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Le crociere puntano sempre più verso i mari dell’Artico

Il cambiamento climatico apre sempre di più le rotte marittime nordiche, ampliando l’offerta turistica nell’alto Nord e verso l’Artico.

Dai Caraibi all’Artico

Per secoli l’oceano artico e i mari più settentrionali sono stati uno spazio troppo estremo per l’uomo e per la navigazione, lasciando al più ai balenieri il gravoso compito di una pesca d’altura in condizioni ai limiti umani. Il cambiamento climatico in atto, invece, scioglie sempre più i ghiacci marini artici, e così le temperature a terra si alzano, aprendo il turismo anche ai crocieristi.

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Nel 2019 furono oltre 23.000 i visitatori delle isole Svalbard scesi dalle navi da crociera, secondo lo studio di Mosj, il sistema di monitoraggio ambientale delle lontane isole norvegesi. Una svolta epocale, che sta trasformando la regione, la società e l’economia. Aeco (Association of Arctic Expeditions Cruise Operators) è l’associazione di categoria che lavora per le nazioni nordiche e atlantiche per lo sviluppo del settore crocieristico, anche se i nodi irrisolti per la totale apertura al mercato non sono di poco conto. Sia da un punto di vista ambientale, sia nella cornice più ampia della sicurezza. 

La nostra organizzazione lavora per assicurarsi che il turismo crocieristico expedition nell’Artico si sviluppi nel massimo riguardo della sicurezza a terra e a bordo”, risponde Gyða Guðmundsdóttir, Community Engagement Specialist di Aeco. “Una grossa fetta di questo lavoro è promossa tramite la cooperazione con gli enti preposti alle attività di ‘Search & Rescue’ in tutta la regione, per avere uno scambio proficuo di informazioni, e per assicurarci che il settore delle crociere di questo tipo possano diventare asset specifici nella preparazione e nella risposta per le attività SAR”.

Il New Exhotic della regione artica

Quando nel settembre dello scorso anno una nave da crociera si incagliò in una secca in un fiordo della Groenlandia, con oltre 200 ospiti a bordo, dovette intervenire una corvetta danese per soccorrere i crocieristi, per fortuna senza conseguenze. Ma la mappatura dei fondali rimane un aspetto cruciale, se pensiamo che solo una parte dell’area è presente sulle carte nautiche. “Un esempio del nostro lavoro in questi termini è dato dall’evento che organizziamo ogni anno insieme alla Guardia Costiera islandese e dal Joint Rescue Coordination Centre della Norvegia settentrionale”. 

“L’incontro di quest’anno, svoltosi a marzo scorso, ha visto la partecipazione di circa 70 partecipanti tra i nostri membri, le guardie costiere di IslandaCanadaStati Unitioltre che dello stesso Joint Arctic Commandoltre a cinque ambasciate e diverse realtà dei paesi artici e delle comunità indigene. Vengono portate avanti esercitazioni specifiche come parte della cooperazione, e i partecipanti lavorano insieme per formarsi a risolvere casi di incidenti rilevanti nella regione”.

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Il tema è diventato importante in questi ultimi anni, anche a seguito della pandemia, quando l’Artico è diventato il new exhotic per eccellenza. Assodata l’Asia e l’Oceania come mete turistiche consuetudinarie per il grande pubblico, le regioni settentrionali europee, così come i fiordi norvegesi e le coste del mare di Norvegia e di Barents sono diventate mete particolarmente appetibili per chi ha buon portafogli e spirito d’avventura. Con un forte incremento anche di navi da crociera con poche cabine, molto lusso ed equipaggio esperto, ma non solo. 

L’aumento del traffico crociere

A navigare le acque nordiche sono anche navi da crociera classiche, solitamente impiegate per mari più caldi. “Da cinque anni la nostra associazione è membro del progetto ArcSAR, il primo del suo genere a stabilire un network per congiungere autorità statali, settore industriale, università e operatori di soccorso per lavorare insieme nell’identificazione dei gap e delle opportunità di questo mondo, facilitando quindi la creazione di standard di soccorso per l’Artico e il Nord Atlantico”.

Ma quanto è aumentato effettivamente il traffico crocieristico nella regioneconsiderando però anche gli anni della pandemia globale, e cosa dobbiamo aspettarci come trend per il futuro? “Stiamo osservando una grande crescita di nuove regolamentazioni nazionali e internazionali per quest’area geografica, e l’instabilità economica globale lascia ampi margini di incertezza”.

“Come Aeco, vediamo come le navi con un numero di passeggeri superiore a 12 è passato dalle 30 del 2019, alle 47 del 2022 e alle 52 nel 2023. Una crescita costante, che ci mostra comunque la crescita dell’interesse nei confronti di queste aree anche per il settore cruise”. 

L’effetto Disneyland

L’area però non è soltanto un luogo di incontro e scoperta, ma il primo baluardo ambientale verso un cambiamento climatico che porta grandi incertezze, e genera forti preoccupazioni per il futuro. Come si racconta la trasformazione in atto, a livello climatico, a chi sale a bordo delle navi da crociera, per evitare un “Effetto Disneyland”? “Uno dei nostri obiettivi è quello di riuscire a educare i gruppi di passeggeri sull’ambiente che li circonda, sulla cultura di questi luoghi, sulla sua storia naturale.

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Chi viene qui ha un forte interesse per l’area, e spesso è già abbastanza istruito sulla questione. Tra le varie attività che vengono prodotte dai nostri associati, ci sono spiegazioni obbligatorie per i passeggeri, da parte dell’equipaggio, prima di ogni spedizione. Ma anche da parte di guide specializzate, che hanno un background specifico nella formazione scientifica – e spesso sono specialisti di questa regione.

Un sondaggio del 2021 ha mostrato che il 75% delle guide possiede una formazione di alto livello di oltre quattro anni, di cui la maggior parte ha competenze specifiche in scienze naturali, archeologia, storia. Ogni guida deve passare esami necessari prima dell’inizio di ogni stagione, per rispondere alle linee guida redatte dalla nostra associazione. E tutta questa conoscenza viene trasmessa ai passeggeri”.

Leonardo Parigi

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Leonardo Parigi
the authorLeonardo Parigi
Sono Laureato in Scienze Politiche Internazionali all’Università di Genova e di Pavia. Sono giornalista pubblicista, e collaboro con testate nazionali sui temi di logistica, trasporti, portualità e politica internazionale.

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