Di fronte alla necessità di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti per la transizione verde, il governo norvegese ha deciso di intervenire direttamente nella pianificazione del deposito di terre rare più grande d’Europa. Una mossa che trasforma una questione commerciale in una priorità di sicurezza nazionale.
Il tesoro di Fen
Con una mossa senza precedenti, il governo norvegese ha annunciato di voler assumere il controllo diretto del processo di pianificazione del progetto Fen, situato nella regione del Telemark, estremo Sud del Paese. L’obiettivo dichiarato dal Primo Ministro Jonas Gahr Støre è chiaro: accelerare lo sviluppo di quello che è ormai ufficialmente riconosciuto come il più grande deposito di terre rare d’Europa.

L’intervento statale non è casuale, ma arriva dopo che una recente revisione delle risorse ha quasi raddoppiato le stime del potenziale minerario del sito. Ma oltre ai numeri, c’è la politica: le autorità locali avevano richiesto l’intervento del governo centrale per gestire i potenziali conflitti sull’uso del suolo e coordinare i diversi interessi nazionali in gioco. In un’Europa che non possiede attualmente miniere di terre rare operative, Fen rappresenta la speranza di spezzare il quasi-monopolio della Cina.
Un gigante geologico nel cuore della Norvegia
Ma che cos’è, tecnicamente, il deposito di Fen? Per capirlo, dobbiamo fare un salto indietro di 580 milioni di anni. Quello che oggi chiamiamo “Complesso di Carbonatite di Fen” non è altro che il resto di un antico condotto vulcanico. Immaginate un vulcano preistorico la cui cima è stata erosa dal tempo, lasciando esposta una sezione circolare di circa due chilometri di diametro composta da rocce magmatiche ricche di carbonati.
Queste rocce, chiamate carbonatiti, contengono un mix prezioso di minerali. Le stime più recenti parlano di 15,9 milioni di tonnellate di ossidi di terre rare (TREO), un incremento dell’81% rispetto alle valutazioni del 2024. Sebbene l’area sia stata storicamente sfruttata per il ferro (dal 1657 al 1927) e per il niobio (negli anni ’50 e ’60), la vera ricchezza oggi risiede nelle cosiddette “terre rare leggere”.
In parole semplici, il deposito di Fen è una “cassaforte” mineraria che contiene elementi come il neodimio e il praseodimio (NdPr). Questi ultimi sono materiali essenziali per la produzione di magneti permanenti ad altissime prestazioni. Senza questi magneti, non potremmo costruire i motori delle auto elettriche, le turbine eoliche che generano energia pulita, o i sistemi di difesa avanzati. Circa il 19% degli ossidi presenti a Fen è costituito proprio da NdPr.
Il potenziale tecnico e i tempi di realizzazione
Il progetto, sviluppato dalla società Rare Earths Norway, punta a una tabella di marcia ambiziosa ma realistica. La produzione dovrebbe iniziare verso la fine del 2031, con l’obiettivo di estrarre circa 800 tonnellate di neodimio e praseodimio entro il 2032. Potrebbe sembrare una quantità modesta, ma rappresenterebbe circa il 5% dell’intera domanda dell’Unione Europea per questi materiali.


Tecnicamente, il sito di Fen ha un vantaggio: la mineralogia delle rocce facilita una separazione efficiente dei minerali. Inoltre, le trivellazioni hanno confermato che la mineralizzazione continua fino a una profondità di almeno 600 metri, rimanendo “aperta” (ovvero potenzialmente ancora più estesa) in diverse direzioni.
La sfida ambientale e il paradosso della transizione
Nonostante il potenziale, la strada verso l’estrazione non è priva di ostacoli. Come accaduto per altri progetti infrastrutturali in Norvegia – si pensi ai parchi eolici terrestri – anche il progetto Fen deve affrontare la resistenza di gruppi ambientalisti e interessi agricoli. È quello che molti chiamano il “paradosso della transizione verde”: abbiamo bisogno di minerali per salvare il clima, ma l’estrazione di quei minerali ha un impatto diretto sul territorio locale.
Il governo norvegese, intervenendo direttamente nella pianificazione, spera di bilanciare queste tensioni. L’idea è di garantire che il progetto soddisfi i più alti standard di sostenibilità, riducendo al contempo i ritardi burocratici che spesso bloccano le miniere europee per anni.
In definitiva, il successo del progetto Fen potrebbe diventare un modello per l’intero approccio europeo alla sicurezza delle risorse. Se gestito efficacemente, potrebbe stabilire una catena di approvvigionamento resiliente e diversificata. Al contrario, se il progetto dovesse subire lunghi ritardi o essere bloccato dalle contestazioni, ciò non farebbe altro che confermare i limiti delle ambizioni europee di indipendenza, lasciando il continente ancora una volta alla mercé delle dinamiche geopolitiche globali.
Enrico Peschiera









