presenza europea nel Grande Nord. Accanto al Forum infatti si sono tenuti l’Indigenous Peoples’ Dialogue e l’Arctic Youth Dialogue.
L’appuntamento è arrivato in un momento particolarmente significativo per l’Unione. A cinque anni dalla Comunicazione congiunta del 2021, che definisce l’attuale politica artica dell’UE, è infatti in preparazione un suo aggiornamento atteso in autunno, elaborato congiuntamente dalla Commissione europea e dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza. L’elaborazione della nuova strategia artica avviene in un contesto regionale profondamente mutato. La guerra in Ucraina e la conseguente crisi del Consiglio Artico, l’ingresso nella NATO di Finlandia e Svezia, la crescente centralità strategica della Groenlandia, accentuata dalle rivendicazioni dell’amministrazione Trump, la competizione per le materie prime critiche e gli effetti sempre più evidenti del cambiamento climatico hanno contribuito a riportare l’Artico al centro dell’agenda politica europea. A fine agosto, inoltre, è arrivato il “No, grazie” alla riapertura dei negoziati con l’Islanda.
Ad aprire la Conferenza sono stati il commissario europeo per la Pesca e gli Oceani, Costas Kadis, e il commissario per i Partenariati internazionali, Jozef Síkela. Tre sono stati i principi indicati dai commissari: il futuro dell’Artico deve appartenere alle persone che vi abitano; sicurezza e prosperità devono procedere insieme; nessuna strategia europea potrà avere successo senza solide partnership nella regione. Il punto di partenza è una constatazione sempre più presente nel discorso europeo: quanto avviene nell’Artico non rimane nell’Artico. Lo scioglimento dei ghiacci e il riscaldamento della regione hanno conseguenze climatiche dirette sul continente, mentre nuove rotte, risorse strategiche e questioni di sicurezza legano sempre più il Grande Nord agli interessi dell’Europa.
La Groenlandia al centro della nuova strategia europea
Lo scorso maggio Síkela si era recato a Nuuk per incontrare il governo groenlandese e discutere di investimenti, materie prime critiche e futuro della partnership con l’Unione. In quell’occasione il commissario aveva insistito su un principio ribadito anche durante il Forum: il futuro della Groenlandia spetta ai groenlandesi. Un messaggio tutt’altro che neutrale nell’attuale contesto internazionale. Davanti alla crescente attenzione delle grandi potenze verso l’isola, Bruxelles cerca infatti di presentare il proprio modello come alternativo a una relazione puramente strategica o predatoria: investimenti e accesso alle risorse, certamente, ma accompagnati da partnership di lungo periodo, coinvolgimento delle comunità e benefici economici locali.
Non sorprende quindi che alla relazione tra Bruxelles e Nuuk sia stato dedicato uno dei momenti centrali della conferenza. Il panel “EU-Greenland partnership: 40 years and counting”, aperto dal ministro groenlandese per gli Affari Esteri, il Commercio e le Risorse Minerarie Múte B. Egede, ha riunito la rappresentante della Groenlandia presso l’UE Tove Søvndahl Gant, il giovane partecipante dell’Arctic Youth Dialogue Michael Severin Bro, la programme manager di Tusass Tuperna Rix e Stefan Bernstein, CEO di GreenRoc Strategic Materials.
Investimenti presenti e ambizioni future
La composizione stessa del panel racconta molto dell’approccio che Bruxelles vuole dare alla partnership: istituzioni, giovani, connettività e settore minerario seduti allo stesso tavolo. Ma due settori, in particolare, mostrano la crescente dimensione strategica del rapporto. Il primo è la connettività, con gli investimenti europei nelle infrastrutture digitali groenlandesi. Il secondo riguarda le materie prime critiche, sempre più importanti per ridurre le dipendenze esterne dell’industria europea. Grafite e molibdeno, ricordati dallo stesso Síkela, possono essere strategici per l’Europa, ma Bruxelles insiste sulla necessità che il loro eventuale sviluppo produca occupazione, competenze e valore anche per le comunità locali.
Il consigliere speciale della Commissione per le relazioni UE-Artico Jyrki Katainen è stato più esplicito, ricordando che l’Europa importa larga parte delle proprie materie prime critiche dalla Cina e che questa situazione non è più sostenibile. Katainen, ex primo ministro finlandese, ha anche proposto la creazione di un polo europeo per la lavorazione e la separazione delle terre rare, collocabile nella Svezia o nella Finlandia settentrionale.

La centralità della Groenlandia nell’agenda europea continua a trovare conferma anche nei giorni immediatamente successivi al Forum. Il 6 e 7 settembre la presidente della Commissione Ursula von der Leyen si è recata infatti in visita a Nuuk insieme a Síkela e Katainen. La missione, che secondo la Commissione si è inserita nel percorso avviato con la visita di Síkela dello scorso maggio, ha sancito il nuovo piano di investimenti da 200 milioni di euro per il biennio 2026-2027 destinato a connettività satellitare e via cavo, energia idroelettrica, materie prime critiche, pesca, istruzione, alloggi, turismo sostenibile e piccole imprese. Ancora più significativa sul piano strutturale è l’intenzione, annunciata dalla presidente, di raddoppiare il sostegno di bilancio alla Groenlandia fino a circa mezzo miliardo di euro a partire dal 2028. Von der Leyen si è anche incontrata con il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen e la prima ministra danese Mette Frederiksen per discutere di nuove iniziative di cooperazione.
Il ruolo dei giovani nella nuova politica artica europea
Accanto ai rappresentanti istituzionali, sul palco della Commissione hanno trovato spazio giovani, Sámi e Inuit provenienti dalla Groenlandia e dal Nord del Canada. Una scelta che ha permesso di affiancare alla crescente dimensione securitaria dell’Artico questioni più legate alla vita quotidiana delle comunità che vivono l’Artico.
Tra gli interventi più significativi quello di Juhán Nikolaus Wuolab Wollberg, allevatore di renne Sámi e facilitatore dell’Arctic Youth Dialogue 2026. Il suo discorso ha riportato il confronto dalla dimensione delle strategie a quella della vita quotidiana nell’Artico. Wollberg ha raccontato il proprio legame con l’allevamento delle renne, la pesca, la raccolta di bacche e piante, l’artigianato Sámi e la trasmissione delle conoscenze tra generazioni. Una cultura vissuta che, come ha ricordato davanti alla platea della Commissione, continua però a confrontarsi con pressioni esterne e con la difficoltà di vedere pienamente riconosciuto il proprio valore.
Da qui il richiamo alla necessità di riconoscere maggiormente il valore delle conoscenze maturate direttamente nelle comunità e di sostenere collaborazioni interculturali e intergenerazionali. Il messaggio finale è stato semplice e diretto: poter continuare a vivere la propria cultura e garantire alle generazioni future la possibilità di poter fare lo stesso.

L’Artico oltre gli Stati artici: il ruolo dell’Italia
La conferenza ha ricordato anche un’altra caratteristica della governance del Grande Nord: l’Artico interessa ormai una platea di attori molto più ampia dei soli Stati della regione. Nel dibattito hanno trovato spazio anche gli Stati osservatori del Consiglio Artico. Tra questi l’Italia, la cui presenza nella regione ha radici che precedono di molto l’attuale competizione geopolitica.
L’inviato speciale italiano per l’Artico del Ministero degli Esteri, Agostino Pinna, ha ricordato il lungo rapporto italiano con il Grande Nord, costruito storicamente attraverso le esplorazioni e, soprattutto, la ricerca scientifica. Una presenza che continua ancora oggi attraverso numerose attività sul campo. Alle Svalbard, il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) gestisce dal 1997 la stazione “Dirigibile Italia” di Ny-Ålesund, dove i ricercatori italiani conducono studi sull’atmosfera, sul clima, sulla criosfera e sugli ecosistemi artici, contribuendo al monitoraggio dei rapidi cambiamenti ambientali della regione. A questa presenza si affiancano le campagne oceanografiche della missione “High North”, condotte dal 2017 dalla Marina Militare attraverso l’Istituto Idrografico della Marina, che raccolgono dati idrografici, oceanografici e ambientali nelle acque artiche.
Il caso italiano mostra anche come la dimensione artica dell’UE non possa essere ridotta ai soli Stati membri geograficamente settentrionali. Paesi non artici possono contribuire attraverso ricerca, tecnologia, diplomazia e cooperazione economica, ampliando gli strumenti a disposizione dell’Unione nel Grande Nord.
Dalle parole ai fatti
L’EU Arctic Forum 2026 ha restituito l’immagine di un’Unione Europea che vuole essere più presente nell’Artico, ma che allo stesso tempo cerca di definire quale tipo di presenza costruire.
Ma rispetto alla situazione politica del 2021, sicurezza, connettività, materie prime critiche e competizione geopolitica hanno acquisito un peso crescente. Almeno nel messaggio emerso durante il Forum, questa dimensione strategica e securitaria non dovrebbe sostituire i tradizionali pilastri dell’azione europea: lotta al cambiamento climatico, ricerca scientifica, cooperazione internazionale, sviluppo sostenibile e coinvolgimento dei popoli indigeni.
La “promessa” europea è quella di non scrivere la prossima politica artica esclusivamente da un palazzo di Bruxelles. Stati artici e partner non artici, popoli indigeni, giovani e comunità locali hanno avuto all’EU Arctic Forum la possibilità di portare nella capitale europea le proprie prospettive e priorità. Il prossimo passaggio sarà capire quanto di ciò che è stato ascoltato troverà effettivamente spazio nel nuovo documento.
La direzione è però più netta di quanto il tono conciliante del Forum lasci intendere, perché la revisione attesa in autunno dovrebbe collocare per la prima volta la sicurezza al centro della strategia artica europea. Il 13 e 14 settembre Rovaniemi ha ospitato lo European Arctic Summit, convocato dal primo ministro finlandese Petteri Orpo e dedicato esplicitamente al rafforzamento dell’approccio strategico comune dell’Unione nella regione. Nel suo discorso, l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Kallas ha reso chiare le priorità dell’Unione nella stesura della nuova politica artica.
[Nell’Artico] il cambiamento climatico sta avendo un impatto enorme e sta aprendo anche una nuova competizione geopolitica, ad esempio per quanto riguarda le rotte marittime. Osserviamo inoltre che la Russia sta riattivando le basi militari dell’era sovietica e conducendo esercitazioni missilistiche nell’estremo Nord. Notiamo anche un crescente interesse della Cina per la regione; dobbiamo quindi mantenere alta la guardia. È per questo che stiamo elaborando una nuova strategia dell’UE per l’Artico incentrata sulla sicurezza, dato che essa è chiaramente parte integrante dell’architettura di sicurezza europea. Tale strategia – che presenteremo nel corso del mese di ottobre – includerà ovviamente anche progetti concreti.
Kaja Kallas
Il futuro dell’Artico è sempre più legato a quello dell’Europa. La vera sfida per l’Unione sarà dimostrare che la sua futura politica artica saprà riflettere le prospettive e le speranze di chi l’Artico lo vive davvero.
Francesco Scognamiglio
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