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I virus zombie dell’Artico

Il decongelamento del permafrost porta in luce il tema dei “virus zombie” che potrebbero minacciare la salute globale.

Tra fantascienza e realtà

Il mese scorso ha fatto scalpore la notizia del virologo francese Jean-Michel Claverie e del suo team di ricercatori dell’Università di Aix-Marseille che hanno scongelato un virus rimasto nel permafrost siberiano per 48,500 anni.

Questo è solo uno dei molti virus che sono stati recuperati e revitalizzati da campioni di permafrost artico, e che spesso sono stati definiti “virus zombie” – forse per attirare l’attenzione mediatica – con il risultato facilmente prevedibile di aver scatenato un allarmismo generale e una scorretta interpretazione dei fatti

Per capire veramente come stiano le cose e l’importanza di queste scoperte occorre fare un passo indietro, e inquadrare questo evento dai connotati fantascientifici nella realtà dei fatti e nelle geografie artiche. 

Il permafrost artico: un vero e proprio vaso di Pandora

L’ambiente artico è caratterizzato dalla presenza del permafrost, un tipo di terreno perennemente ghiacciato che ricopre la terra e il fondo degli oceani della regione Artica. Con il surriscaldarsi della terra e l’aggravarsi della crisi climatica, questo strato ghiacciato è sempre di più soggetto a uno scongelamento progressivo, che ha come conseguenza l’esposizione di strati di permafrost antichissimi, rimasti congelati fin dai tempi del Pleistocene. 

Questo comporta l’esposizione e il rilascio di sostanze chimiche e microorganismi rimasti intrappolati in questo strato ghiacciato, dalle conseguenze ancora imprevedibili. Questi microorganismi, che sono stati identificati da alcuni scienziati come “Microorganismi Matusalemme”, hanno sviluppato delle strategie d’adattamento per sopravvivere per millenni intrappolati negli strati di permafrost, in condizioni statiche a temperature sotto lo zero con minimo apporto d’acqua e di nutrienti. 

mappa permafrost
Nella mappa le aree coperte dal permafrost sulla terra e in mare. Realizzazione a cura del Nunataryuk research project, 2020. Maggiori dettagli: www.grida.no/resources/13618

L’esposizione di questi microorganismi comporta innanzitutto la loro riattivazione metabolica, che fa sì che il materiale organico prima intrappolato nel ghiaccio si decomponga, rilasciando anidride carbonica e gas metano che contribuiscono all’aumento dei gas serra nell’atmosfera. Il che va a contribuire ulteriormente al cambiamento climatico.

Ma questo non è tutto. Con il disgelo del permafrost, vengono rilasciati e riattivati anche batteri e virus preistorici che hanno il potenziale di essere ancora contagiosi perché immuni agli antibiotici odierni

L’importanza dello studio dei “virus zombie”

Uno studio di un team di scienziati internazionale, a cui ha partecipato anche Jean-Michel Claverie, condotto per investigare la presenza di virus sconosciuti nel permafrost preistorico, ha dimostrato come i virus isolati rimangano contagiosi anche dopo più di 48,500 anni passati intrappolati nel permafrost.

Questo studio è stato condotto su cellule di ameba Acanthamoeba per garantire la maggior distanza evolutiva possibile dagli esseri umani e dai mammiferi, come protezione da ogni tipo di infezione anche accidentale, la quale è molto più probabile che avvenga quando la ricerca è condotta su reperti rinvenuti dal permafrost come resti di mammuth e altri animali preistorici.

Tuttavia, secondo gli scienziati che hanno condotto questa ricerca, questo studio dimostra che i risultati sono probabilmente traslabili a questo altro tipo di ricerca, e che molti paleovirus rinvenuti dal permafrost hanno dunque la capacità di essere ancora contagiosi per animali e umani

Gli interrogativi

Sono tanti ancora gli interrogativi che non hanno una risposta e che spingono a continuare studi e ricerche in questo ambito. È infatti ancora impossibile stimare per quanto tempo questi virus possano rimanere contagiosi quando esposti alle odierne condizioni atmosferiche, oppure ancora quanto sia probabile che nella desolazione dei panorami artici possano venire a contatto con e trasmettere il contagio ad un organismo ospite.

ruspe ghiaccio

Queste ricerche sono perciò fondamentali, soprattutto con il peggioramento della crisi climatica e il conseguente aumento del disgelo del permafrost, e anche in vista di un aumento del popolamento della regione Artica alla luce delle nuove opportunità commerciali ed economiche che lo scioglimento del ghiaccio artico comporta. 

Giulia Prior

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Giulia Prior
the authorGiulia Prior
Ho conseguito una Laurea Magistrale in Security Intelligence and Strategic Studies presso l'Università di Glasgow dopo una triennale concentrata sul diritto internazionale ed europeo. Mi appassionano tematiche legate ai diritti umani, alla sostenibilità ambientale e alla sicurezza internazionale.

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