Quarta puntata della miniserie sull’impresa del dirigibile Norge, a cento anni di distanza. Il 12 maggio 1926, all’1:30 ora di Greenwich, il Norge sorvolò il Polo Nord geografico. Era la prima volta nella storia.
Notte fonda, luce eterna
All’una e trenta del mattino del 12 maggio 1926, il sole non era tramontato. Non tramontava da giorni, e non sarebbe tramontato per settimane. A quelle latitudini, in maggio, compiva lenti cerchi attorno all’orizzonte senza mai scomparire. Non era la stella polare né la bussola, ma quel sole basso e obliquo lo strumento con cui Riiser-Larsen misurava la posizione. E quella misura, l’1:30 del 12 maggio, disse che il Norge si trovava esattamente sopra il Polo Nord geografico.
Non c’era niente di visibile che lo segnalasse. Nessuna croce sul ghiaccio, nessun cambiamento nel paesaggio, nessuna differenza tra quel metro di pack e il metro precedente. Era un punto matematico, il luogo in cui tutti i meridiani convergono, dove la parola “nord” smette di avere senso perché da lì ogni direzione è sud. Esisteva soltanto nei calcoli di Riiser-Larsen e nella storia che stava per essere scritta.
Umberto Nobile ordinò la discesa.
Le bandiere
Il Norge scese tra i 150 e i 200 metri di quota, avvicinandosi alla superficie del pack quanto le condizioni permettevano. Nobile rallentò i motori. Il loro ritmo si attenuò, e nel silenzio che ne seguì si sentì più profondamente la vastità del ghiaccio sotto di loro. Poi chiamò Alessandrini: “Prepara la bandiera“.
La norvegese e l’americana erano già pronte, già fissate ad aste nella cabina di comando. Quella italiana era stata estratta dal cofano e montata sull’asta preparata alla Baia del Re prima della partenza. Amundsen lanciò la sua, Ellsworth la sua. Poi Nobile lanciò quella italiana. Era grande il doppio delle altre.

Quel gesto riassumeva la natura complicata di questa spedizione meglio di qualsiasi discorso. Nobile aveva rivendicato apertamente il proprio ruolo non da semplice comandante di volo, ma da co-protagonista di un’impresa resa possibile dalla sua macchina, dalla sua tecnologia, dai suoi uomini. La bandiera più grande era la risposta visibile a una domanda che nessuno aveva ancora formulato ad alta voce, ma che era nell’aria già da mesi: a chi sarebbe andato il merito principale dell’impresa?
Nobile scrisse di se stesso, in quel momento, di avere il cuore gonfio di gioia e di orgoglio. Partirono i radiotelegrammi: al Papa, al Re d’Italia, a Mussolini, ai giornali di mezzo mondo. La notizia si diffuse mentre il Norge puntava già la prua oltre il Polo, verso l’Alaska.
Tre uomini, tre storie
In quella gondola, in quel momento, erano presenti tre concezioni diverse di che cosa fosse appena accaduto.



Per Amundsen, il sorvolo del Polo Nord era il compimento di una vicenda esplorativa lunga vent’anni e il coronamento di una vita eccezionale. L’uomo che aveva già conquistato il Polo Sud, percorso il Passaggio a Nordovest e tentato di raggiungere il Polo Nord con gli idrovolanti senza riuscirci chiudeva infine il cerchio. Nella sua visione la spedizione era norvegese nella sua essenza. Il nome del dirigibile era Norge, il capo era lui, e il pilota italiano era un tecnico assunto per uno scopo preciso. Nelle settimane successive al ritorno, questa posizione si sarebbe irrigidita in pubblica ostilità. Amundsen, nel suo libro My Life as an Explorer del 1927 avrebbe descritto Nobile come un semplice “autista” che avrebbe dovuto ritenersi ripagato dall’aver potuto lanciare sul Polo la propria bandiera, e che non aveva titolo per scrivere o parlare dell’impresa.
Per Lincoln Ellsworth, il Polo era qualcosa di più personale e meno rumoroso. Figlio di un magnate del carbone, aveva finanziato la spedizione con il denaro dell’eredità paterna e vi aveva partecipato come navigatore, in un ruolo tecnico e appartato. Ellsworth non combatté pubblicamente per il merito dell’impresa. La fama non era ciò che cercava: aveva realizzato il sogno della sua vita.
Per Umberto Nobile, il Polo era il coronamento delle sue intuizioni di ingegnere aerospaziale. Era la dimostrazione che aveva ragione lui, che il dirigibile era lo strumento giusto, che i suoi calcoli erano stati corretti, che la macchina costruita a Roma aveva retto a condizioni che nessun aeroplano dell’epoca avrebbe potuto affrontare. La bandiera più grande era l’espressione di questa convinzione, non un atto di arroganza ma di affermazione tecnica e nazionale insieme. A Teller, Alaska, tre giorni dopo l’atterraggio, Nobile scrisse di stare già pensando alla spedizione successiva.

Al ritorno, Amundsen e Nobile avrebbero litigato sul merito dell’impresa. Il norvegese avrebbe sostenuto che Nobile era soltanto l’autista. L’italiano avrebbe risposto che Amundsen era soltanto un passeggero. Quella disputa era già nell’aria quando le bandiere caddero sul pack, e probabilmente lo sapevano entrambi. Ma quella mattina era accaduto qualcosa che nessuno dei due avrebbe mai potuto fare da solo.
Verso l’Alaska
Superato il Polo, il Norge virò verso sudovest e puntò le coste dell’Alaska. Il carburante era consumato in misura maggiore del previsto perché il ghiaccio sulle eliche aveva costretto Nobile ad alternare i motori per ore, bruciando più benzina del pianificato. La nebbia si addensò di nuovo, e i frammenti di ghiaccio ripresero a colpire l’involucro con quel suono secco che ormai tutti a bordo conoscevano bene, e temevano molto.
A bordo nessuno dormiva da molte ore. Nobile aveva concesso a se stesso, nelle ultime settantasei ore di volo, un’ora o due di riposo al massimo. Gli altri non stavano meglio. La tensione accumulata nella fase di avvicinamento al Polo si era allentata con il lancio delle bandiere, ma davanti al Norge c’erano ancora più di duemila chilometri di oceano ghiacciato prima di toccare terra in Alaska.
Enrico Peschiera









