Il raid di droni ucraino del 9 settembre ha raggiunto il bersaglio più distante dall’inizio della guerra, avvicinandosi alla roccaforte energetica dell’Artico russo, la regione di Yamal-Nenets. Intanto, l’Europa fa incetta di GNL russo, in attesa che scattino le sanzioni (quasi) totali nel 2027. Ma la Cina è pronta a colmare i vuoti lasciati dall’Occidente.
Mai così distante
Il 9 settembre scorso le Forze speciali ucraine hanno condotto l’attacco con droni più profondo dall’inizio del conflitto, colpendo gli impianti di trattamento del gas e del condensato di Novy Urengoy e Purovsky, nella regione dello Yamal-Nenec. I velivoli hanno percorso circa 3.200 chilometri dal confine ucraino, superando di quasi settecento il precedente primato, stabilito a luglio con l’incursione contro la raffineria di Omsk. È la prima volta che la guerra raggiunge la regione che produce la maggior parte del gas russo, un’area considerata una retrovia assolutamente sicura.
Le autorità dell’Ucraina hanno dichiarato che gli impianti rivestivano un ruolo cruciale per l’industria russa del gas e dei condensati. Secondo quanto riferito, i droni hanno colpito un’unità che tratta i gas sprigionati durante il processo di produzione dei condensati, tra cui l’etano, utilizzato come materia prima per la produzione petrolchimica. Mosca ha solo confermato l’attacco ma non ha reso chiari i dettagli.

L’impatto strategico, però, va ben oltre il bilancio materiale dell’attacco. La città industriale di Novy Urengoy si trova infatti ad appena 600 chilometri dai giganti dell’estrazione di gas naturale liquefatto, Yamal LNG e Arctic LNG 2, che entrano così ufficialmente nel raggio d’azione dei droni di Kiev. La distanza geografica che per decenni ha protetto le infrastrutture energetiche dell’Artico russo appare oggi meno rassicurante. L’attacco ha dimostrato che l’Ucraina è potenzialmente in grado di sferrare un attacco convenzionale a lungo raggio con droni contro un obiettivo fisso situato in profondità nel territorio russo, senza dover ricorrere a un lancio clandestino in prossimità dell’obiettivo stesso, come pure aveva già fatto nel giugno dello scorso anno con l’attacco alla base di Olenya.
Il paradosso europeo
Nel frattempo, proprio le infrastrutture artiche ora minacciate dai droni di Kiev sono oggetto di attenzioni, mosse e contromosse sia da Oriente che da Occidente. Nei primi otto mesi del 2026 i Paesi dell’Unione hanno speso 7,28 miliardi di euro per il GNL di Yamal, il totale dell’intero 2025. I porti europei hanno ricevuto 156 carichi, il 10% in più dell’anno precedente, mentre le esportazioni complessive dell’impianto calavano del 3%. La quota assorbita dall’Europa è così salita dal 78% all’89%. E questo accade a poche settimane dall’entrata in vigore ufficiale del ban totale al gas russo.
Una messa al bando “quasi totale”, in realtà, come abbiamo visto a luglio con la disputa sul divieto di trasportare gas russo verso Paesi terzi: l’accordo sul nuovo pacchetto di sanzioni rischiava di saltare per il veto greco posto a difesa dell’azienda Dynagas, che gestisce una flotta di metaniere che hanno trasportato più di dieci milioni di tonnellate di GNL russo dall’inizio del 2025, con oltre centoquaranta viaggi da Sabetta. L’accordo è stato raggiunto stabilendo un’esenzione limitata ai contratti firmati prima dell’invasione su vasta scala, vietando però agli operatori europei di stipularne di nuovi.
Una separazione lenta
Grazie a questa esenzione, il cantiere danese Fayard è rimasto l’ultimo nell’Unione a effettuare la manutenzione delle metaniere rompighiaccio, dopo il ritiro dell’olandese Damen da Brest, nonostante oltre cento parlamentari di diciassette Paesi europei abbiano chiesto al cantiere di interrompere il servizio.
Una controversia che illustra bene il divario tra l’obiettivo politico dell’Europa di porre fine alla dipendenza dal gas russo e le infrastrutture commerciali che continuano a sostenere tale commercio. Ma l’esempio più lampante della complessità dei rapporti è il colosso francese TotalEnergies, che ha appena formalizzato a fine agosto l’uscita dalla propria quota del 10% in Arctic LNG 2, cedendola a una controllata di Novatek dopo un decreto autorizzativo di Putin. La società conserva però il 20% di Yamal LNG e il 19,4% di Novatek stessa, e continua a commercializzare i carichi di Yamal attraverso la propria struttura di trading britannica, per un ricavo che l’amministratore delegato stesso Patrick Pouyanné quantifica in circa 400 milioni di dollari l’anno.

L’asse Pechino-Mosca
La Cina, dal canto suo, colma le lacune lasciate dall’Occidente. Fra il 6 e il 10 settembre due navi da carico pesante sanzionate dagli Stati Uniti, la Glory e la Bright, hanno imbarcato al porto cinese di Zhangjiagang due moduli di generazione elettrica destinati ad Arctic LNG 2, dirigendosi poi verso la Northern Sea Route. I due moduli erano stati fabbricati allo stabilimento Wison di Zhoushan, sanzionato dagli Stati Uniti nel gennaio 2025 proprio per il suo ruolo in Arctic LNG 2, ed erano rimasti fermi lì per oltre un anno. Sono componenti fondamentali per completare il secondo impianto di produzione del sito, potenzialmente raddoppiando l’attuale capacità di produzione di circa 6,6 milioni di tonnellate annue.
Il viaggio di questi moduli sarà quindi attentamente monitorato anche alla luce dei recenti attacchi. La Russia ha già dimostrato quanta importanza attribuisca alla sicurezza delle infrastrutture per il GNL nell’Artico: nel 2024, per portare la seconda linea di produzione di Arctic LNG 2 dal centro di costruzione di Novatek vicino a Murmansk al terminale di Utrenny, una struttura da 640.000 tonnellate ha attraversato oltre mille miglia nautiche di mari di Barents e di Kara, scortata da un convoglio imponente che comprendeva almeno due navi dell’FSB.
La vulnerabilità di questi impianti, infatti, è ben diversa da quella delle installazioni petrolifere convenzionali, perché il GNL concentra in spazi ristretti apparecchiature tecnicamente complesse. Anche danni limitati possono produrre ricadute operative sproporzionate. E questo gli ucraini lo sanno.
Enrico Peschiera









